Le cose migliori succedono sempre fuori orario, casualmente, quando il gatto non è in casa, quando la luna finisce dietro a una nuvola e nei paraggi non c’è nessuno ”, scriveva nel 1968 Michael Thomas nelle note di copertina di Super Session, concludendo che “ certamente la migliore musica in America viene fatta dopo mezzanotte ”. Come dargli torto, in un caso come questo? Nel maggio di quell’anno fatidico, incuneato fra l’estate dell’amore e Woodstock, bastarono 2 notti trascorse negli studi CBS Columbia Square a Los Angeles per fissare su bobine analogiche il risultato di un fantastico brainstorming musicale ideato da Al Kooper.

Dopo aver fondato e abbandonato i Blood, Sweat & Tears alla vigilia del loro boom commerciale, il tastierista e chitarrista di Brooklyn era diventato produttore di staff e direttore artistico della Columbia Records. In cerca di artisti da registrare e dischi da pubblicare, ebbe un’idea semplice e geniale provando ad applicare all’ambito rock lo spirito delle jam sessions che avevano animato tanti dischi jazz della Blue Note. Telefonò a Mike Bloomfield, prodigio chitarristico di Chicago che da poco aveva sciolto la big band Electric Flag, invitandolo in studio per 2 giorni insieme a una sezione ritmica di nobile lignaggio composta dal batterista “FastEddie Hoh (che l’anno prima aveva accompagnato i The Mamas and the Papas nella famosa esibizione al Monterey Festival) e dal bassista Harvey Brooks, che insieme ad Al e a Mike aveva partecipato nel 1965 alle leggendarie sessions da cui prese forma Highway 61 Revisited di Bob Dylan. Quasi coetanei – il 1° era nato nel febbraio del 1944, il 2° nel luglio del 1943 – Kooper e Bloomfield erano anche saliti sul palco con Dylan durante la celeberrima e controversa performance che nel luglio del 1965 a Newport segnò la svolta elettrica del cantautore di Duluth.

Erano, insomma, 2 giovani esploratori sprezzanti del pericolo e si conoscevano bene: di qui l’empatìa quasi sovrannaturale che caratterizza i loro dialoghi musicali nei 5 brani che compongono la facciata A di Super Session, pubblicato il 22 luglio 1968. Sfruttando al massimo le potenzialità della riproduzione stereofonica, Kooper si premurò di separare nettamente sui canali destro e sinistro il suo organo Hammond e le sue altre tastiere dalla chitarra di Bloomfield, scambiando di posizione gli strumenti solisti fra 1 pezzo e l’altro, rinforzando il suono con una seconda chitarra elettrica o con una 12 corde e aggiungendo in più occasioni una sezione fiati da lui arrangiata insieme a Joe Scott. “ Quando le sessions furono completate e i brani selezionati ”, scrisse nel 2003 commentando la ristampa Legacy/Sony Music su Cd che per la prima volta proponeva fra le bonus tracks un paio di pezzi privi di quelle sovraincisioni, “ notai alcune sezioni deboli sotto il profilo della dinamica, bisognose di un editing o di una qualche forma d’aiuto ”.

Di lì la scelta d’ingaggiare alcuni musicisti rimasti anonimi per una successiva session della durata di 3 ore, con buona pace dei puristi che per anni avevano sperato d’ascoltare le registrazioni della band senza abbellimenti ex post. Che, peraltro, non suonano affatto ridondanti e anzi risultano ben amalgamati con le tracce base, come dimostra l’ascolto del fluido blues rock di Albert’s Shuffle (una composizione originale di Kooper e Bloomfield) e dell’incisivo, ritmato r&b di Stop (1 pezzo di Jerry Ragovoy e Mort Shuman inciso da Howard Tate nel 1967): entrambi arricchiti dal piano elettrico di Barry Goldberg, già compagno di Bloomfield nella Butterfield Blues Band. Oppure del gospel soul di Man’s Temptations, scritto da Curtis Mayfield e registrato nel 1963 da Gene Chandler, in cui Kooper si esibisce nella sua prima performance vocale del disco.

