50 anni fa uscivano nei negozi di dischi Desire di Bob Dylan e Station To Station di David Bowie; Hejira di Joni Mitchell e Hotel California degli Eagles; Black And Blue dei Rolling Stones e Radio Ethiopia del Patti Smith Group; The Year Of The Cat di Al Stewart e Night Moves di Bob Seger; l’Lp omonimo di Warren Zevon e The Pretender di Jackson Browne; Presence dei Led Zeppelin e High Voltage degli AC/DC; Frampton Comes Alive! e A Day At The Races dei Queen, oltre agli album di debutto dei Ramones, dei Blondie e di Tom Petty & the Heartrbreakers. Eppure la redazione del settimanale musicale britannico Melody Maker nominò disco migliore del 1976 un album uscito nel gennaio di quell’anno e che era la negazione dell’estetica rock, l’antitesi del glamour. Era l’omonimo long playing di debutto delle sorelle canadesi Kate & Anna McGarrigle, che anche il New York Times celebrò piazzandolo al N°2 della graduatoria dell’anno alle spalle dell’epocale Songs In The Key Of Life di Stevie Wonder.
Conteneva canzoni d’ingannevole semplicità e quasi dimesse, a dispetto dei tanti assi della scena rock, folk, jazz e bluegrass chiamati a suonarle nei 2 anni precedenti, nelle sale d’incisione degli A&R Studios di New York e dei Sunwest Studios di Hollywood. Oltre alla sorella maggiore Jane (all’organo e ai cori), in studio con Kate (voce, piano, banjo e chitarra) e Anna (voce, tastiere, banjo e fisarmonica a bottoni) si alternavano autentici top player. Alle chitarre Lowell George dei Little Feat, Amos Garrett, Hugh McCracken, David Spinozza, Andrew Gold, Tony Rice e Greg Prestopino, che del disco era anche coproduttore insieme a Joe Boyd (che ha lavorato con Pink Floyd, Fairport Convention, Nick Drake, John & Beverley Martyn, Incredible String Band e R.E.M. e che continua a considerare quel disco 1 dei migliori a cui abbia mai contribuito).

E poi Jay Ungar e Gib Gilbeau dei Flying Burrito Brothers al violino; il maestro della dawg music, David Grisman, al mandolino; Bobby Keys e Plas Johnson ai sassofoni; Steve Gadd e Russ Kunkel alla batteria e Red Callender al contrabbasso, mentre al basso elettrico c’era Tony Levin, connazionale delle 2 sorelle di sangue misto inglese e franco canadese nate a Montreal e cresciute nel villaggio di Saint-Sauveur-des-Monts sui Monti Laurenziani, educate allo studio del pianoforte dalle suore e abituate a cantare nel salotto di casa insieme al resto della famiglia ballate popolari e le canzoni della tradizione folk locale, ma anche pezzi da musical e standard di Stephen Foster, George Gershwin, Hoagy Carmichael e Edith Piaf (se ne ricorderanno oltre 20 anni dopo, confezionando 1 disco nostalgico, collettivo e familiare come The McGarrigle Hour). Nei primi anni 60 anche loro erano state travolte dal folk revival e dalla rivoluzione culturale innamorandosi della musica di Bob Dylan e del Greenwich Village newyorkese, dove la volitiva e irrequieta Kate, sorella minore, era approdata in cerca di fortuna e di una sua dimensione artistica ed esistenziale.
Nel 1976 lei e la sorella (di 2 anni più vecchia) erano già sulla trentina e autrici apprezzate nell’ambiente: in particolare grazie a Heart Like A Wheel, che Linda Ronstadt aveva inciso nel 1974 intitolandovi il suo 5° album di studio. Composta da Anna, era una struggente ballata d’amore la cui protagonista affondava metaforicamente come un’imbarcazione tra i flutti dell’oceano, constatando mestamente che “ solo l’amore può trasformare un essere umano in un relitto ”, mentre il cuore è come una ruota che una volta piegata non può più essere aggiustata. Nelle armonie vocali mostravano quella magica intesa propria dei consanguinei, al punto che al 1° ascolto dei provini consegnatigli da Kate, Boyd pensò che fosse solo lei a cantare su piste sovraincise: nella loro versione, Heart Like A Wheel suonava come un salmo laico interpretato con un garbo d’altri tempi che nascondeva una potenza espressiva teneramente devastante.
Era l’arma segreta di tutto il disco, popolato da canzoni lievi e quasi sussurrate che raccontano di vita vissuta intensamente, di sprazzi di gioia e di vitalità. D’innamoramenti travolgenti, di inquietudini esistenziali, di desiderio di fuga e di riparo, di relazioni tossiche a cui sembra impossibile resistere: come quella che nel 1970 Kate aveva instaurato con il collega Loudon Wainwright III, marito e padre dei 2 celebri figli d’arte Rufus e Martha Wainwright. La sua vita on the road, le sue infedeltà, i suoi abbandoni del tetto coniugale, i suoi ripensamenti e i suoi ritorni di fiamma alimentano spesso il songwriting dell’ex moglie, che dal canzoniere di Loudon prende a prestito Swimming Song, deliziosa e autoironica filastrocca in salsa folk con banjo e fisarmonica in cui il nuotare a rana, a dorso, a farfalla e a crawl in una bella giornata estiva diventa la metafora del galleggiare al meglio fra le impetuose correnti della vita.

