Nell’aprile del 1973, con Catch A Fire, Bob Marley si annunciava al mondo come profeta e ambasciatore universale del reggae. Ma già 9 mesi prima, nel luglio del 1972, la musica giamaicana aveva fatto breccia nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente grazie a 1 film e a 1 colonna sonora che avevano come protagonista principale James Chambers alias Jimmy Cliff (1944-2025), allora 24enne in grande ascesa ed espatriato in Inghilterra e che lì, sotto contratto con la Island Records di Chris Blackwell, aveva già snocciolato una bella sequenza di successi con pezzi come Waterfall, Wonderful World, Beautiful People, Vietnam e Wild World (cover del brano di Cat Stevens).

Con un budget risicato a disposizione e l’intenzione di far recitare soprattutto attori non professionisti, il regista Perry Henzell aveva individuato in lui il protagonista ideale del suo nuovo film («Sei meglio come attore che come cantante», gli aveva detto): una crime story che a prima vista poteva sembrare una risposta al cinema di genere blaxploitation afroamericano ma che in patria ebbe invece un impatto culturale enorme (una pellicola “ Infinitamente più intelligente di Ultimo tango a Parigi ”, vantava con insolente spavalderia un poster pubblicitario dell’epoca). Merito dell’autenticità della ricostruzione d’ambiente (a partire dalla recitazione in patois) e di una storia non troppo dissimile da quella di Cliff, che come il personaggio da lui interpretato e ispirato alla figura di Rhyging, celebre fuorilegge giamaicano degli anni 40, arrivava a Kingston dalle campagne con il sogno di fare successo come cantante. Jimmy, con non poche difficoltà, ci era riuscito emigrando e cambiando aria. Il suo alter ego immaginario IvanhoeIvanMartin, invece, dopo essere stato raggirato da discografici senza scrupoli entrava nel giro della droga, diventava una star del crimine, uccideva per difesa alcuni poliziotti e fuggiva a Cuba per poi morire sotto il fuoco incrociato delle forze dell’ordine.

Jimmy Cliff
(1944-2025)

© Everett Collection

La contraddizione fra una musica apparentemente pigra e placida e l’ambiente spesso violento e degradato da cui era germogliata; fra gli assolati paesaggi paradisiaci e le bidonville della Giamaica; fra rosari e fede, ganja e pistole; fra la disperazione e la speranza incrollabile nel futuro di gente spesso costretta dalle circostanze a vivere ai margini della legalità, era il composto organico di cui si nutriva una pellicola ambientata nei bassifondi di West Kingston, una shanty town in cui – come spiegavano le note di copertina dell’album contenente la colonna sonora – “ la miglior erba del mondo si vende per strada a 2 dollari all’oncia, le riprese di un film possono interrompersi quando qualcuno spara a uno degli attori (ne sono morti 2 da quando la pellicola è stata completata) e in cui la gente canta in chiesa finché raggiunge un orgasmo ”. Nel luglio del 1972, quando il film debuttò al Carib Theatre di Kingston alla presenza del Primo Ministro giamaicano Michael Manley e della sua fidanzata Beverly Anderson (che aveva un ruolo nella pellicola), l’entusiasmo del pubblico scatenò tumulti fuori e dentro la sala di proiezione. Ma anche a Londra la prima del 3 settembre al Notting Hill Gaumont diventò un evento e scatenò una fascinazione collettiva per l’isola caraibica e per la sua musica (lo stesso accadde in seguito anche negli Stati Uniti).

Fino a quel momento, come lo stesso Cliff ha ricordato molti anni dopo in un’intervista al Guardian, il reggae, lo ska e il rocksteady, in Occidente, erano stati percepiti come generi novelty. Come musica esotica, piacevole, accattivante ma priva di un vero spessore artistico: e proprio Blackwell, cresciuto in Giamaica, ne era stato il 1° importatore nel Regno Unito portando al successo nel 1964 la versione del classico doo-wop My Boy Lollipop, interpretata dalla teen ager Millie Small. The Harder They Come era tutt’altra cosa: un juke box che nel suo scintillante contenitore raccoglieva brani cantati da Cliff (4 canzoni su 10) e altri blockbuster giamaicani che oltre confine non avevano ancora avuto modo di farsi ascoltare. Autentico roots reggae, con testi che parlavano d’umiliazione e voglia di riscatto, di gangster e uomini di legge, di vite di stenti mitigate dalla fede religiosa. Insomma, di quella che a Kingston, Giamaica, era la vita vera e di tutti i giorni: febbrile, pericolosa, appesa a un filo. Roba tosta e genuina, per nulla edulcorata anche se il profumo caraibico dei ritmi in levare, delle melodie e di un sound elettrico ricco di echi e rimbombi in cui s’intrecciavano bassi, batterie, organi, chitarre e sezioni fiati, era un aroma irresistibile anche per le orecchie non abituate a quel suono stradaiolo diffuso dai sound system.

