“ Dave ha fatto parte dei Traffic nei capitoli iniziali della loro storia, e in quel periodo ha svolto un ruolo importante nel modellare il suono della band e la sua identità. Il suo songwriting, il suo talento musicale e il suo spirito peculiare hanno contribuito a creare una musica che è durata ben oltre la sua epoca e che in tutto il mondo continua ad avere un grande significato per tanti ascoltatori ”.
Così, a poche ore dalla notizia della scomparsa di Dave Mason avenuta il 19 aprile scorso a 79 anni, Steve Winwood ha voluto rendere omaggio sul suo profilo Facebook all’antico compagno di band e a una breve, fantastica avventura condivisa a dispetto di conflitti e incomprensioni. Erano 2 galli in 1 pollaio, Steve e Dave, in quel vecchio casolare in pietra che stava in aperta campagna nei pressi del villaggio di Aston Tirrold, nel Berkshire inglese. Lì, nell’aprile del 1967, si erano ritirati insieme al sassofonista e flautista Chris Wood e al percussionista e cantante Jim Capaldi per concentrarsi nella scrittura di canzoni ed esercitarsi nella ricerca di 1 sound che non assomigliasse a quello di nessun altro gruppo rock del momento, lontani dalle distrazioni londinesi e liberi dai limiti d’orario imposti dalle sale prova e d’incisione.

Dave Mason
1946-2026
Così nacquero Mr. Fantasy, nel 1967, e l’anno dopo Traffic, il 2° Lp che la Island Records del loro mentore Chris Blackwell pubblicò nel mese d’ottobre. Un ispirato gioiello schizofrenico, un Giano bifronte in cui Mason si spartiva più o meno a metà i crediti compositivi con la coppia composta da Winwood (responsabile delle musiche) e da Capaldi (autore dei testi, spesso ermetici e improvvisati), firmando con quest’ultimo Vagabond Virgin, uno svagato midtempo dal ritmo vagamente caraibico; e confezionando da solo il pezzo più ricordato dell’album e della sua intera carriera: quella Feelin’ Alright? che da lì in poi gli avrebbe garantito un vitalizio e che Joe Cocker fece conoscere nel 1969 a tutto il mondo incidendone una versione accelerata, decisamente più black e molto più muscolare rispetto al modello originale.
Un boccone non facile da digerire per Winwood, aspirante leader del gruppo, già una star e un enfant prodige qualche anno prima con lo Spencer Davis Group grazie a una straordinaria voce da soul man bianco («Come Ray Charles sotto effetto dell’elio», diceva Blackwell) e un talento musicale multiforme che gli permetteva di padroneggiare quasi ogni tipo di strumento. Mason, in fin dei conti, gli stava in scia. Era altrettanto prolifico, più tradizionalmente strutturato nella composizione, e Traffic si apriva con 1 altro suo pezzo decisamente accattivante, You Can All Join In: confetto folk/pop dall’aroma hippie e senza tante pretese, “ una piccola canzone a cui tutti potete unirvi/è molto semplice e spero che sia una novità ”, come dichiarava l’autore nella prima strofa del testo. Mentre Steve richiedeva la collaborazione dei compagni per elaborare materiale su cui sviluppare jam e improvvisazioni, Dave si appartava e faceva tutto da sé: a lui si doveva il suono americaneggiante e con un filo di gospel di Don’t Be Sad (in singolare sintonìa, a 5.000 chilometri di distanza, con quanto The Band stava realizzando nel suo album di debutto Music From Big Pink); suo, nel bel mezzo della seconda facciata, era anche il soul rock sofferto e malinconico di Cryin’ To Be Heard. Forse la sua composizione più in linea con il sentire degli altri 3 e con quel loro progetto visionario e libertario di una fusion psych–folk–jazz–r&b–world che aveva preso da subito forme inedite e intriganti. Del quartetto Mason rappresentava il lato più pop, mainstream e “ americano ”, laddove Winwood ne costituiva lo spirito più avventuroso e “ progressivo ”, Capaldi il cuore ritmico e Wood l’anima più poetica e tormentata.

