Io avrei voluto scrivere un libro su David Bowie. Ma su cosa esattamente? Da dove sarei dovuto partire? Il 10 gennaio scorso ricorrevano i 10 anni dalla sua scomparsa e io avevo conferito al triste evento un peso più “ da fan ”, dispiaciuto di non averlo mai potuto vedere dal vivo né tantomeno intervistare.
Di Bowie ho parlato diffusamente in questi anni fra articoli, video e anche nei 2 libri che ho potuto scrivere insieme ad altri autori, ma mai solo di lui. La voglia e l’ambizione di scrivere qualcosa di unico e significativo probabilmente avrebbero lasciato il posto a un foglio bianco o, peggio ancora, a un foglio riempito di appunti e di spunti senza una direzione ben precisa. Quando però negli ultimi mesi del 2025 Ezio Guaitamacchi, mio Maestro prima di tutto nonché direttore della collana musica della Hoepli, mi ha chiesto quali fossero le uscite in vista di una ricorrenza così importante legata a David Bowie, ho iniziato a ragionare diversamente. Anzi, forse ho iniziato a ragionare davvero. E ho cominciato a fare alcune ricerche. Il miglior risultato mi ha condotto all’ultimo libro di Paul Morley, che conoscevo già per The Age Of Bowie pubblicato nel 2016. Mi sembrava un’ottima idea da sottoporre, sia per la sua esperienza come giornalista musicale e non solo, sia perché è stato fra i consulenti della mostra David Bowie Is, che io vidi nel 2013 al Victoria & Albert Museum di Londra e rividi quando passò in Italia al MAMbo di Bologna.

La seconda volta Bowie non c’era più, ma il valore di quell’esposizione era rimasto intatto. Quello di David, invece, è cresciuto di anno in anno, anche se la vera peculiarità che gli ho sempre riconosciuto è una: essere stato sempre riconoscibile in tutte le sue innumerevoli anime. Sai che è sempre lui: “ avverti la sua presenza ”, persino quando lo puoi sentire solo per pochi attimi in Reflektor degli Arcade Fire, o come quando incontrai per la prima volta la sua voce ascoltando Under Pressure, che per me era la seconda traccia del Greatest Hits II dei Queen: compresi subito il grande valore della band e l’altrettanto grande talento di Freddie Mercury, ma rimasi affascinato da quell’altra voce che cantava nello stesso brano, per poi scoprire che era quella di David Bowie. Ero bambino, nessuno me l’aveva detto, ma nel 1991/1992 ero già in età scolare e dunque sapevo già leggere e scrivere da qualche anno.
Bowie non è stato il mio 1° artista preferito, ma lo è diventato in modo naturale e inconsapevole. È come “ l’artista della maturità ”, che ho approfondito dopo i primi anni quando da Lucera, provincia di Foggia, mi sono trasferito a Milano per intraprendere gli studi universitari completamente sconnessi dalla musica e, tantomeno, dall’universo bowieano. Correva l’ottobre del 2001 e qualche mese dopo acquistai The Best Of David Bowie 1974/1979 all’allora Ricordi Mediastore in Galleria Vittorio Emanuele II, dopo aver ascoltato alcuni brani di quel periodo. Successivamente avrei iniziato ad ascoltare gli album veri e propri, da Hunky Dory in poi, fino ad andare ancora più a ritroso e a proiettarmi nuovamente in avanti.

