Era l’ottobre del 1962 e il mondo occidentale tremava per il braccio di ferro fra John Kennedy e Nikita Kruscev, nonché la crisi dei missili a Cuba. George Lucas, che 9 anni dopo avrebbe rilanciato Green Onions nel mondo con il film American Graffiti, aveva 18 anni e li stava per compiere anche l’organista ed ex bimbo prodigio Booker Taliaferro Jones Jr., mentre ne aveva 21 il chitarrista Steve Cropper, scomparso lo scorso 3 dicembre a Nashville e lui pure già allora musicista piuttosto navigato.
L’anno prima, aveva riscosso grande successo con i Mar-Keys e con lo strumentale Last Night; e in estate era entrato a far parte quasi per caso del nuovo gruppo di Booker T., gli MG’s, accanto a 2 musicisti di qualche anno più anziani di loro, il batterista Al Jackson Jr. e il bassista Lewie Steinberg, rimpiazzato solo nel 1965 da Donald “Duck” Dunn. Sarebbero diventati la house band della Stax Records, il gruppo residente negli studi di McLemore Avenue a Memphis responsabile della produzione, degli arrangiamenti e del suono di tante canzoni di Rufus e Carla Thomas, di Otis Redding e di Wilson Pickett, di Sam & Dave e di William Bell (Cropper avrebbe poi ottenuto popolarità ancora maggiore nel 1980 grazie a un’altra pellicola, The Blues Brothers di John Landis).

Booker T. & the MG’s
Il midtempo di Green Onions, con quel groove irresistibile nato dal perfetto incastro fra il caldo timbro dell’Hammond M3 di Booker T. e la tagliente Fender Esquire di Steve, li avrebbe catapultati di lì a poco nella stratosfera anche se nel luglio del 1962 quel pezzo era stato relegato sul lato B del singolo di debutto della band che aveva come brano principale Behave Yourself, uno slow blues nato in un torrido pomeriggio estivo dal 1° incontro dei 4 musicisti chiamati in studio a incidere 1 pezzo del cantante rockabilly/pop/country di pelle bianca, Billy Lee Riley. Terminata la session, Booker T., Al, Steve e Lewie (2 neri e 2 bianchi) avevano continuato a suonare lanciandosi in una jam improvvisata che aveva attirato l’attenzione del boss della Stax, Jim Stewart. Fu lui a convincerli a ripeterla altre 2 volte e a catturarla su nastro convinto che avesse un potenziale commerciale.

Steve Cropper
(1941-2025)
In fretta e furia – come sempre accadeva in quelle catene di montaggio musicali che negli anni 60 sfornavano 1 disco dopo l’altro impegnando i musicisti in turni estenuanti di lavoro – la band fu costretta a trovare 1 altro pezzo da incidere sulla seconda facciata del 45 giri: il bandleader si ricordò di una sua variazione sul tema di Help Me, un classico blues di Sonny Boy Williamson che aveva provato qualche settimana prima; e quando – alla terza take – Stewart suggerì di spostare nell’intro una parte dell’assolo di Cropper, 1 degli strumentali più famosi della storia del rock prese la sua forma definitiva. Dato un nome al gruppo (MG’s stava per Memphis Group), mancava il titolo: giocando sul doppio senso del termine “ funky ” (che in gergo musicale afroamericano descrive una musica marcatamente ritmica, ma che nel linguaggio comune significa “puzzolente ”) venne fuori (non è chiaro da chi: Steinberg? Oppure la moglie di Stewart, Estelle Axton?) quel “cipolle verdi ” che prendeva spunto dal 1° titolo provvisorio del lato A. Una volta ancora un ruolo decisivo lo giocarono le radio locali: preso possesso di 1 acetato del disco, furono i dj dell’emittente WLOK a decretare che Green Onions e non Help Me fosse il pezzo da spingere e inserire in alta rotazione in playlist.
Il grande riscontro di mercato – N°1 nella classifica specializzata r&b, N°3 in quella pop, 750.000 copie vendute nel 1° anno di pubblicazione – e la volontà di Stewart di capitalizzare subito quel successo, lo indussero a fare pressioni sul quartetto affinchè consegnasse a tempi record 1 Lp. E così nel mese di ottobre del 1962, mentre in Inghilterra i Beatles debuttavano con il loro 1° singolo Love Me Do, in America la Stax pubblicò con il numero di catalogo S 701 il suo 1° album: Green Onions di Booker T & the MG’s. Sentito oggi, e anche paragonato a opere successive della band, appare forse un po’ semplicistico: materiale da filodiffusione, lounge music da sottofondo. Ma provate ad ascoltarlo con le orecchie d’allora: quella musica esclusivamente strumentale, ritmica e danzabile, parlava a una generazione interrazziale di teen agers che cresceva durante la Space Age (nel febbraio di quell’anno gli Stati Uniti avevano spedito il loro 1° uomo nello spazio, John Glenn) sognando orizzonti infiniti ed esorcizzando con il ballo e il divertimento il terrore nucleare e le tensioni della Guerra Fredda. In più, i 4 erano un’autentica macchina da guerra.