Lui e Bloomfield firmano anche Really, altro eccellente blues elettrico con cui nel 1992 Robert Redford volle aprire il suo film Sneakers/I signori della truffa e soprattutto His Holy Modal Majesty, coraggioso ed esuberante omaggio alla musica modale di John Coltrane sulla scia dell’epica East-West che Mike aveva registrato 2 anni prima con la Butterfield Blues Band: un’improvvisazione a ruota libera fra jazz e musica indiana che Al apre con le sonorità esotiche e futuristiche dell’Ondioline, il progenitore d’origine francese dei sintetizzatori analogici. Subito dopo, Mike dimostra quanto sarebbe riduttivo etichettarlo come un semplice chitarrista blues: allora sembrava piuttosto un fratello bianco di Jimi Hendrix, all’inseguimento di una musica cosmica e totale.

Come Kooper era un musicista libero da schemi e condizionamenti – anche se purtroppo imbrigliato da altre e pesantissime catene: vittima della sua insonnia cronica e della sua dipendenza dall’eroina gettò la spugna dopo un solo giorno di lavoro per fuggire a casa sua – Al rimuginava su come non sprecare il tempo già prenotato in studio e completare l’album che aveva in mente. Gli venne in soccorso un altro esule, Stephen Stills, che poco prima dell’incontro fatidico con David Crosby e Graham Nash era temporaneamente libero da impegni a seguito della dissoluzione dei Buffalo Springfield, da sempre in bilico per i suoi conflitti d’ego con Neil Young.

Al Kooper, Mike Bloomfield, Stephen Stills

Sul 2° lato di Super Session il timbro country rock della sua chitarra elettrica lascia un’impronta profonda, soprattutto nelle 2 cover che troveranno ottima accoglienza fra le emittenti FM: cantata a 2 voci da lui e da Kooper, la dylaniana It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry ha un ritmo spedito e un mood da British Invasion (in una recensione scritta nel 2001 per Rolling Stone, David Fricke conierà il termine “ mod country jangle ”), mentre ancora più efficace e travolgente è la rilettura psichedelica di Season Of The Witch di Donovan, espansa a oltre 11 minuti di durata, innervata di funk dai fiati e dalla chitarra wah wah; e riverniciata in colori fluorescenti come una luccicante fuoriserie hippie. Dopo quello sfolgorante tour de force, abbassano volutamente i toni una versione carica di effetti e di phasing su voce e batteria di You Don’t Love Me (r&b memphisiano di Willie Cobbs che era già diventato un cavallo di battaglia della Allman Brothers Band) e Harvey’s Tune, una coda strumentale d’atmosfera cinematografica composta da Brooks e arricchita da un suadente assolo di sax.

Chi avrebbe mai pronosticato a un instant record a basso costo come questo (13.000 dollari di spesa totale) una vita così lunga e un tale successo di vendita? Eppure Super Session s’arrampicò fino al N°11 della classifica di Billboard conquistando 1 disco d’oro e sdoganando definitivamente il concetto di jam session nel mondo del rock aprendolo a innovative contaminazioni con la musica nera (jazz, soul e blues). Fu un apripista e uno spartiacque oltre, che un blockbuster illuminato da 3 grandi stelle, “ 3 tizi ossessionati dalla musica che danzano come farfalle e pungono come api ” (ancora Thomas nelle sue belle note di copertina).

Un Bloomfield in stato di grazia, forse mai così sciolto, rilassato, pulito nel timbro e clinicamente preciso. Uno Stills versatile playmaker e uomo per tutte le stagioni come si confermerà poco dopo con CSN. E un Kooper nei panni di gran regista, orchestratore e motivatore, oltre che solista di rango. Un uomo spesso rimasto dietro le quinte ma capace di lasciare segni indelebili con le sue idee, le sue sonorità e i suoi arrangiamenti: le improvvisazioni di Super Session, come il fraseggio d’organo di Like A Rolling Stone e il corno francese di You Can’t Always Get What You Want. Persino Bob Dylan e i Rolling Stones, lassù nell’Olimpo, hanno con lui un qualche debito di riconoscenza.

Mike Bloomfield – Al Kooper – Stephen Stills, Super Session (1968, Columbia)