Nella straziante Go Leave, affidandosi solo alla sua voce e alla sua chitarra, Kate cambia totalmente registro invitando il marito ad andarsene e a non tornare mai più (pianse mentre la registrava, così come la sorella quando ne ascoltò la demotape), mentre in (Talk To Me Of) Mendocino – con Heart Like A Wheel il pezzo più celebre e rivisitato del repertorio – canta del suo abbandono di New York (“ la mia seconda casa ”) e di 1 viaggio iniziatico Coast to Coast che la portò in California settentrionale e nell’incantevole cittadina costiera del titolo a fianco del nuovo amore, il pescatore e violinista George “Smoke” Dawson, nella speranza di trovare un posto in cui risorgere ogni giorno come il sole al di sopra delle sequoie “ fino a quando non mi risveglierò più ”.
È musica melodica, senza filtri e quasi sempre autobiografica, quella di Kate & Anna McGarrigle, espressa con un linguaggio franco, diretto, onesto e spontaneo assolutamente inusuale nel mondo artificioso e costruito del pop, allora come oggi, a volte condito anche da una candida sfacciataggine e da una certa dose di humour : come nell’iniziale e gioiosa Kiss And Say Goodbye, in cui Kate trasmette il suo stato d’eccitazione amorosa ed erotica provocato da un fascinoso amante un po’ vanesio con cui passeggia per le strade di Manhattan e va a vedere film francesi d’essai : sembrano scene prese da una commedia romantica di Woody Allen, scandite da un saltellante pianoforte barrelhouse mentre fra una session e l’altra dei Rolling Stones, Keys ci ricama un bell’assolo al sax tenore. In Blues In D cede ancora una volta alle lusinghe di un Loudon tornato a bussare alla sua porta lasciando spazio al clarinetto di Joel Tepp e affidandosi a un ragtime che, scrive il giornalista Alan Fitter sul sito Americana UK, “ suona come se fosse stato inciso a New Orleans negli anni 20 ” (del secolo scorso). Poi, in Tell My Sister, la più giovane delle McGarrigle (scomparsa nel 2010 a 63 anni) confessa tutta la sua fragilità ricordando un addio a una Londra sferzata dalla pioggia battente e un ritorno in Canada alla ricerca di conforto e di cieli sereni: gli ottoni della piccola orchestra che ne accompagna la voce rammentano certe sonorità color seppia e d’antan dei classici dischi della connazionale The Band.
Anche Anna, nella tenera e dolente My Town, confessa il suo bisogno di abbandonare la città d’origine per dirigersi “a Sud dove il clima è clemente ” fino al ritorno della primavera, danzando con l’armonica dell’amico Chaim Tannenbaum a tempo di un valzer cui si avvinghia anche Jigsaw Puzzle Of Life: una storia d’ambientazione pastorale e autunnale (probabilmente ispirata a quella con il marito e giornalista Dane Lanken) in cui l’amore è visto come un complesso gioco a incastro i cui pezzi rischiano sempre di sparpagliarsi. Il poeta e cantautore canadese Philippe Tatartcheff l’affianca nella scrittura dell’unico brano in lingua québécoise, il folk reggae spensierato di Complainte pour Ste-Catherine ambientato in una Montreal dove i passanti d’inverno si riparano dal freddo approfittando degli sbuffi di calore che emanano dai tunnel della metropolitana; e d’estate combattono una battaglia persa in partenza contro le zanzare. Quel tono leggero e scanzonato contraddistingue anche Foolish You (firmata da un altro amico e connazionale, Wade Hemsworth), mentre il catartico epilogo dell’album è affidato a Travellin’ On For Jesus, un gospel tradizionale arrangiato dal bahamense Joseph Spence idolatrato anche da Ry Cooder, con basso e batteria a irrobustire il sound di una famiglia di nuovo riunita intorno a un pianoforte come ai vecchi tempi.

È il degno finale di 1 disco senza maquillage e invecchiato con grazia. Anzi, illuminato da una fragrante atemporalità. Il segreto? La sua purezza e la sua spontaneità, il calore intimo e familiare che irradia. Nelle note di copertina, le McGarrigle lo dedicarono al “ coach che seduto sullo sgabello del pianoforte sarebbe stato felice di vedere le sue ragazze arrivare così lontano ”: cioè al padre Frank, istigatore della loro passione musicale e del loro spirito indipendente, scomparso prima che l’Lp fosse pubblicato. Come Anna ha raccontato e come la giornalista americana Laura Snapes ha ricordato nella sua entusiasta recensione retrospettiva pubblicata sul sito Pitchfork (voto: 9,5 su 10), in casa McGarrigle più della Bibbia furono quel piano, un’antica chitarra Gibson, una fisarmonica lasciata in pegno da un ubriacone senza dimora e altri 8 malridotti strumenti di poco valore a forgiare il loro pensiero, la loro educazione e il loro percorso futuro. In Kate & Anna McGarrigle lo si percepisce e lo si respira, dal 1° all’ultimo solco.
Kate & Anna McGarrigle (1976, Warner Bros.)
