Non so se Vashti Bunyan, nata nel 1945 a Newcastle; e Shelagh McDonald, venuta al mondo nel 1948 a Edimburgo, si siano mai conosciute o frequentate. Di sicuro nelle loro storie esistono curiosi e affascinanti punti di contatto. Promesse non mantenute all’epoca del loro lancio sul mercato e solo tardivamente proclamate regine senza corona del folk revival britannico, sono state entrambe protagoniste negli anni 2000 di clamorosi ritorni in pubblico dopo misteriose scomparse di scena e decenni di vita nomade intervallati da false notizie sulla loro morte. Shelagh a seguito di un brutto trip con l’LSD che le fece perdere temporaneamente contatto con la realtà. Vashti dopo aver letto una stroncatura del suo 1° Lp su un giornale musicale inglese (giurò a sé stessa che non avrebbe più scritto una canzone né toccato una chitarra. Tenne fede alla sua promessa fin quando non si decise a insegnare qualche accordo al figlio 16enne).

Vashti Bunyan
Quel disco era Just Another Diamond Day, pubblicato nel dicembre 1970 dalla Philips nell’indifferenza generale e fuori tempo massimo rispetto agli umori del tempo, ma in seguito ristampato e diventato un autentico cult classic. Vashti lo visse già allora come la sua ultima spiaggia, dopo aver fallito la carriera di cantante pop: 1 singolo per la Decca e 1 per la Columbia, prima che Andrew Loog Oldham, manager dei Rolling Stones e titolare della Immediate Records la prendesse sotto la sua ala convinto di farne la nuova Marianne Faithfull. Le cose andarono diversamente, i suoi provini per la Immediate languirono per anni negli archivi prima di essere recuperati nel 2007 nell’antologia Some Things Just Stick In Your Mind – Singles And Demos 1964 To 1967 (la title track porta la firma di Mick Jagger e Keith Richards) e la giovane cantautrice reagì alla delusione precipitando in uno stato depressivo che i medici cercarono di curare con Librium e Valium, fino a quando con l’artista, amico e futuro compagno Robert Lewis decise d’abbandonare Londra e di partire alla volta della Scozia, impiegando i soldi ricevuti in prestito da Donovan per raggiungere la comunità di artisti, pittori e musicisti che la folk star di Glasgow aveva creato nelle Ebridi Esterne, altrimenti note come Isole Occidentali.

Lo fecero, i 2, a bordo di un vecchio carro da panettiere ridipinto di verde, arredato all’interno come una vera dimora con cuscini cilindrici e un piumino d’oca e trascinato da una cavalla nera di nome Bess, citata come la fedele cagnetta Blue in quelle nuove canzoni ispirate da un viaggio d’altri tempi. A produrle fu Joe Boyd (deus ex machina bostoniano di Nick Drake, di Sandy Denny, dei Fairport Convention, di Richard and Linda Thompson e dell’Incredible String Band), e sotto la sua guida l’Lp diventò «una specie di documento di un pellegrinaggio durato 1 anno e ½», 2 estati e 1 inverno vissuti sulla strada salvo un breve ritorno a Londra per incidere ai Sound Techniques di Chelsea quell’Lp. Un disco talmente semplice, trasparente, spontaneo e senza pretese da spingere lo stesso Boyd a una dichiarazione impegnativa: «In vita mia non ho mai conosciuto nessuno che nella sua musica abbia riflesso in maniera così totale il suo spirito e la sua vita».
Non sempre così inguaribilmente romantica e fatata come molti vollero poi interpretarla, suggestionati anche da quella bucolica copertina che ritraeva la Bunyan con foulard e grembiule circondata da animali domestici sull’uscio della sua piccola casa/fattoria in pietra situata sull’isola scozzese di Berneray. «Quel mio viaggio ha avuto dei momenti romantici, ma non sempre. E non volevo che venisse descritto come un leggiadro saltellare in punta di piedi fra i tulipani. So bene dove si nasconda il trauma», puntualizzò Vashti nel 2022 ad Andrew Male di Mojo ricordando i problemi quotidiani, la fatica, la fame e il freddo che costellarono il suo percorso verso Nord, acuendo le incomprensioni e le tensioni con Lewis. Fu lui, d’altra parte, a spronarla a uscire dal cliché di certe sue canzoni tristi e sentimentali, spingendola a sviluppare il suo spirito d’osservazione e a contemplare le bellezze della Natura.

