Zazzera folta e scura, basettoni, mascella larga e tratti somatici marcati alla Joe Don Baker, Tony Joe White era un ragazzone ben piantato del Sud degli Stati Uniti che avrebbe potuto sfondare a Hollywood e che anche nel music business non poteva restarsene nascosto a vita dietro le quinte a scrivere canzoni per altri. Diventò “ la volpe delle paludi ”, il pioniere di quello swamp rock che fece la fortuna dei Creedence Clearwater Revival di John Fogerty: un Salgari della California settentrionale che nel bayou non c’era mai stato, ma sapeva benissimo come raccontarlo in musica. Tony Joe non era da meno: dalla sua mente e dalla sua penna sono uscite Rainy Night In Georgia, che il vocalist r&b afroamericano Brook Benton portò altissima in classifica nel 1970; e Polk Salad Annie, cavallo di battaglia irrinunciabile del tardo Elvis Presley immortalato quello stesso anno nel disco dal vivo On Stage.
In 3 minuti e 37 secondi d’incalzante rock and roll, quella canzone dipingeva uno scorcio di vita Southern degno di un quadro di Norman Rockwell, di un romanzo di Flannery O’Connor o di una canzone di Bobbie Gentry, soprattutto quella Ode To Billy Joe da cui Tony, ascoltandola un giorno alla radio, era rimasto letteralmente folgorato riconoscendosi immediatamente in quei personaggi, in quelle storie, in quelle atmosfere. Fu un lampo (il 2°, dopo l’ascolto di 1 disco del bluesman Lightnin’ Hopkins) che gli illuminò la strada da seguire. Partì da lì, White, e dalle esperienze giovanili di vita vissuta in una piantagione di cotone a Goodwill, nel Nord Est della Louisiana a poche miglia dall’Arkansas e dal Mississippi, per raccontare quella storia di una ragazza cresciuta in una famiglia povera che per cena consumava insalata d’uva turca (la filotacca o polk salad, appunto: una pianta selvatica che perde la sua tossicità solo dopo essere stata bollita), abbastanza tosta però da saper tenere a bada i malvagi alligatori che si erano mangiati sua nonna, energica e determinata come la madre, che aveva sempre lavorato sodo al contrario del padre, pigro e scansafatiche; e dei fratelli, capaci soltanto di rubare angurie dall’orto dei vicini.

Tony Joe White
1943-2018
I discografici della Monument di Nashville (la piccola ma agguerrita etichetta indipendente per cui avevano inciso Dolly Parton e Roy Orbison) temevano che quel testo risultasse incomprensibile al resto degli Stati Uniti e del mondo. Eppure il singolo, registrato negli studi B della RCA a Nashville in 2 sole takes, nel 1968 si guadagnò un posto nella Top 10 della Billboard Hot 100 dopo aver fatto innamorare certi dj radiofonici di Houston, di San Antonio, di Dallas e poi di Los Angeles: recuperarlo per l’album Black And White diventò a quel punto una scelta obbligata; anche perché, lì dentro, c’era l’essenza del White-pensiero e del White sound. Un suono robusto e grintoso, un country funk pulsante e bruciato dal sole, annerito di blues e di rhythm & blues, indolente e strascicato come una parlata del Sud e impeccabilmente tradotto sul pentagramma da un bel poker d’assi del giro Nashville Cats/Muscle Shoals come il bassista Norbert Putnam, il batterista Jerry Carrigan, collegando la fida Fender Stratocaster Sunburst del 1965 a un distorsore e a uno dei primi pedali wah wah disponibili sul mercato (lui lo battezzò whomper stomper, perché produceva un rumore simile a un calpestìo forte e potente).
Ad aprire Black And White, album in bianco e nero di nome e di fatto, nei solchi come nella foto di copertina, era un altro vivido e penetrante quadretto di vita sudista (e vengono ancora in mente Rockwell e O’Connor): pigra, afosa, umida e appiccicosa come una rovente giornata estiva in Louisiana, Willie And Laura Mae Jones (portata poi al successo da Dusty Springfield) raccontava di un’amicizia interrazziale fra povera gente, consolidata dal lavoro quotidiano nei campi di grano e di cotone e dalle serate trascorse insieme a cantare e a suonare sul portico di casa. Momenti vissuti “ in un altro posto e in un altro tempo ”, prima che l’urbanizzazione forzata e i pregiudizi razziali scavassero un solco fra i protagonisti, rendendoli consapevoli loro malgrado di avere una pelle di colore differente.

Era un altro colpo da maestro piazzato in una prima facciata da uppercut, nella quale Tony Joe sfoderava anche i ringhiosi funk blues di Whompt Out On You e di Don’t Steal My Love, un’ode alla rivoluzione floreale di San Francisco la cui eco era arrivata anche nella lontana provincia rurale (con la manopola del whomper stomper a tutto volume e il suo groove irresistibile condensato in meno di 2 minuti, Soul Francisco conquistò sorprendentemente prima i disc jockey e poi il pubblico francese aprendo a White le porte del mercato europeo) e una malinconica, ariosa ballata sul wanderlust, quella febbre del viaggio tutta americana che spinge la gente a migliaia di chilometri da casa in cerca di fortuna (Aspen Colorado).
Era degna di un classico di Jimmy Webb, la cui celeberrima Wichita Lineman è l’architrave della seconda facciata di Black And White: una canzone che a dispetto della sua ambientazione nel Midwest, sta perfettamente in bolla con l’immaginario e la sensibilità working class di White, costretto dalla penuria di repertorio originale a riempire i solchi del lato B con cover di pezzi familiari che, secondo Swan e la Monument, avrebbero potuto garantirgli una buona accoglienza da parte delle radio, soprattutto a livello regionale. Da lì la scelta d’includere nel disco brani che era solito eseguire dal vivo: un paio di classici ben interpretati di scuola r&b (Scratch My Back di Slim Harpo, 1965) e Stax soul (la recentissima Who’s Making Love di Johnnie Taylor) e la sensuale Look Of Love di Bacharach-David (altro classico della Springfield); mentre l’unica forzatura, ricordò poi White, fu quella di spingerlo a incidere una versione della ballata romantica Little Green Apples, una hit che poco tempo prima era arrivata in classifica interpretata da ben 3 cantanti diversi (Roger Miller, Patti Page e O.C. Smith) e che Swan infarcì di archi rendendola forse un po’ troppo sdolcinata per le ruvide corde della Swamp Fox.

Anche per questo, Black And White rimane un’affascinante incompiuta, a differenza del di poco successivo …Continued, che contiene solo composizioni originali (fra cui Rainy Night In Georgia e un’altra unghiata di classe come Roosevelt And Ira Lee). Il successo, ancora una volta, arriderà soprattutto ad altri permettendo tuttavia a Tony Joe di vivere comodamente di diritti d’autore continuando a fare la sua musica preferita fin quasi alla fine dei suoi giorni, nell’ottobre del 2018. Restando sempre tutto d’un pezzo, senza grilli per la testa e ostinatamente attaccato ai suoi princìpi. Come le Annie, i Willie e le Laura Mae Jones che aveva conosciuto da ragazzo fra i campi coltivati e le paludi della Louisiana.
Tony Joe White, Black And White (1969, Monument)