Oltre a essere un mago dell’Hammond, Jones era un polistrumentista che sapeva suonare sax baritono, basso e chitarra e che aveva una visione a 360° della musica. Jackson e Steinberg, impeccabile al contrabbasso come al basso elettrico, erano figli d’arte: il 1°, in particolare, era un maestro del ritmo con una solidità che infondeva sicurezza ai compagni di band, un timing perfetto e un uso magistrale della mano sinistra e del rullante. «La prima drum machine umana», diceva Cropper, che a proposito di sé stesso sottolineava invece la sua capacità di «catturare il feel di una canzone durante la sua nascita, in studio». «Credo», aggiungeva, «che chiunque ottenga il meglio da me quando mi usa come elemento fondante della musica e non come ciliegina sulla torta». In altre parole: tanta sostanza e pochi fronzoli, riff e assoli secchi e incisivi invece di sproloqui solipsistici. Un anti guitar hero senza manìe di protagonismo, rispettatissimo dai colleghi contemporanei e futuri per il gusto sopraffino e il timbro pulitissimo, che con Jones formava un tutt’uno inscindibile.
Lo si percepisce bene non solo in Green Onions, ma anche nell’unica altra composizione originale dell’Lp, Mo’ Onions (in sostanza un’appendice o una continuazione della title track, meno efficace e meno fortunata come singolo), così come nelle sue 9 cover. 2, I Got A Woman e Lonely Afternoon, erano belle riletture di classici del Genius of Soul, Ray Charles; e dallo stesso alveo r&b proveniva l’altrettanto famosa ballad A Woman, A Lover, A Friend di Jackie Wilson. Twist And Shout (Isley Brothers) anticipava di qualche mese su vinile quella dei Fab Four di Liverpool e a tempo di twist si muoveva anche la sbarazzina Rinky Dink del pianista/organista Dave “Baby” Cortez; Stranger On The Shore (fresco mega hit del clarinettista e cantante inglese Acker Bilk) si tuffava anch’essa nelle acque dell’easy listening e Comin’ Home Baby costeggiava il jazz del flautista Herbie Mann, mentre One Who Really Loves You (Mary Wells) pescava nel catalogo della rivale Motown di Detroit e You Can’t Sit Down era un rock and roll fine anni 50 (inciso come strumentale dai Bim Bam Boos e poi, in versione cantata, dai Dovells).

Il messaggio era chiaro: per Booker T. & the MG’s, nuovi alfieri della nuova musica strumentale accanto a gente come Link Wray, Duane Eddy e i Ventures, il Memphis Soul non aveva confini e si apriva a compasso su tutte le musiche contemporanee esprimendo gioia di vivere, carica erotica, energia ed entusiasmo giovanile. Fu un lampo, e solo pochi anni dopo quei solchi sarebbero diventati “ american graffiti ” incisi sul muro della memoria collettiva a imperituro ricordo di happy days vivaci, vitali e ottimisti. Dei fremiti d’una generazione rampante destinata rapidamente a perdere la sua innocenza e la sua ingenuità.
Booker T. & the MG’s, Green Onions (1962, Stax)