Non sempre interagivano e non sempre tutti e 4 partecipavano insieme alle registrazioni, in quel piccolo combo polifonico in cui Steve (piano, organo, chitarra solista) e Dave (chitarra acustica, armonica, organo) si scambiavano i ruoli vocali e si spartivano le parti di basso elettrico nel tentativo non sempre riuscito di non pestarsi i piedi. Le canzoni che Winwood scriveva con Capaldi oscillavano fra un rhythm & blues britannico venato di dolce psichedelìa e innervato da un groove talvolta graffiante e altre volte gentile (Pearly Queen con la sua introduzione quasi ecclesiastica; l’incalzante Means To An End; la scanzonata e soffice Who Knows What Tomorrow May Bring: nelle ultime 2, Winwood faceva quasi tutto da solo); un acid folk misterioso al profumo di patchouli e con sentori d’Incredible String Band che nell’inciso s’impennava colorandosi di black ((Roamin’ Thro’ The Gloamin’ With) Forty Thousand Headmen, con il flauto magico e silvano di Wood sugli scudi) e una nostalgica ballata pianistica in cui Capaldi, neanche 24enne, rifletteva sul tempo che già sembrava scivolargli via fra le dita mentre Chris, dietro di lui, tirava fuori dalle viscere del suo sax soprano gemiti profondi e struggenti come il rantolo di un animale ferito (è forse il pezzo più bello, anche se non molto ricordato dell’Lp, inciso pochi mesi dopo anche in Befour, l’ultimo album di Brian Auger con i Trinity).

Sono forse quelli i titoli che più di altri raccontano il carattere forte e singolare di Traffic, ma intanto era Mason a fregiarsi dei massimi onori con Feelin’ Alright?, una canzone basata su 2 accordi e ispirata alle sonorità del sitar che Dave aveva iniziato a suonare in quei tempi. Scritta dopo il suo 1° divorzio dalla band, mentre soggiornava sull’isola greca di Hydra e si struggeva pensando a un amore non corrisposto (la modella di Vogue Linda Keith, che fra le sue conquiste vantava anche Brian Jones, Keith Richards e Jimi Hendrix). Pubblicata come singolo, la versione dei Traffic era passata inosservata, ma quando arrivò alle orecchie di Joe Cocker e questi la incise a Los Angeles con alcuni membri della band di Ray Charles e le sue coriste (le Raelettes), gli eventi presero tutt’altra piega: non fu un vezzo insignificante neppure cambiarne il titolo in Feeling Alright, senza quel punto interrogativo finale che apriva le porte al dubbio in modo da tramutarla in un piccolo inno alla gioia e a un riconquistato benessere. Mason apprezzò senza riserve quella versione (ricalcandone anche l’arrangiamento incentrato su pianoforte e congas nelle sue successive riletture dal vivo), osservando con soddisfazione la sua canzone diventare un evergreen grazie anche alle cover di artisti quali Three Dog Night, Rare Earth, Jackson 5, Maceo Parker, Mongo Santamaria e Grand Funk Railroad (che nel 1971 la inclusero nell’album Survival, quello in cui i 3 americani del Michigan appaiono in copertina (s)vestiti da cavernicoli).

Rientrato nei ranghi nel maggio del 1968 su richiesta dei compagni che aveva abbandonato a gennaio, Mason nel frattempo non era rimasto con le mani in mano producendo Music In A Doll’s House, il 1° e visionario album dei Family, suonando una chitarra acustica 12 corde nella versione di All Along The Watchtower incisa dal suo amico Jimi Hendrix e, proprio in quei giorni, 1 grancassa e 1 shenai (specie di flauto asiatico a doppia ancia) in Street Fighting Man dei Rolling Stones. Fece in tempo, da lì a ottobre, a completare le session di registrazione di Traffic agli Olympic Studios di Londra con il produttore americano degli Stones, Jimmy Miller, ma poi tolse nuovamente il disturbo tornando all’ovile solo nel 1971 per 1 tour e 1 album dal vivo, Welcome To The Canteen, quando già aveva dato alle stampe 1 bel disco solista (Alone Together) e 1 Lp in coppia con Mama Cass Elliot, convinto che i Traffic non fossero proprio il suo mondo. «Ero giovane, e quella fama precoce mi aveva mandato fuori di testa», raccontò poi, riconoscendo che «gli altri avevano una sintonia e uno stile di vita di cui io non mi sentivo parte, e fu per questo che d’impulso decisi di tentare la carriera solista».
D’altra parte, né lui e tantomeno la band conobbero più altrettanto successo in classifica: nessun altro album dei Traffic (neppure il capolavoro di qualche anno successivo, John Barleycorn Must Die) s’affacciò nella Top 10 britannica; e quel 2° disco è rimasto un irripetibile momento di allineamento fra 2 pianeti musicali che avevano sempre girato su orbite diverse.
Traffic (1968, Island)
