15 minuti per scrivere una canzone e consegnarla alla storia della musica. Non è un’eccezione, è successo tante volte. Accade anche in una serata apparentemente qualunque del 1973, a Memphis, mentre Ann Peebles, il suo futuro marito Don Bryant e il dj Bernard “Bernie” Miller, loro collaboratore abituale, si accingono a uscire di casa per andare ad assistere a un concerto. Si scatena un violento temporale con tuoni e fulmini e Ann, stizzita, sbotta dicendo: «Io la pioggia non la sopporto». I Can’t Stand The Rain. «Che bel titolo per un pezzo», osserva Bryant mettendosi subito a strimpellare un vecchio e scassato pianoforte verticale con qualche tasto mancante, che per il suo colore e le sue dimensioni era stato ribattezzato “ il vecchio elefante bianco ”.
¼ d’ora è sufficiente a completare testo e musica, al concerto non pensa più nessuno e la mattina dopo Ann e Don fanno ascoltare il pezzo al produttore Willie Mitchell, titolare dell’etichetta Hi Records e degli studi Royal, che commenta: «Questa è una hit». È lui ad aggiungere una geniale introduzione, il suono metallico e futuristico dei timbales elettrici che aveva appena acquistato e che non vedeva l’ora di provare, usati per imitare il ticchettìo delle gocce di pioggia che cadono sul vetro di una finestra. Oggi, fra le tante cover della canzone (famosa anche la versione disco degli Eruption, nel 1978), la più conosciuta rimane quella di Tina Turner, singolo di successo in Europa nel 1985 e pezzo forte l’anno prima del best seller Private Dancer, anche se i millennials la ricorderanno soprattutto per il campionamento inserito nel singolo di debutto di Missy Elliott, The Rain (Supa Dupa Fly), 1997.

Ma la versione migliore resta quella originale magistralmente interpretata da Ann Peebles, inclusa nel 2024 dalla rivista Rolling Stone nell’elenco delle “ 500 canzoni migliori di tutti i tempi ” e all’epoca accolta da entusiasmo da colleghi quali Bonnie Raitt, Ringo Starr ma soprattutto John Lennon, che nel febbraio del 1974, durante il suo celebre, scapestrato e alcolico Lost Weekend, andò ad ascoltare la cantante al Troubadour di Los Angeles senza passare inosservato (alticcio e con un assorbente in testa, ne accompagnò l’esibizione con gesti d’apprezzamento decisamente espliciti e imbarazzanti di cui, smaltita la sbornia, si scusò il giorno dopo). Nell’estate dell’anno precedente, il 45 giri aveva raggiunto il N°6 e il N°38, rispettivamente, nelle classifiche R&B e Hot 100 di Billboard, ma soprattutto aveva divulgato nel mondo il sound della Hi, marchio di fabbrica in grado di rivaleggiare per personalità e riconoscibilità con quello della concittadina Stax Records.
Un suono asciutto, articolato ma essenziale, che Mitchell aveva messo a punto con cocciutaggine e meticolosità negli studi Royal al 1320 di South Lauderdale Street, a ridosso della Highway 61 e in un’area di Memphis popolata in prevalenza da afroamericani, impiegando nella sala d’incisione (ricavata come quella della Stax in un ex cinematografo) microfoni posizionati con cura e apparecchiature valvolari dal timbro caldo e naturale. Farà la fortuna anche di O.V. Wright, di Syl Johnson, di Otis Clay e soprattutto della futura superstar dell’etichetta, Al Green, con pochi ma fondamentali ingredienti essenziali: una sezione fiati capeggiata dai leggendari Memphis Horns in servizio anche presso la Stax e arrangiata dal fratello sassofonista di Mitchell, James; misurate sezioni d’archi impiegate nelle ballads e in particolare un’implacabile sezione ritmica specializzata in ritmi mid-tempo un po’ pigri e strascicati.
Perché, come ricorda oggi il sito della Memphis Music Hall of Fame, se la Motown poteva contare sul sound urbano e sofisticato dei Funk Brothers; se a Muscle Shoals regnavano gli Swampers, maestri del country-soul; se la Stax aveva come asso nella manica una rhythm machine formidabile come Booker T. and the MG’s, la Hi aveva in dote i fratelli Hodges: il bandleader Mabon detto “Teenie” alla chitarra elettrica, Charles all’organo Hammond e Leroy al basso, più Howard Grimes alla batteria. Disciplinati («Il loro segreto? Fare sempre ed esattamente quello che gli dicevi di fare», spiegava Mitchell), tutta sostanza e niente orpelli, nessun egocentrismo e grande spirito di squadra che persino giovani cantautrici americane quali Cat Power e Frazey Ford hanno voluto ingaggiare in tempi relativamente recenti per ricreare quelle classiche atmosfere e quel groove inconfondibile.

