L’8 novembre scorso, a quasi 11 anni dalla morte, Joe Cocker è stato finalmente accolto nella Rock and Roll Hall of Fame. In contemporanea, YouTube ha reso disponibile gratuitamente, ma solo a tempo limitato, il film Mad Dogs And Englishmen che documenta il suo leggendario tour americano della primavera del 1970, ispirato nel titolo a una vecchia canzone di Noël Coward: protagonista, una pittoresca carovana viaggiante a metà fra un circo, un medicine show del 19° secolo e un raduno evangelico in tenda che anticipò show itineranti altrettanto fantasmagorici come il Festival Express che quella stessa estate portò in giro in treno per il Canada musicisti quali i Grateful Dead, The Band, Janis Joplin, Buddy Guy e i Flying Burrito Brothers; e la Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, in giro per il Nord America fra il 1975 e il 1976.

Rivisitato nel 2015 dalla Tedeschi Trucks Band con 1 bel concerto da poco disponibile su Cd e su Lp che ospitò alcuni dei protagonisti originali di quell’impresa, il Mad Dogs originale resta in realtà 1 evento unico e irriproducibile. Manifesto colorato e caotico di uno spirito libero, anarchico, edonista, eccessivo, folle e sfrenato, tipico di un’epoca del rock and roll che non esiste più.

Il doppio e vendutissimo Lp omonimo che ne venne tratto allora è giustamente passato alla storia, ma se non si è visto il lungometraggio diretto da Pierre Adidge è impossibile capirlo fino in fondo e coglierne il senso più autentico. In altre parole: senza le immagini e le riprese effettuate nei backstage e on the road, il disco sta al film come il triplo e il doppio Lp di Woodstock stanno alla pellicola di Michael Wadleigh. Restituiscono cioè solo un vago sentore dell’evento e di tutto quanto vi accadde intorno: non solo perché nei 2 dischi in vinile pubblicati dalla A&M nell’agosto del 1970 mancavano tante canzoni che solo fra il 2005 e il 2006 sono state finalmente date in pasto al pubblico in 1 deluxe edition su doppio Cd e in 1 box set di 6 Cd, ma anche perché di quelle performance travolgenti e strabordanti si perdono il contesto, gli antefatti e la cornice.

Ovvero le avventure mirabolanti di una brigata di 43 persone (fra musicisti, cantanti, fonici, mogli, amanti, bambini e componenti della troupe cinematografica, più un paio di cani al seguito), colti senza troppi filtri dalle cineprese in momenti conviviali, di stanchezza e di solitudine, in viaggio a bordo di 1 pullman o di 1 aereo (1 vecchio e poco rassicurante Lockheed Super Constellation ad elica ribattezzato Cocker Power), mentre consumano erba nelle camere d’albergo, intonano in camerino canti propiziatori pre concerto o quando incontrano fans e groupies (nel film c’è 1 segmento di 7 minuti dedicato alla leggendaria Barbara Cope di Dallas, altrimenti nota come The Butter Queen, “ La Regina del burro ”).

Leon Russell e Joe Cocker

Nei suoi 79 minuti di durata, il doppio vinile riesce comunque a trasmettere il calore torrido e l’atmosfera febbricitante dei 2 concerti registrati il 27 e il 28 marzo 1970 al Fillmore East di New York, con qualche aggiunta ripresa dall’esibizione del 17 aprile successivo al Santa Monica Civic Auditorium. «Durante quegli show la maggior parte di noi era sotto l’effetto dell’MDA [amfetamina psichedelica progenitrice dell’ecstasy] mentre qualcuno aveva fumato anche dell’angel dust», rivelerà anni dopo il batterista Jim Keltner sostenendo che gli spettacoli selezionati per il disco non furono i migliori del tour. Bastano comunque a farsi un’idea di come suonasse quella travolgente revue rock, soul e r&b, con un Joe Cocker – allora fresco eroe di Woodstockruggente, invasato e visceralmente passionale come nei giorni migliori; l’opposto dell’impassibile ed elegante Leon Russell – cilindro in testa e lunghissimi capelli lisci spioventi sulle spalle – auto incaricatosi del ruolo di ringmaster, direttore di una grande fiera musicale in cui l’Englishman di Sheffield era circondato da cani pazzi americani arruolati da lui, l’allora 28enne stregone musicale di Tulsa cresciuto alla corte di Jerry Lee Lewis, rodato come turnista presso la leggendaria Wrecking Crew di Los Angeles, già autore di canzoni di successo e produttore emergente che aveva affiancato Denny Cordell durante le session di registrazione del 2° album di studio di Joe.

