In una rubrica come questa, che vede affrescate le molteplici manifestazioni del visivo inteso come linguaggio universale, sarebbe ingenuo tacere il potere dell’assenza figurativa, insospettabile ed efficacissimo veicolo comunicativo. Controparte e apparente ” vendetta ” dell’immagine, l’iconoclastìa si configura piuttosto come migliore alleata della produzione visiva, ” ripulendo ” una società dall’estrema saturazione percettiva.

Il paradosso è banalmente risolvibile. Nel momento in cui un gruppo umano si spoglia delle manifestazioni grafiche, nasce fra i suoi componenti la volontà di recuperare quanto perduto. Dal latino de sidera, il desiderio sorge come “ lontananza dalle stelle ”. In un’epoca come questa, afflitta dall’overload visivo, non c’è dunque da stupirsi se i comunicatori e i brand mirano a una comunicazione praticata per sottrazione.

Il fenomeno che vi ho appena tratteggiato, consente una più ampia riflessione sull’evolversi della produzione artistica umana, nel perpetuo scontro fra lo zeitgeist (lo spirito del tempo) e gli individualismi, lungo la linea di quella Storia sempre simile, forse mai identica. Che si propenda per una visione storicistica piuttosto che un approccio scientifico, entrambi i fronti della barricata hanno grandi debiti epistemologici (relativi cioè allo studio filosofico della conoscenza, in particolare scientifica) nei confronti delle passate generazioni di studiosi. Le concezioni idealistiche dello storico dell’arte svizzero Heinrich Wölfflin (1864-1945) si fondano su un’inevitabile ciclicità della Storia,  fenomenologia degli stili data dall’alternarsi di fasi ben determinate, analoghe a quelle che riconosceva Polibio nel susseguirsi delle forme di Governo.

Ben diversa l’ipotesi antropologica dello storico dell’arte austriaco naturalizzato britannico Ernst Gombrich (1909-2001), che descrive l’evoluzione degli stili come imprevedibile frutto delle relazioni fra il pubblico e gli artisti orientati alla desiderabilità sociale. Nel suo libro La logica della fiera della vanità pubblicato nel 1982, l’autore individua i meccanismi psicologici che guidano il lavoro dell’artista: prima impegnato a uniformarsi allo stile ufficiale, poi ad estremizzarlo pur d’ottenere il plauso e l’ammirazione.

Lo stilista Martin Margiela (4° da sinistra) negli Antwerp Six

Trasponendo senza troppo sforzo la visione di Gombrich al nostro presente, ecco che l’overload visivo della vita digitale corrisponde all’evoluzione di quella visione già riconosciuta dallo studioso. Unica differenza: l’inedito mezzo digitale, tuttavia già tenuto in considerazione dalla tecnologia e dalla moda. Il branding per sottrazione che ad esempio si riconosceva negli anni 80 nel gruppo degli Antwerp Six, i 6 stilisti di Anversa fra cui annoverare Martin Margiela e le sue etichette minimaliste, altro non è che una naturale evoluzione “ iconoclasta ”, volta ad avversare l’estremizzazione del precedente paradigma formale.

Parlando sempre d’iconoclastìa la cantautrice, rapper e performer milanese Myss Keta, da me una volta intervistata, ha tenuto a precisare: «Questo mio lavoro anti-immagine, all’interno della società dell’immagine, è sorto in maniera inspiegabile e viscerale. Posso dire anche di essere sempre stata un’amante delle provocazioni e degli estremismi espressivi. Cosa c’era di più provocatorio dell’offrirsi in pasto a una società fondata sul visivo che senza il proprio volto?».

Myss Keta