Cosicché i brani di Just Another Diamond Day non parlano solo di lei, di Robert, di Bess, di Blue e dell’altro cane a 3 zampe May, ma anche di personaggi immaginari (Timothy Grub), di stagni e di placide baie popolate da imbarcazioni, di libellule, di cavalli e di greggi al pascolo, di dolci giornate estive e di rigidi inverni trascorsi nel Lake District osservando il mondo cambiare nel susseguirsi delle stagioni, fra “ la foschia dell’alba che inizia a riflettere le luci ” e le serate trascorse attorno al fuoco del bivacco. “ Sussurrando favole fino a quando diventano reali ”, come Vashti canta in Glow Worms, la prima in ordine di tempo di queste sue nuove composizioni aggraziate come fiabe, bisbigliate come ninnenanne, delicate fino all’evanescenza. Fragili come il cristallo, più simili a inni e a carole («Le ascoltavo da piccola e sono l’essenza di tutte le mie canzoni») che a tradizionali folk cui Vashti ha sempre detto di non essersi mai consciamente ispirata. Boyd cercò d’irrobustire con scelte che non sempre condivideva.«Quelle arrangiate da Robert Kirby [l’arrangiatore di Nick Drake] – Rainbow River, Swallow Song, Diamond Day – avevano esattamente ciò che desideravo: quel feeling quasi classico, i quartetti d’archi. Mentre non mi piacevano proprio quei mandolini folkeggianti, i violini o il fiddle di Jog Along Bess».
Li suonavano Robin Williamson dell’Incredible String Band (che pizzicava anche un’arpa irlandese) e Dave Swarbrick dei Fairport Convention, mentre in 3 brani il suo allora compagno di band Simon Nicol imbracciava insolitamente un banjo. A quei fedelissimi del giro Boyd, per quelle sessions si unirono anche il chitarrista Mike Crowther, Christopher Sykes al piano e all’organo e John James al dulcichord, un salterio a martelletti. Strumenti che a dispetto delle perplessità di Bunyan non infrangevano l’incanto di Diamond Day (scritta contemplando dal finestrino di un treno la rigogliosa campagna belga durante un viaggio di ritorno da Amsterdam) o il delicato carillon di Lily Pond, avvolgendo Where I Like To Stand in una sottile membrana intessuta con piano, flauto e tromba, soffiando un alito d’harmonium su Rose Hip November e dipingendo Hebridean Sun con i colori di un tenue acquerello. Era il contorno discreto di storie confortanti e terapeutiche che Vashti aveva scritto soprattutto per sé stessa ispirandosi alle letture infantili di Alice nel Paese delle Meraviglie e dei libri di Beatrix Potter, mentre in Glow Worms e fra i panorami acquatici di Trawlerman’s Son e di Window Over Tbe Bay (preceduta da una suggestiva introduzione a cappella), restavano soltanto la sua voce flebile e la sua chitarra acustica.

Quella stessa chitarra acustica che dopo il flop del disco decise d’appendere al chiodo fino a quando, curiosando un giorno sul motore di ricerca AltaVista, scoprì che il suo disco aveva conquistato nel tempo tanti e anche insospettabili ammiratori: a partire dai pionieri della alt/electronica Animal Collective e dagli esponenti più in vista del nuovo movimento freak folk, Devendra Banhart e Joanna Newsom, pronti a darle una mano per un ritorno in grande stile con Lookaftering (2005) e poi con Heartleap (2014), che di Just Another Diamond Day, del suo escapismo romantico, del suo idealismo hippie anni 60 e della sua celebrazione mistica e pagana di una vita più lenta e armoniosa, rappresentano i figli legittimi e a lungo attesi.
Vashti Bunyan, Just Another Diamond Day (1970, Philips)
