«Se questo disco non vende 1.000.000 di copie, io mollo tutto e cambio mestiere». Nella primavera del 1986, allo Studio B dei Sunset Sound di Los Angeles, mentre in un radioregistratore da quattro soldi infila una cassetta per farla ascoltare ai papaveri della Geffen Records, T Bone Burnett sembra sicuro del fatto suo: il 1° album solista di Peter Case sarà un grande successo (l’episodio è raccontato dallo stesso Case sul suo sito Internet e nelle note della ristampa Omnivore su Cd del 2016).
Giusto qualche mese prima, con King Of America, T Bone aveva condotto per mano l’ex new waver inglese Elvis Costello in un viaggio al centro della musica americana circondando il suo songwriting squisitamente britannico di chitarre acustiche, mandolini e fisarmoniche; e mettendogli a fianco nientemeno che la sezione ritmica della TCB Band, il gruppo che aveva affiancato Elvis Presley dal 1969 e fino alle sue ultime apparizioni sul palco. E adesso, coadiuvato da 1 giovane ed emergente fonico e produttore come Mitchell Froom, applicava lo stesso trattamento alle nuove canzoni del 32enne americano di Buffalo trapiantato in California, alle spalle un passato da punk rocker con i Nerves e da energico ambasciatore del power pop con The Plimsouls (quelli di A Million Miles Away).

Peter Case (ultimo a destra) nei The Plimsouls
2 anni prima, Peter aveva capito che qualcosa in lui era cambiato per sempre. Se n’era accorto un giorno mentre stava tranquillamente seduto al bancone di un bar sul Sunset Boulevard a bere caffè, fumare sigarette Camel e fare parole crociate sul Los Angeles Times, quando di colpo gli era balenata in testa la prima strofa di 1 brano su una coppia di amanti scomparsa per sempre dopo essersi addentrata in un bosco. Tornato in auto a casa a Laurel Canyon e afferrata la Hummingbird che giaceva sul divano, aveva completato in 5 minuti quella ballata folk per voce, chitarra acustica e armonica: era Walk In The Woods, il pezzo che avrebbe dato l’impronta a 1 album diverso da tutti i suoi precedenti. «Allora», ha ricordato, «cominciavo ad ascoltare la musica in un modo completamente nuovo. Era un momento di sconvolgimento personale, musicale e spirituale […] Mi sembrava di avere infranto un codice, e quella canzone diventò la base di qualunque altra cosa avrei fatto da lì in poi. Lo è stato per molto tempo».
Walk In The Woods aveva fascino e mistero: un briciolo di Picnic ad Hanging Rock (il film diretto da Peter Weir) e un pizzico di Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry; l’incipit di 1 romanzo Southern Gothic e un umido clima sudista di cui erano impregnate anche molte altre delle nuove canzoni tra folk, blues e rockabilly, per chitarra acustica e armonica, di Case. I Shook His Hand, che aveva composto su un treno diretto a San Antonio, ricordava il giorno in cui, a 5 anni, aveva stretto la mano al Presidente John Fitzgerald Kennedy e rievocava altre vittime dell’America reazionaria come suo fratello Bobby e Martin Luther King. Small Town Spree, trasfigurata da un magnifico e pittorico arrangiamento per quartetto d’archi ideato da Van Dyke Parks, raccontava i furti di un piccolo criminale di provincia finito sulle prime pagine dei giornali locali.

Icewater era 1 blues acustico che prendeva in prestito la parte musicale da 1 maestro del genere, il texano Lightnin’ Hopkins. Horse And Crow (con John Hiatt ai cori) era la storia di un viaggio on the road e un omaggio ai “ giorni spensierati ” irrimediabilmente trascorsi (non avrebbe affatto sfigurato in Scarecrow di John Mellencamp, l’anno prima). E Satellite Beach commemorava un’altra escursione in auto in direzione del piccolo villaggio della Florida che intitola la canzone passando per il New Mexico e l’Alabama, Albuquerque e Mobile, prima di raggiungere un motel di fronte a Cape Kennedy, mentre il Challenger era in rampa di lancio: in quel periodo, Case consegnava automobili in giro per l’America per conto di un’agenzia di noleggio.
Lì (e in More Than Curios, l’inciso più pop del disco introdotto da strofe dal sound denso, moderno e nebbioso) squillava la chitarra di Mike Campbell, punta di diamante degli Heartbreakers di Tom Petty, mentre in Old Blue Car, robusto rock and roll inciso in una sola take, lo sostituiva all’elettrica Fred Tackett affiancato da Jim Keltner alla batteria e dall’ex sideman di Presley, Jerry Scheff, al basso: Peter l’aveva scritta con Marvin Etzioni dei Lone Justice e con l’ex moglie Victoria Williams, in omaggio all’auto di un amico usata come taxi e che lui e gli altri membri dell’Incredibly Strung-Out Band utilizzavano per spostarsi intrattenendo i clienti e i passanti con i loro concertini (si guadagnò nel 1987 una nomination ai Grammy Awards e resta tuttora una delle sue canzoni più popolari).

Anche in molti altri pezzi di 1 disco prevalentemente acustico come Peter Case la sezione ritmica, la batteria e le percussioni assumevano un ruolo da protagonisti: nella claustrofobica Three Days Straight, il kit di Jerry Marotta dialogava con una Linn Drum da lui stesso manipolata e programmata in modo da creare scansioni ritmiche imprevedibili, sconnesse e aggrovigliate (rinforzate anche dal tamburo indiano di Warren “Tornado” Klein: con lui, la Williams – qui ai cori – e Gurf Morlix, si ricostituiva l’effimero quartetto che aveva preceduto l’esordio solista di Peter); in Steel Strings, parabola su 1 famoso gruppo rock in disarmo, a scandire il ritmo era una steel drum caraibica; e in Echo Wars (1 dei 4 pezzi cofirmati da Burnett) voce, chitarra acustica e armonica si confrontavano con un beat secco, ossuto e quasi tribale.
Negli ultimi solchi del disco, un po’ inattesa, spuntava l’unica cover : Case aveva ascoltato Elvis Costello cantare A Pair Of Brown Eyes di Shane MacGowan una sera a Los Angeles nella camera d’albergo di Burnett e aveva chiesto il permesso di registrarla ancora prima che la versione dei Pogues venisse pubblicata: incisa con T Bone alla chitarra acustica, Van Dyke Parks all’organo, David Miner al basso e l’ex leader dei Byrds, Roger McGuinn, alla Rickenbacker 12 corde, la sua versione conserva un profumo d’Irlanda ed è in sintonia con i temi di peccato e redenzione, d’amore e guerra affrontati in Peter Case. Che a dispetto dell’ottimistica profezia di Burnett e nonostante il plauso della stampa (l’influente critico del New York Times, Robert Palmer, lo indicò come suo album preferito del 1986) restò nei cassetti della Geffen per 9 mesi, rischiò di non uscire del tutto e quando finalmente arrivò nei negozi non riuscì a conquistare il grande pubblico.

Per fortuna i protagonisti non ne uscirono con le ossa troppo rotte: Burnett rivide i suoi propositi diventando un produttore richiestissimo dopo il grande successo riscosso con la colonna sonora del film O Brother, Where Art Thou? (Fratello, dove sei?) di Ethan e Joel Coen; Case continua a fare dischi e a suonare dal vivo (lo scorso novembre è stato in Italia con Sid Griffin dei Long Ryders) e quel suo 1° Lp solista è passato alla storia come un pilastro fondante di 1 genere oggi identificato con un termine autoesplicativo: Americana.
Peter Case (1986, Geffen)
