Che rumore fa la mano di un karateka quando colpisce una pila di mattoni? Nel 1974 è Jorma Kaukonen a porsi la bizzarra domanda inventandosi un termine originale e quasi fumettistico: Quah. È quello il suono onomatopeico che gli viene in mente mentre un giorno, a San Francisco, percorre in auto Market Street e scorge all’interno di una palestra l’amico Mickey Hart (batterista dei Grateful Dead) impegnato in quella prova di forza e di abilità che i giapponesi chiamano Tameshiwari.
Poco dopo, quel vocabolo di fantasia diventa senza alcuna ragione logica il titolo del suo 1° album (quasi) solista: “quasi ” perché la copertina riporta (in 2° piano) anche il nome di Tom Hobson: cantautore, chitarrista e amico frequentato fin dai tempi in cui Jorma bazzicava con Janis Joplin i folk club della Bay Area. Con lui avrebbe voluto condividere equamente onori e oneri dell’Lp: una facciata a testa, non fosse che i discografici della RCA che distribuiscono il disco si oppongono all’idea considerando troppo eccentriche e poco vendibili le canzoni scritte o cantate dal suo partner, un tipo singolare con le orecchie a sventola e grandi occhiali a montatura nera, «magro come un chiodo e fumatore accanito a cui probabilmente restava in funzione un solo polmone» (Kaukonen dixit).

Cosicché nel disco Tom assume un ruolo da comparsa mentre il grande protagonista è il chitarrista dei Jefferson Airplane, la cui vanity label – Grunt Records – gli offre uno sbocco commerciale in un momento in cui il gruppo base si è ormai sgretolato e, rotte le righe, i suoi componenti sono impegnati in altri progetti. Jorma, in particolare, è concentrato sugli Hot Tuna a fianco del grande amico e bassista Jack Casady, con il quale condivide anche il passatempo preferito: il pattinaggio di velocità sul ghiaccio di cui il musicista, d’ascendenze finlandesi ed ebreo-russe, si è appassionato un paio d’anni prima assistendo in tv alle competizioni delle Olimpiadi Invernali a Sapporo, in Giappone, e che ha cominciato a praticare soprattutto in Norvegia volando oltreoceano ogni volta che gli impegni di lavoro glielo consentono. Negli Airplane, Kaukonen sfoderava alla chitarra elettrica sonorità acide, aspre e psichedeliche; in Quah, invece, imbraccia solo chitarre acustiche accompagnando la voce calda e inconfondibilmente nasale con un sofisticato fingerpicking a bassi alternati, ritmico e percussivo, di cui ha perfezionato la tecnica studiando i maestri del genere e in particolare il suo modello ispiratore, quel Reverend Gary Davis deceduto da poco (il 5 maggio 1972) e di cui già nel 1° album, dal vivo e acustico degli Hot Tuna pubblicato nel 1970, aveva ripreso 2 pezzi.

Portano la firma di Davis I Am The Light Of This World e l’arrangiamento del traditional I’ll Be Alright, che Jorma interpreta da solo, interiorizzando – lui ebreo di formazione ortodossa – il messaggio cristiano del cantante e chitarrista cieco originario della regione del Piedmont, messianico divulgatore di un folk blues intriso di gospel e di ragtime che per Kaukonen è lingua sacra. A quell’area musicale appartengono altri 2 standard che decide di reinterpretare nel suo Lp: Police Dog Blues e la prison song Another Man Done Gone. Il 1°, composto da Blind Athur Blake – altro artista non vedente, popolare negli anni 20 del 900 – era già stato inciso da Ry Cooder e da Stefan Grossman e gli offre una convincente chiave interpretativa quando Jerry Garcia gli suggerisce di suonarlo in Mi; attribuito nelle note del disco a Ruby Pickens Tart, Vera Hall, John e Alan Lomax, ma da altre fonti ritenuto di pubblico dominio oppure accreditato direttamente ad artisti quali Johnny Cash, Woody Guthrie, Sonny Boy Williamson e C.C. Carter. Il 2° pezzo, diventa nelle sue mani un fitto dialogo fra voce, 6 corde e 12 corde slide.
L’acustica di Hobson, valido strumentista, si unisce alla sua in un breve strumentale in stile John Fahey, I’ll Let You Know Before I Leave, il cui titolo (“ Ti faccio sapere prima di andarmene ”) viene fuori casualmente durante una conversazione in studio con il fonico Mallory Earl che chiede informazioni sul titolo del pezzo. Voci e chitarre di Tom e Jorma duettano anche nel pungente Blue Prelude del compositore, arrangiatore e pianista anni 40 e 50 Gordon Jenkins, mentre fra le pigre e solari ondulazioni della sua filastrocca Sweet Hawaian Sunshine, Tom è accompagnato dal solo dobro di Gene Tortora (di Kaukonen non c’è traccia).

