La vita intensa e avventurosa di Shawn Phillips, che oggi ha 83 anni e dopo una lunga permanenza in Sud Africa si è trasferito dal 2016 con la moglie in Kentucky, sarebbe zeppa di materiale prezioso con cui imbastire 1 biopic, o quanto meno 1 documentario.

Nato nel 1943 a Fort Worth (la Cowtown texana famosa per il commercio del bestiame), figlio di un celebre scrittore di romanzi gialli e nipote di un funzionario della CIA, ha cominciato a girare il mondo da piccolo a seguito della famiglia: vivendo a Tahiti, oltre che in Texas e in California, dopo un periodo trascorso in Marina. Dal 1967 al 1980 ha vissuto a Positano, diventando un nome familiare a chi in Italia ascoltava rock e dintorni. Nella sua dimora sulla costiera amalfitana e nel suo home studio ospitava allora James Senese, Tony Esposito, Edoardo Bennato, Alan Sorrenti, sua sorella Jenny e gli altri esponenti del nascente Neapolitan Power; scriveva musiche da film (Una macchia rosa di Enzo Muzii, 1969, con Giancarlo Giannini e Valeria Moriconi), finiva regolarmente sulle pagine di Ciao 2001 e si ascoltava con frequenza nei programmi radiofonici della Rai, grazie soprattutto al suo amico Raffaele Cascone che “ passava ” i suoi pezzi a Per voi giovani e a Popoff. Era un giovane beatnik innamorato di Jack Kerouac, il prototipo dell’hippie da copertina, carismatico e di bell’aspetto: alto, magro, con una cascata di capelli lisci color castano chiaro che gli cadevano oltre le scapole, avrebbe avuto il look perfetto per interpretare Jesus Christ Superstar (e infatti fu ingaggiato per recitare il ruolo nel musical che sarebbe andato in scena a Broadway: rinunciò per altri impegni e per disaccordi sui termini contrattuali).

Una delle sue foto più suggestive lo ritrae di spalle sulla copertina dell’album Second Contribution, avvolto in una lunga mantella nera e accovacciato su un arido terreno pietroso, mentre dietro la sua sagoma geometrica spunta il manico di una chitarra a 12 corde. In realtà quello non era il suo 2° ma 4° album, che la A&M Records aveva distribuito nei negozi nel 1971 venendo meno alle intenzioni originarie dell’artista: per Phillips avrebbe dovuto far parte di una trilogia di Lp pubblicati simultaneamente e in cui le sue canzoni pop-folk si mescolavano a composizioni di struttura classica e a poesie recitate con sottofondo musicale. Uscì invece separatamente e a mesi di distanza da Contribution anche se, come lo stesso Shawn ha spiegato nel 2006 a Todd Whitesel della rivista Goldmine, quei due dischi «si intrecciano inestricabilmente tra loro, perché il materiale fu tutto scritto nello stesso periodo quando vivevo a Positano, in Italia, in un monolocale con delle finestre gotiche di oltre 2 metri che sovrastavano il Mediterraneo e si affacciavano sulle più alte montagne del Sud Italia» (quella casa apparteneva al “ falegname-filosofoGiulio Gargiulo).

In quell’ambiente magico e quasi ultraterreno, immerso in un silenzio interrotto solo a Natale dal suono delle zampogne e dei tamburelli, poteva lasciarsi andare immergendosi nel suo “ spazio interno vuoto ” (come ha raccontato a Cascone in 1 articolo apparso nell’agosto del 2021 su Positano News), fino a quando dal suo corpo e dalla sua mente musica e parole emergevano spontaneamente e indissolubilmente legate fra loro. Accadde anche con le canzoni di Second Contribution: tracce base registrate in una sola take, voce e strumenti fissati su nastro nello stesso momento. E proprio rivolgendo lo sguardo alle cime dei monti e al Mediterraneo sotto di lui, Phillips compose Looking Up, Looking Down, il brano che sul 2° lato dell’Lp segue senza soluzione di continuità Song For Sagittarians: quello, un funk rock in cui la sua voce capace di estendersi su 3 – qualcuno dice 4, persino 5 – ottave s’inerpicava in falsetto verso altitudini rarefatte; questa, una ballad soul jazz con il ronzante effetto fuzz applicato alla sua chitarra. Composizioni ricche e sofisticate di 1 disco a cui Phillips aggiunse sovraincisioni di voce, chitarra, sitar e i contributi d’una dozzina di ospiti.

«Nella sua struttura di base ogni pezzo rimaneva fedele alla mia composizione originale», ha spiegato a Goldmine, «anche se a tutti i musicisti ho lasciato la libertà di suonare qualunque cosa ritenessero rendesse giustizia al brano». Lo presero in parola, e impressero la loro impronta sul disco, l’amico, etnomusicologo e polistrumentista Anello Capuano (a cui nel 1972 avrebbe intitolato una canzone) e un bel drappello di nomi noti nel circuito rock e fusion tra cui i chitarristi/bassisti Jim Cregan (poi nei Family e a fianco di Rod Stewart) e Barry Dean (Brian Auger’s Oblivion Express), il batterista Bruce Rowland (nella Grease Band di Joe Cocker e poi nei Fairport Convention) e Paul Buckmaster, giovane tastierista e quotatissimo arrangiatore orchestrale che aveva lavorato con i Bee Gees (Odessa), con David Bowie (Space Oddity) e con Elton John (Your Song, l’album Tumbleweed Connection): grazie anche a loro, Second Contribution diventò un magnifico arazzo di suoni con fitti intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, pianoforte e organo Hammond, basso, batteria, archi, fiati e percussioni.

