«Fu un concerto memorabile e piuttosto estremo, per me. Sia sotto il profilo musicale che personale». Peter Gabriel ricorda ancora distintamente lo show che la sera di venerdì 16 luglio 1982, 1° giorno della prima edizione del WOMAD Festival, lo vide salire sul palco dello Showering Pavilion, un’arena al coperto ubicata nel comprensorio del Bath and West Showground di Shepton Mallet, nel Somerset inglese.

Registrata professionalmente dal suo team, dall’agosto del 2025 quell’esibizione è disponibile sulle piattaforme digitali e ora è stata finalmente riprodotta anche su supporti fisici, Cd con copertina “ vinyl replica ” o doppio Lp nero 180 grammi inciso su 3 facciate con codice per il download ad alta risoluzione. Manca dalla scaletta, anche in questo caso, Shosholoza, cover di 1 brano tradizionale africano forse assente per questioni di copyright; e peccato non si sia approfittato per aggiungere come bonus il breve set di 4 canzoni eseguito il giorno successivo da Gabriel e il suo gruppo con Stewart Copeland dei Police alla batteria e il violinista indiano L. Shankar. Accontentiamoci, allora, di 54 minuti e ½ di una performance magnetica e ipnotica, anche se suono ed esecuzione sembrano fin troppo impeccabili per 1 concerto preparato in soli 4 giorni di prove con una band nuova di zecca (aggiustare e correggere i live in post produzione è un vecchio vezzo – un vecchio vizio – della rock star inglese). E immergiamoci nel clima di quella performance in bilico fra il trionfo e il disastro.

Fu annunciata, all’epoca, come “ un set speciale da festival, con materiale mai apparso prima su album ”: «In circostanze normali», ammette Gabriel, «sarei stato molto nervoso all’idea di suonare alcune di quelle canzoni in pubblico per la prima volta», non fosse che la sua mente era affollata da pensieri più prosaici riguardanti la gestione operativa del festival e «il potenziale disastro finanziario che si prospettava all’orizzonte» (andò esattamente così, data la scarsa affluenza di un pubblico poco stimolato dalla presenza di tanti nomi sconosciuti: al punto che qualche mese dopo Peter fu costretto a chiedere aiuto agli ex compagni dei Genesis, ripianando il deficit grazie agli incassi di 1 concerto reunion che andò in scena al Milton Keynes Bowl il 2 ottobre 1982). 2 mesi e ½ prima, al WOMAD, la sua voglia di scommettere sul futuro e il suo entusiasmo per l’ignoto lo avevano spinto a tentare strade completamente nuove: anche in quella sua breve esibizione a cui spettatori ” dalla mente aperta, coraggiosi e curiosi ” («Un grande pubblico», riconosce Gabriel) si presentarono comunque ben disposti. 10 canzoni, di cui 7 mai eseguite prima in pubblico; e un’anteprima pressoché integrale – a parte Wallflower – del 4° album solista che nei negozi sarebbe arrivato solo a ottobre (in America con il titolo di Security).

Materia ancora plasmabile e work in progress, quindi, eseguita da una band di soldati scelti in tuta da ginnastica nera a strisce bianche e in cui, più delle chitarre di David Rhodes e dello special guest Peter Hammill (il frontman dei Van der Graaf Generator se ne stava in secondo piano anche nel ruolo di corista) risaltavano le tastiere, il drumming agile e muscolare di Jerry Marotta e i futuristici suoni campionati dal Fairlight CMI di Larry Fast, mentre al basso John Giblin (allora nei Brand X accanto a Phil Collins) sostituiva egregiamente Tony Levin, in quel momento impegnato con i King Crimson. E che rispecchiava fedelmente, in quel momento, la duplice anima nera di Gabriel, in senso letterale e metaforico. Il grande amore sbocciato già qualche anno prima per l’Africa, per i suoi ritmi e per il fascino carismatico dei suoi nuovi leader politici e spirituali; ma anche l’interesse per i meandri più tenebrosi e contorti della psiche umana.

Non è un concerto per cuori deboli, quello che dopo i gamelan elettronici, i rituali d’iniziazione dei nativi americani e l’atmosfera sospesa di una San Jacinto già molto simile alla versione definitiva (se non per la presenza di un tappeto percussivo anche nella ieratica sezione finale) si apre all’inquietudine minacciosa di The Family And The Fishing Net (dentro ci sono la poesia di Dylan Thomas, la descrizione di lugubri e vincolanti cerimoniali matrimoniali e sentori di flauti etiopi, oltre a un riff chitarristico finale in odore di rockabilly che verrà escisso dalla take di studio). Lì e nel nevrotico techno-funk di I Have The Touch il basso del compianto Giblin saltella gommoso fra i vigorosi colpi di maglio inferti alle pelli da Marotta. Di mani e di desiderio di contatto umano, come sussurra Gabriel al microfono, parla anche la successiva Lay Your Hands On Me, che prima di diventare il climax drammatico del Security Tour con il tuffo di Peter in platea è già una piccola liturgia laica in cui la banalità del quotidiano si contrappone a un desiderio di comunione e trascendenza (in questa versione la voce rimarca ulteriormente la scansione ritmica delle strofe).

Shock The Monkey è ancora una dark hitin fieri ” accolta in silenzio dal pubblico e con un groove di chitarre ritmiche nello stile di Nile Rodgers, mentre subito dopo è grazie all’ingresso in scena del collettivo di percussionisti ghanesi Ekome che l’esibizione ingrana una marcia in più: outtake d’epoca e brano minore, I Go Swimming suona decisamente più graffiante e incisiva che nella versione del 1983 consegnata ai posteri in Plays Live, mentre a dispetto del rischio di un “ incidente ferroviario ” tra le 2 sezioni ritmiche, la trance avvolgente e il travolgente finale orgiastico di The Rhythm Of The Heat (ispirata alle esperienze dello psichiatra Carl Gustav Jung in Africa) distillano l’essenza del progetto artistico di IV. Oggi poco ricordata e suonata dal vivo soltanto durante il tour del 1982-83 (33 volte, secondo il sito Setlist.fm), Kiss Of Life è un altro rito propiziatorio, un soffio vitale che irradia luce e spinge alla danza prima del messaggio di protesta, di lotta e di speranza affidato a Biko (unica registrazione già edita insieme a quella di I Have The Touch, entrambe incluse nel 2022 in un’antologia di artisti vari anch’essa intitolata Live At WOMAD 1982).

Si completa così questo souvenir da una lontana sera d’estate inglese, ricordo di un quadriennio fantastico, 1980-83, durante il quale Gabriel (in parallelo ai Talking Heads affiancati da Brian Eno) affidò la sua anima al ritmo cercando nelle viscere e nel cuore misterioso della Madre Africa una risposta e una risoluzione alle sue nevrosi e ai suoi dubbi di uomo occidentale contemporaneo. Neppure lui, in futuro, sarebbe mai più stato così visionario, intrepido e avventuroso.