Fu Russell, ispirandosi alla formula dello Show of Stars itinerante allestito dal famoso disc jockey Alan Freedman, a comporre la band extralarge destinata ad accompagnare la star britannica negli States, partendo dal blocco che poco prima aveva accompagnato in tour Delaney & Bonnie. Senza badare a spese, a problemi logistici e a inevitabili conflitti di personalità che si sarebbero manifestati col passare dei giorni e delle settimane. Non 1 ma 3 batteristi (Keltner, Jim Gordon e Chuck Blackwell, spesso dirottato alle percussioni a fianco di Sandy Konikoff e Bobby Torres). Non 2 o 3 coristi ma 1 “ Space Choir ” di ben 10 cantanti diretto da Daniel Moore e comprendente suo fratello Matthew; 2 ex di Russell come Rita Coolidge e Donna Washburn; l’afroamericana Claudia Lennear già nelle Ikettes di Ike & Tina Turner; Nicole Barkley transfuga dalle Fanny; Donna Weiss, Pamela Polland, Bobby Jones e Don Preston, quest’ultimo anche alla chitarra ritmica. E ancora: il bassista Carl Radle, che Eric Clapton recluterà poco dopo insieme a Gordon per Derek and the Dominos; e Chris Stainton, che con Slowhand lavora ancora oggi e che nei Mad Dogs oltre all’organo suonava il pianoforte quando Russell abbandonava la tastiera per imbracciare la chitarra elettrica. Completavano la mega formazione, Bobby Keys al sax tenore e Jim Price alla tromba, poco dopo reclutati dai Rolling Stones.

Dopo la sigla introduttiva dello show (Turn On Your Love Light di BobbyBlueBland) è proprio 1 classico firmato JaggerRichards ad aprire le danze nel doppio Lp: in una versione ruvida e selvaggia di Honky Tonk Women Cocker (“ la versione bianca di Ray Charles ”) si strappa come al solito le tonsille prima di rendere omaggio al suo modello ispiratore con una rovente Sticks And Stones incorniciata da 1 solo di Keys al sassofono. Convinto che il rock and roll sia il verbo di una nuova chiesa laica basata sui valori della cultura hippie, Russell riarrangia in chiave gospel una velocizzata Cry Me A River quasi irriconoscibile rispetto alla torch song anni 50 di Julie London e una sofferta e lenta Bird On The Wire (Leonard Cohen) che al pari di un’essenziale versione della dylaniana Girl From The North Country per pianoforte e 2 voci (Joe e Leon) rende omaggio alla grande canzone d’autore dell’epoca.

Dalla tracklist originale manca, clamorosamente, l’inno woodstockiano With A Little Help From My Friends ma non un’aspra e bluesata rilettura di 1 altro classico minore dei Beatles, She Came Through The Bathroom Window, già proposta da Cocker nel suo 2° album di studio. Dal 1° arriva invece una Feelin’ Alright a tinte latin funk, punteggiata da assoli di piano e chitarra e probabilmente superiore persino all’originale dei Traffic, in sintonìa con il repertorio più black in scaletta: un’intensa e bruciante Let’s Go Get Stoned (Coasters, con Keys a soffiare a pieni polmoni nel suo strumento) e una Blue Medley che combina I’ll Drown In My Own Tears di Ray Charles con When Something Is Wrong With My Baby di Sam & Dave e I’ve Been Loving You Too Long di Otis Redding.

Robusta e altrettanto grintosa, The Letter dei Box Tops di Alex Chilton è un altro ripescaggio dal migliore juke box anni 60 e un cavallo di battaglia che nella versione registrata in studio appena prima del tour regalerà 1 hit da Top 10 a Cocker, mentre 3 pezzi firmati da Russell (con o senza Delaney e Bonnie Bramlett) evitano ai Mad Dogs l’etichetta di pura e semplice cover band di lusso: la frenetica Give Peace A Chance si accende nuovamente di fervori gospel-rock mentre Superstar (poco dopo un grande successo per i Carpenters) punta i riflettori sulla bella voce della Coolidge, la Delta Lady omaggiata da un ispirato Leon e da uno spiritato Joe nell’ultimo brano in scaletta. Un gran finale che tra fermate, ripartenze e una parossistica coda sembra dare forma a un party dionisiaco, uno stato d’estasi mistico e pagano celebrato anche dalla Space Captain firmata da Matthew Moore.

Lì, fra il piano honky tonk di Russell, la voce cartavetro di Cocker e i sospiri da ironico erotic cabaret del coro, si eleva 1 inno extraterrestre al nostro “ delizioso pianeta ” e al peace & love sottolineato da quel “ learning to live together ” che nell’inciso ci invita a imparare a vivere insieme in armonìa. Ci riuscirono solo per qualche settimana, i componenti della big band, prima che le divergenze fra un Russell in pieno controllo della situazione e un Cocker svuotato d’energie e di leadership diventassero insanabili; che le droghe, l’alcol, le relazioni intrecciate e le ammucchiate di gruppo prendessero il sopravvento mandando a puttane la concentrazione; e che un’aggressione fisica perpetrata dal futuro matricida Gordon ai danni dell’allora compagna Rita Coolidge gettasse un’ombra cupa e incancellabile sul tour. Fino a pochi giorni prima, però, la chimica naturale e quella sintetica, l’adrenalina e gli additivi avevano contribuito ad alimentare un clima d’euforìa, di gioia e di eccitazione chiaramente percepibile nella musica: in quel tour o almeno nei suoi momenti migliori, ricordò poi Keys, «ogni sera era come un sabato sera e ogni giorno era come una domenica».

Joe Cocker, Mad Dogs & Englishmen (1970, A&M)