Ann Peebles con Al Green
Nel 1974 I Can’t Stand The Rain diede il titolo anche al 4° album della Peebles, immacolato concentrato di Hi Sound condensato in poco più di 27 minuti. Lo apriva la title track che per Ann funzionò da trampolino di lancio verso uno stardom a cui la minuscola artista originaria di East St. Louis – «99 libbre (e cioè 45 chilogrammi) di soul», come lei stessa amava definirsi – decise presto di rinunciare per badare soprattutto ai suoi impegni familiari. Vetrina perfetta per una voce grintosa e flessuosa educata alla scuola del gospel (settima di 11 figli, Ann aveva iniziato a cantare nel coro del padre sacerdote battista) e abile anche nell’uso del falsetto. Già all’ascolto della successiva Do I Need You, che nel testo citava il titolo del brano guida, si capiva che quell’Lp non era la solita raccolta di singoli e di riempitivi ma 1 album vero, con un suo filo narrativo e una sua coerenza stilistica: nei suoni, negli arrangiamenti, nelle melodie e nei testi che spesso parlavano di solitudine, di abbandono, di assenza e di amori che provocano più sofferenze e delusioni che gioie.
L’eccezione era Until You Came Into My Life, un’incantevole e incantata ballata romantica incorniciata dagli archi, firmata anch’essa da Miller e dalla inossidabile coppia Peebles-Bryant (ancora oggi insieme) alla pari dell’altro slow A Love Vibration, mentre i ritmi mid-tempo tornavano a incorniciare la più corposa e graffiante Run Run Run e una brillante cover di (You Keep Me) Hanging On (Joe Simon, 1968), indirizzate entrambe ad amanti indecisi e a figure maschili sfuggenti e poco responsabili. Il momento empowerment e di rivalsa arrivava con l’altro pezzo da 90 del disco, I’m Gonna Tear Your Playhouse Down, anch’esso pubblicato su singolo in anticipo sull’album e che nel 1984 regalerà una hit all’inglese Paul Young (7 anni prima Graham Parker l’aveva inclusa nell’album Stick To Me): lì l’autore Earl Randle cuciva addosso ad Ann il personaggio di una donna per nulla disposta a chinare la testa, anzi vendicativa e minacciosa quando promette di fare a pezzi la “ casetta dei giochi ” in cui l’amante fedifrago porta le sue altre conquiste (ed è da Oscar la sua interpretazione, con quella punta di disprezzo e di rabbia repressa percepibile nel tono amaro e malinconico della voce).

Il suo lato B, One Way Street, era un’altra ballata posta in chiusura di un Lp che tra le fiamme di passione di You Got To Feed The Fire assumeva tonalità più accese ed erotiche; e in If We Can’t Trust Each Other (un’altra composizione di Randle) forgiava 1 refrain e 1 melodia vivace degne dei migliori Staple Singers. Nulla, come sappiamo, avrà l’impatto duraturo della title track, che Ann Peebles non vivrà tuttavia mai come una condanna, continuando volentieri a cantarla prima di ritirarsi definitivamente dalle scene. Anche a Bologna, nel giugno del 2001 durante l’unica edizione fuori sede del Porretta Soul Festival, mentre dal cielo cadevano magicamente le prime gocce di pioggia.
Ann Peebles, I Can’t Stand The Rain (1974, Hi Records)