Leonardo Follieri
Alla fine, la mia idea di tradurre il libro di Paul Morley è piaciuta: l’ho potuto leggere e tradurre prima che uscisse nel Regno Unito e sono ancora più orgoglioso del lavoro svolto su David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo (Hoepli, 368 pagine, € 22.90). Ho cercato di rispettare lo stile dell’autore, di rendere giustizia alle sue parole in riferimento a Bowie nel momento in cui parte con una sorta di flusso di coscienza, sconfina in toni da romanzo e poi va dritto al punto quando racconta la sua storia senza tralasciare nulla di ciò che ha vissuto (in senso artistico e non) punteggiando il racconto con un’efficace descrizione della sua personalità curiosa e inquieta. Il suo approccio è stato per certi versi naïf : sapeva tanto o forse tutto dell’artista londinese dopo aver avuto accesso all’archivio in funzione della mostra; ma si è messo a guardare e a riguardare alcuni video su YouTube: non solo quelli più noti o con le esibizioni, ma anche quelli con le interviste. E allora ha ricostruito il periodo storico in cui tutto è avvenuto, soffermandosi proprio su quei momenti che diventano pretesti per spiegare qualcosa di più grande: ciò che David Bowie è diventato, ora che siamo suoi orfani da un decennio.
Con il regista d’avanguardia danese Thomas Vinterberg, tra i fondatori del collettivo cinematografico Dogma 95, David è serissimo, mentre con la conduttrice e comica Ellen DeGeneres balla sulle note di Rebel Rebel che introducono la sua ospitata; e poi parla della figlia all’epoca bambina, imitandone anche la voce. Bowie è tante cose e tutto ciò si riflette nella sua musica. Vale la metafora del pittore che ha a disposizione un’infinita tavolozza di colori: lui li ha usati tutti ed è andato anche oltre. E gli incontri si sono rivelati fondamentali: come quello con il produttore discografico Tony Visconti che ha incanalato un talento apparentemente pieno d’idee ma mai completamente in grado di finalizzarle al meglio.
E poi anche le città dove ha vissuto sono state per lui molto importanti. A Los Angeles, ad esempio, ha conosciuto la devastazione per abuso di cocaina, ma lì ha concepito un disco sottovalutato (seppur non dai bowieani) perché di transizione, come Station To Station. E ha partecipato come protagonista al film L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg da vero alieno alienato, visto il periodo che stava vivendo con un peso di 41 chili per 1.79 metri d’altezza. È bello poi scoprire che nell’ultima fase, nei pressi di Woodstock, era definitivamente rinato. Si era trasferito lì su consiglio della bassista Gail Ann Dorsey e la prima volta che portò nella nuova casa la moglie Iman e l’allora figlia piccola Lexi, fece ascoltare loro i Lieder di Richard Strauss come se fosse la musica adatta a quel contesto nonostante fosse stata scritta molti anni prima, ma era comunque la miglior introduzione alla nuova vita. Ecco, io quest’ultima cosa non la sapevo e non ha cambiato realmente la mia percezione di Bowie, o forse sì: perché mi immagino anche il lavoro svolto sugli ultimi album prima che ci lasciasse; e mi fa pensare a come aveva preferito agire in precedenza, e viceversa. Paul Morley lo spiega meglio di me che Bowie aveva giocato molto nel corso degli anni con la sua immagine; e che lo avevamo sempre visto nelle sue copertine, eccetto le ultime 2: da onnipresente icona visiva a significativa assenza, anche se lo avremmo comunque visto nei video dei singoli.

Incredibile com’era spiazzante David Bowie. Come riusciva a essere vicinissimo al suo pubblico, a chiunque s’imbattesse nella sua arte ma, allo stesso tempo, a rimanerne distante. La verità è che ogni volta, di lui, penso di non sapere niente. Ma non la vivo male, né la vivo come una gara a chi ne sa di più. So solo che ogni volta voglio saperne sempre di più e allora mi vado a riascoltare dischi che magari non ascolto da un po’, perché so che lui c’è sempre e la sua musica c’è stata anche in alcuni momenti più complicati dal punto di vista personale. Paul Morley mi ha anche spiegato personalmente, in un’intervista fatta in collegamento video, come ha lavorato su questo libro che nel titolo originario conteneva un verso di una canzone a me molto cara: ” Far above the world “, da Space Oddity. E da lì, ad esempio, avrei voluto approfondire con lui alcuni discorsi proprio su quel brano. Anzi, inizierei da lì per poi spostarmi sulla mitica epopea di Ziggy Stardust e così via.
Io avrei voluto scrivere un libro su David Bowie e magari un giorno lo farò, ma tutto quello che ho fatto riguardo a lui è venuto sempre al momento giusto e riuscire anche solo a trasmettere un minimo di quella passione a chi mi ascolta è, per me, un piccolo e prezioso traguardo che custodisco nel cuore, per poi cercare di restituirlo al meglio e in altre forme ad altri che vorranno sapere qualcosa in più di David… sperando, allo stesso tempo, che chi sa qualcosa in più di lui che io non so, voglia condividere con me il mio stesso gusto della meraviglia, continua e costante.
