Poche canzoni incarnano l’esuberanza, l’ottimismo e il senso di scoperta della seconda metà degli anni 60 come Ride My See-Saw dei Moody Blues, un’altalena che oscilla a ritmo sostenuto e che pur non riuscendo, ai tempi, a smuovere più di tanto l’aria delle classifiche (nel 1968, N°42 in Inghilterra e N°61 negli Stati Uniti) è diventata una delle canzoni più celebri del gruppo (irrinunciabile anche dal vivo) e un sempreverde delle radio in formato rock o “ nostalgia ”. Un euforico pop rock con un drumming dinamico e incalzante, un basso che pompa come un cuore tachicardico, fantastiche armonìe vocali a 3 o 4 voci e un breve, bruciante e acido assolo di chitarra elettrica inciso in una sola take da Justin Hayward (unico membro del gruppo ancora in vita).

John Lodge
(1943-2025)

L’aveva scritta il bassista John Lodge, scomparso il 10 ottobre scorso a 82 anni, che così aveva ricordato tempo fa le origini della sua composizione: «Parlava del momento in cui lasci la scuola per affacciarti al mondo e scoprire che è diverso da come te lo aspettavi e da come te lo avevano spiegato i tuoi insegnanti. Della mia voglia di cavalcare la vita per vedere dove mi avrebbe portato». Lo avrebbe portato lontano, anche se nessun album successivo avrebbe sintetizzato meglio di In Search Of The Lost Chord le grandi ambizioni musicali di una band di Brummies che partita come gruppo beat/r&B inglese (al N°1 in patria fra il 1964 e il 1965 con la cover di Go Now di Bessie Banks) aveva già scritto una pagina memorabile di storia con l’album Days Of Future Passed e soprattutto con il pop baroque vellutato e avvolgente della hit mondiale Nights In White Satin (novembre 1967). Quel successo gli aveva garantito carta bianca presso la Deram, l’etichetta che la Decca aveva lanciato per andare alla scoperta di nuovi suoni e del nuovo mercato giovanile, consentendogli di fare di testa loro negli studi di West Hampstead, a Londra, ancora una volta assistiti dal produttore e dal fonico di staff della casa discografica, Tony Clarke e Derek Varnals.

Niente più orchestra, nessun limite all’immaginazione e all’impiego di strumenti musicali: 33 quelli elencati nei crediti, tutti suonati dal quintetto che oltre ad Hayward e Lodge, gli ultimi arrivati, comprendeva della vecchia guardia il batterista Graeme Edge, il tastierista Mike Pinder e il fiatista Ray Thomas: 1 ensemble camaleontico di strumentisti e di cantanti (tutti meno Edge) in grado di variare a piacimento colori e timbriche della loro musica. Ha e soprattutto ha avuto i suoi detrattori, In Search Of The Lost Chord, così come i suoi cantori. Qualcuno, specie ai tempi, lo ritenne ampolloso e sovrabbondante. Di sicuro è 1 di quei dischi che ancora, se si ha la pazienza d’investire i 42 minuti necessari, ti invita a bordo e ti conduce in un trip mentale tortuoso e affascinante: perché, come dice lo psych pop in phasing di The Best Way To Travelpensare è il modo migliore di viaggiare ”.

In Search Of A Lost Chord è un concept sulla ” ricerca dell’accordo perduto ” che ti mette in consonanza con le vibrazioni dell’Universo (in Occidente pare che il concetto sia stato introdotto nell’800 dalla poetessa vittoriana Adelaide Anne Procter ma, secondo Hayward, il gruppo di Birmingham lo riprese da 1 tema cinematografico del 1947 di Jimmy Durante, I’m The Guy Who Found The Lost Chord: lo ricorda in un’approfondita analisi dell’album il sito altrockchick). Un album storicamente, filosoficamente e musicalmente a cavallo tra psichedelìa post Sgt. Pepper e proto progressive (con ampio uso di Mellotron da parte di Pinder, 1 dei pionieri dello strumento). Un piccolo miracolo d’ingegneria acustica, con un uso accorto e innovativo (per l’epoca) delle panoramiche stereofoniche.

Un disco profondamente legato, anche, al misticismo e alla cultura della droga dell’epoca: non per moda ma per convinzione, i Moodies cercavano allora illuminazione e trascendenza; Hayward, Pinder e Thomas avevano letto la Bhagavadgītā e il Libro Tibetano dei Morti e frequentato degli stage a casa dello psicologo, scrittore e profeta dell’Lsd, Timothy Leary, il cui nome viene ripetuto come un mantra in Legend Of A Mind, morbida e ondeggiante nenia in salsa acid folk in cui oltre al Mellotron e a 1 sitar che Hayward arpeggia prendendo esempio da Brian Jones e da George Harrison, emergono gli altri elementi dominanti del disco: armonie vocali, il flauto di Thomas, le chitarre molto più spesso acustiche che elettriche. Summer of Love in ottica British.

È la quinta tappa di un viaggio che inizia con Departure, una partenza che è una breve poesia del batterista Edge sulle meraviglie dei sensi e della natura, introdotta da un autoharp e da lui recitata in modo sempre più concitato: come fosse un astronauta sulla rampa di lancio prima di partire in orbita con Ride My See-Saw insieme ai suoi compagni. Lodge era anche l’autore di House Of Four Doors, camaleontica e melodica mini suite pop sinfonica dalle grandi aperture corali ripresa brevemente al termine del lato A dell’Lp e in cui ogni porta cigolante apre un mondo sonoro diverso (Pinder vi suona il clavicembalo, l’autore un violoncello accordato come una chitarra basso). Con il suo ritmo da marcetta, la sua allure da pop da camera e il suo coro beat (“ We’re all looking for someone ”, “ Siamo tutti alla ricerca di qualcuno ”), Dr. Livingstone, I Presume che la precedeva cita il ritrovamento sul Lago Tanganica del famoso esploratore disperso e rappresentava, nelle parole del suo autore Ray Thomas, «un momento di divertimento nel mezzo delle altre canzoni ben più serie dell’album»; brani che nel 2° lato del vinile originale si facevano più estatici e riflessivi.

Hayward ne è gran protagonista con un tris di ballate che evocano i Beatles ma anche i Love di Arthur Lee, la Incredible String Band e i Bee Gees dell’epoca: Voices In The Sky, delicata, deliziosa e pastorale, è l’altro pezzo forte nonché il 1° singolo estratto dalla raccolta; Visions Of Paradise (firmata a 4 mani con Thomas), altrettanto celestiale ma più eterea, astratta e sfasata; The Actor, una romantica e ariosa canzone d’amore che anticipa l’epifanìa del disco e la soluzione (ok, forse prevedibile) del suo enigma. The Word, la parola che intitola 1 altro breve componimento poetico di Edge (stavolta recitato da Pinder) e che apre le porte dell’universo, non può essere che Om ,la sillaba sacra che nell’Induismo e in altre tradizioni indiane simboleggia il suono della creazione dell’Universo ”.

Nell’interpretazione dei Moody Blues diventa un raga ancestrale con il sitar al centro della scena insieme a una maestosa corale che sembra sintonizzarsi con le armonìe cosmiche di Brian Wilson e con i mantra di Allen Ginsberg allo Human Be-In di San Francisco. Paccottiglia hippie secondo qualcuno, incantevole musica delle sfere per altri. Di certo Birmingham e le West Midlands inglesi non erano mai sembrate così vicine alla California, in un’epoca in cui le frontiere dello spirito erano probabilmente molto più aperte di oggi.

The Moody Blues, In Search Of The Lost Chord (1968, Deram)