Il 23 gennaio 1976, Station To Station sfida il pubblico e la critica posizionandosi fra la soul music e il funky del precedente Young Americans (1975) e le fluorescenze elettroniche del futuro Low (1977). 50 anni dopo, il breve ma intenso capolavoro di David Bowie (che in classifica si piazzò al 3° posto negli Stati Uniti e al 5° in Gran Bretagna) si rifà più che mai vivo e vegeto su Lp masterizzato half-speed da John Webber agli AIR Studios di Londra e nella versione picture disc con l’aggiunta del poster promozionale dell’epoca.

L’anno prima, Bowie è reduce dal film L’uomo che cadde sulla Terra diretto da Nicholas Roeg. Dal New Mexico ritorna a Los Angeles che peserà sì e no 40 chili, sopraffatto com’è dall’abuso di cocaina. Dichiara: «Ho fatto la mia parte. Non ci saranno più dischi rock e tantomeno concerti, per quanto mi riguarda. Il rock è morto. È come un’imbarazzante, vecchia sdentata». Poi ci ripensa e incide Station To Station ai Cherokee Studios di Hollywood alternando euforìa e depressione, misticismo e nichilismo. Thin White Duke (Sottile Duca Bianco) vuole farsi chiamare: umano a prima vista, alieno nella realtà. Identico, in particolare, a quel Thomas Jerome Newton caduto sulla Terra che campeggia in copertina fotografato da Steve Schapiro e virato in bianco e nero. Stargli dietro è assai complicato, per i musicisti, poiché Station To Station è la sua via crucis : umana e professionale.

David Bowie
© John Robert Rowlands

Per poter risorgere dalle ceneri, deve raggiungere l’Albero della Vita descritto nella Kaballah. Nel 2006, in un’intervista, Bowie ricorderà così quel buio impenetrabile: «È stato uno dei più cattivi periodi della mia vita. Una sfuocatura, alimentata da un’ansia cronica che sconfinava nella paranoia». Eppure, quel miscuglio di ghiaccio bollente produce pezzi epocali: i 10, sferraglianti minuti di Station To Station che rendono omaggio ai Kraftwerk di Autobahn e che Florian Schneider & Ralf Hütter ricambieranno nel 1977 con Trans-Europe Express e i versi ” From station to station, back to Düsseldorf city/Meet Iggy Pop and David Bowie “. L’impeccabile funky di Golden Years, inciso e ultimato con grande rapidità. La melodia, l’anima e la catarsi del crooning incapsulato dentro Word On A Wing, con il piano mirabilmente suonato da Roy Bittan della E-Street Band springsteeniana.

E ancora, l’eleganza sgangherata di TVC15 con le sue bizzarrìe honky tonk e la trama avviluppata intorno alla ragazza di Iggy Pop letteralmente ingoiata da un televisore a 15 pollici; l’alchimìa di funk, rhythm and blues e hard rock che riempie fino all’orlo Stay e il romantico epilogo di Wild Is The Wind, canzone scritta nel 1956 da Ned Washington e dal compositore Dimitri Tiomkin, interpretata da Johnny Mathis e resa eterna da Nina Simone, già tema conduttore dell’omonimo film diretto nel 1957 da George Cukor.

Il 2 febbraio 1976 dal Pacific Coliseum di Vancouver, in Canada, partirà l’ISOLAR 1 Tour destinato a toccare il Nordamerica e l’Europa, introdotto concerto dopo concerto da una sequenza di Un chien andalou, il silent movie di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Vissuto, respirato e interpretato, anzitutto, da uno scheletrico dandy dai capelli impomatati che indossa un paio di pantaloni neri, un gilet e una camicia immacolata. Sta per uscire dal suo periodo sabbatico, il Duca Bianco. C’è Berlino, ad attenderlo. Dal 1977 al 1979 risorgerà definitivamente dalle proprie ceneri con Low, Heroes e Lodger, complice Brian Eno. Ricorderà Station To Station come «un’opera tenebrosa concepita da un uomo totalmente diverso». Ma una tappa fondamentale della sua carriera.

David Bowie, Station To Station (1976, RCA)