Una ricca tavolozza di colori a cui Phillips – definito da qualcuno come «un incrocio fra Donovan [di cui era stato stretto collaboratore] e Tim Buckley ma con superiori abilità chitarristiche» – attingeva per dipingere i suoi quadri impressionisti e colorare i suoi flussi di coscienza. Ascoltata oggi, la sua musica continua ad affascinare e a sbalordire: difficile, o impossibile, trovare qualcun altro capace come lui di far convivere nello stesso disco pop song panoramiche e orchestrali degne di Jimmy Webb, il sapore antico dei madrigali, delle ballate folk e pezzi che avrebbero fatto la loro figura nella colonna sonora di una pellicola blaxploitation degli anni 70, non fosse che a crearli era stato l’archetipo del white boy. Perfetti per un viaggio mentale a occhi chiusi, ma anche per sonorizzare film e balletti: al punto che alle Olimpiadi Invernali di Pechino, nel 2022, i giovani giapponesi Riku Miura e Ryuichi Kihara, recenti vincitori di 1 medaglia d’oro olimpica a Milano Cortina, scelsero proprio Woman, il pezzo iniziale di Second Contribution, per accompagnare 1 dei loro esercizi di pattinaggio artistico su ghiaccio (ce lo ricorda Fausto Narducci, in 1 pezzo pubblicato 4 anni fa sul sito Visto dal basso).

Come ne siano venuti a conoscenza, non ve lo sappiamo dire. Sappiamo però che il vero e chilometrico titolo di quel brano condensa una mini sceneggiatura ed evidenza una volta di più il rapporto speciale che Phillips aveva con l’Italia: She Was Waiting For Her Mother At the Station In Torino and You Know I Love You Baby But It’s Getting Too Heavy To Laugh era l’incipit spettacolare dell’Lp, una melodia lunare ed evocativa senza inciso introdotta da 1 sussurro in lontananza, prima che alla voce robusta e imponente di Shawn si aggiungessero in un crescendo drammatico e cinematografico orchestrato dall’arrangiatore inglese Ian Green gli altri strumenti, 1 alla volta: prima 1 tamburo, poi 1 chitarra acustica, 1 basso elettrico e 1 pianoforte, infine la batteria, i fiati e gli archi. Neanche il tempo di respirare e partivano in sequenza Keep On, Sleepwalker e Song For Mr. C, melodie soul, ritmiche funk e accenti jazz con il basso corposo in primo piano, la chitarra col distorsore, assoli d’organo e scat vocali.

Passavano 13 minuti prima che The Ballad Of Casey Diess introducesse il 1° stacco nel flow del disco: rimane la canzone più celebre di Phillips, da lui composta in memoria di un amico fraterno colpito mortalmente da un fulmine appena prima che Shawn entrasse in studio; una ballata aperta da un arpeggio di chitarra acustica delicato e barocco che ancora una volta procede per accumulazione (chitarra elettrica e fuzz, viola, vibrafono, tromba) fra variazioni sul tema e riprese del tema conduttore. Diess vi è raffigurato come “ un uomo dai lineamenti giovanili ”, “ un ragazzo dagli occhi tristi che osserva quel che ha attorno ma guarda dentro di sé ”, assumendo i contorni di un personaggio mitologico “ con una stella tra gli occhi ” e che “ nelle mani teneva la lama di un’ascia/il simbolo greco del tuono e del fuoco ”. Colto, curioso e aperto a ogni genere d’influenza, Phillips amava i riferimenti alla cultura classica, nei testi e nelle musiche, e vi ritornava nel 2° lato del disco fra i pizzi e i merletti di Remedial Interrumption e il composto rigore dello strumentale F Sharp Splendor orchestrato da Buckmaster, mentre la maestosità di Schmaltz Waltz si tingeva di prog e di King Crimson. La chiusura del disco la affidò invece a 1 brano d’impianto più tradizionale: un folk acustico, potente e spettrale intitolato Steel Eyes, serenata d’addio a una donna misteriosa, sfuggente e impalpabile in un susseguirsi di pause e di riprese, con un malinconico e solitario fischiettìo in finale che sembra un piano sequenza in dissolvenza prima che un ultimo, fragoroso accordo sospeso amplifichi il senso di vaghezza e di mistero.

Si capisce perfettamente, allora, l’intento di Phillips, spiegato nella sua intervista a Goldmine: «Volevo che la gente potesse mettere su il disco e galleggiare via, sull’onda delle immagini che la musica induceva nelle sue menti. Non per 3 o 4 minuti, che erano allora la durata media di una canzone, ma per 20 minuti, come se stesse ascoltando un’opera sinfonica. Senza interruzioni, finché non si arriva alla conclusione dell’Lp». Un’idea ambiziosa e autenticamente “ progressiva ”, eppure senza le derive pretenziose di certa musica del periodo: cose che potevano succedere nel 1971, soprattutto se a 28 anni ti trovavi lì, a Positano, lontano dalla casa discografica e dalle pressioni esterne, a contemplare quel mare e quelle montagne.

Shawn Phillips, Second Contribution (1971, A&M Records)