Jorma si rifà con gli interessi nel resto del disco. Ed è lì che Quah fa 1 scatto in avanti uscendo dal perimetro del puro revival. Soprattutto nei 4 minuti iniziali di Genesis, che resta tuttora il suo pezzo più famoso assieme allo strumentale Embryonic Journey, portato in dote nel 1967 ai Jefferson Airplane. La canzone, spiegherà molti anni dopo lui stesso al giornalista Jeff Tamarkin, è autobiografica: «Parla di un tizio che tradisce la moglie e viene beccato. All’epoca vivevo una vita rock and roll, da cosa nasce cosa e fui costretto a confessare. La buona notizia è che ne tirai fuori una bella canzone; quella cattiva è che non ricordo neppure chi sia la persona che mi spinse a scriverla».
Nella sua contenuta amarezza e nel suo messaggio d’amore, Genesis è 1 brano incantevole e irresistibile. Non ha neppure bisogno di 1 inciso per catturarti, mentre dalla terza strofa alla voce e alla chitarra sapientemente pizzicata dalle dita di Jorma si aggiungono in filigrana e con estrema delicatezza 6 violini, 4 viole e 2 violoncelli. Li arrangia Tom Salisbury e la stessa sezione d’archi (un suggerimento di Mallory a cui Kaukonen oppose inizialmente una certa resistenza) abbellisce altre 2 composizioni originali: Song For The North Star è un’altra accorata e poetica love song ispirata all’allora traballante relazione con la prima moglie, la svedese Margareta (è lei la stella polare del titolo e l’autrice del dipinto in copertina che ritrae un “ angelo volante ”), mentre nella morbida e frastagliata Flying Clouds spiragli di luce sembrano illuminare un cammino buio e tortuoso.

Il mood meditabondo del disco aleggia anche nel sincopato finale di Hamar Promenade, in cui Jorma sovraincide parti di chitarra solista, ritmica e in fingerstyle accompagnando così un flusso di coscienza ispirato da una passeggiata fra le strade dell’omonima cittadina norvegese durante un tiepido inverno che aveva sciolto i ghiacci impedendogli di pattinare. Anche nella vita privata, Jorma si muoveva all’epoca su una crosta di ghiaccio sottile; ed è abbastanza sorprendente che da quelle turbolenze emotive abbia ricavato 1 album così equilibrato e sommesso, mai urlato e anzi quasi sussurrato, che ribadiva un fatto spesso trascurato: Kaukonen non era solo un eccellente strumentista e un autorevole custode della tradizione, ma anche un ottimo autore di canzoni, il cui approccio schivo era lo specchio di un pudore e di una riservatezza che anche nei Jefferson Airplane e in epoca di appariscenti guitar heroes gli suggerivano di restare sempre un passo indietro. In costante dialogo con Casady, che pur presenziando nel ruolo di produttore e in momenti diversi (ottobre 1972, febbraio-maggio 1973, maggio 1974) a tutte le session di Quah ai Wally Heider Studios di San Francisco, nel disco non suonò neanche una nota.
Chiedono spesso ancora oggi a Jorma, in procinto d’intraprendere un tour con cui celebrerà il suo 85° compleanno, perché non abbia più scritto una canzone come Genesis. «Vorrei», è la sua risposta, «ma quel che non vorrei è ritrovarmi nella condizione psicologica di allora». Possiamo capirlo, e perdonarlo, se non s’è l’è più sentita di fare patti con il diavolo e di barattare la fiamma dell’ispirazione giovanile con la serenità mentale e la stabilità conquistate a fianco di Vanessa, la seconda moglie.
Jorma Kaukonen, Quah (1974, Grunt)