C’era Rivers Of Babylon dei Melodians (1970: 8 anni dopo tramutata in un successo eurodisco mondiale dai Boney M), ispirata ai versi della Bibbia; e c’era Johnny Too Bad degli Slickers, gangster song poi ripresa, fra gli altri, da Jim Capaldi, Taj Mahal e John Martyn. C’era Stop That Train, il classico ska/rocksteady anni 60 reintitolato Draw Your Brakes dal dj e cantante Scotty, che nella sua versione dub campionava quella di Keith & Tex di 5 anni prima. C’erano le voci autorevoli delle nuove star della musica giamaicana: Desmond Dekker con 007 (Shanty Town), incisa nel 1967 con gli Aces e diventata la bandiera dei rude boys, i giovani teppisti cresciuti negli slums e artefici di una subcultura importata anche nel Regno Unito; Toots Hibbert con i Maytals, protagonisti della dinoccolata e festaiola Sweet And Dandy e della singhiozzante e ossessiva Pressure Drop, canzone che come lo stesso vocalist aveva spiegato parlava di «giustizia e vendetta fondate sul concetto del karma».

E poi c’era lui, Cliff, che qui rivendicava con forza le sue radici e la sua appartenenza genetica e culturale. Saltellante e spensierata, You Can Get It If You Really Want apriva la sequenza con radioso ottimismo e una sezione fiati in stile Stax di Memphis: anni dopo scatenò una diatriba fra l’interprete e il Primo Ministro inglese Conservatore David Cameron, che se ne era appropriato per una sua campagna elettorale senza riconoscere il peccato originale del colonialismo britannico. Era in pieno contrasto cromatico e tematico con la consapevole amarezza di Many Rivers To Cross, pezzo pubblicato da Cliff nel 1969: una masterclass interpretativa e una delle ballate più belle e struggenti nella storia della musica popolare con una sequenza infinita di cover (UB40, Cher, Annie Lennox e tantissimi altri) e 1 testo autobiografico che citava le bianche scogliere di Dover.

In quel capolavoro intriso di gospel e di soul, Cliff sembrava cedere allo sconforto per poi riprendere coraggio e fiducia in vista dell’agognata meta. Nel tema conduttore scritto apposta per il film su istigazione del regista Henzell e registrato con Gladstone Anderson al pianoforte, Winston Wright all’organo, LinfordHuxBrown alla chitarra solista, RanfordRanny BopWilliams alla chitarra ritmica, CliftonJackieJackson al basso e Winston Grennan alla batteria, mostrava invece il suo volto più risoluto e battagliero lanciando la sua sfida all’ingiustizia e all’oppressione, mentre nella conclusiva e placida Sitting In Limbo – il brano più arrangiato e delicato del disco, con aromi calypso e un intreccio di ottoni, flauto, percussioni e arpeggio di chitarra acustica – si adagiava su un’amaca dondolante per un momento di pausa e di riflessione prima di affrontare un futuro ignoto.

Quelle musiche e quei testi entrarono di prepotenza nell’immaginario di tanti giovani arrabbiati inglesi dell’epoca, contribuendo qualche anno dopo a sancire il legame di sangue fra emarginati di pelle bianca e scura, fra punk e reggae (tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, i Clash pubblicarono Pressure Drop e Joe Jackson The Harder They Come). Eppure Jimmy Cliff non riuscì a godersi quel successo fino in fondo. Lasciò la Island per la EMI proprio nel momento in cui Blackwell ingaggiava la sua nuova star staccando un assegno da 4.000 sterline per portare nel roster della sua etichetta i Wailers e Bob Marley, in cui aveva visto un carisma e una carica rivoluzionaria degni di IvanhoeIvanMartin: anche se era stato Jimmy a interpretarlo sullo schermo, era Bob il suo vero erede.

The Harder They Come, OST (1972, Island)