Lo zapping fra le memorie televisive in bianco e nero della generazione boomer, ci restituisce il flash di una sera del settembre 1969, quando al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia gli americani Vanilla Fudge vinsero la Gondola d’Oro con Some Velvet Morning alla Mostra Internazionale di Musica Leggera. Risultato inatteso da loro stessi, dal momento che la loro versione stravolta e psichedelica del brano di Lee Hazlewood e Nancy Sinatra pubblicato 2 anni prima c’entrava poco o nulla con gli altri contendenti al titolo: Nino Ferrer e Georges Moustaki; Ornella Vanoni e Marisa Sannia; Dalida e Nada; Roberto Carlos e Little Tony, che li seguirono in graduatoria («Eravamo l’unico gruppo rock dello show, in mezzo a orchestrali in frac e a gente vestita da sera», ha ricordato anni fa al quotidiano La Stampa il chitarrista Vince Martell, vero cognome Martellucci e come il batterista Carmine Appice di chiare origini italiane).

Stravolta e psichedelica era anche la loro cover più famosa e uscita nel 1967: You Keep Me Hangin’ On, la hit pop soul che Brian Holland, Lamont Dozier e Eddie Holland avevano affidato l’anno prima alle ugole squillanti delle Supremes. Prendendo spunto dal testo che parlava di un rapporto amoroso squilibrato e infelice, l’organista e cantante Mark Stein, il bassista Tim Bogert – furono loro 2 a insistere per registrarne una versione – , Martell e Appice ne fornirono una variante decisamente più dark prodigandosi nella loro specialità: una rivisitazione al ralenti (mutuata da una moda allora in voga tra le cover band della loro Long Island) e distorta come da uno specchio deformante da luna park in cui a guidare il gruppo erano i fraseggi vorticosi all’Hammond e la voce acuta, a tratti quasi isterica, di Stein. Nel frattempo, del riconoscibilissimo e incalzante ritmo Motown era scomparsa ogni traccia e dalla mirror ball della pista da ballo si passava alle nuvole purpuree e azzurrognole di un club underground.

Tim Bogert, Mark Stein, Vinnie Martell, Carmine Appice

Funzionava, perché se nel novembre 1966 Diana Ross, Mary Wilson e Florence Ballard avevano portato il pezzo al N°1 della classifica Hot 100 di Billboard, nel giugno 1967 il quartetto newyorkese – al 2° tentativo, dopo un 1°, meno fortunato assalto alle charts – arrivò al N°6. Era il suo 1° singolo, registrato in una sola take, ma ancora più caleidoscopica era la versione pubblicata sul 1° e omonimo album del gruppo pubblicato dalla ATCO, sussidiaria della Atlantic Records, l’agosto successivo. Dai 2 minuti e 50 del single edit si passava ai 7 minuti e 26 secondi di una sfrenata jam che metteva in luce il virtuosismo strumentale e gli arrangiamenti visionari dei Vanilla Fudge, gli ex Pigeons che avevano cambiato nome su richiesta del boss dell’Atlantic Ahmet Ertegun scegliendo una sigla che, a seconda delle versioni, rendeva omaggio al gusto di gelato preferito dalla nipote di Stein oppure al suggerimento di una barista che in quell’accostamento di termini vedeva un riferimento calzante al loro white soul.

Miscelati con cura da George FrancisShadowMorton, produttore accorto che aveva lavorato con le Shirelles e si era poi convertito al nuovo folk-rock elettrico, gli ingredienti erano ben amalgamati: Stein aveva – e ha ancora, come si è potuto verificare nel settembre 2018 al Festival Prog di Veruno, in provincia di Novara – corde vocali d’acciaio, e con i tasti del suo Hammond giostrava tra fraseggi barocchi e impetuosi sbuffi lisergici; Martell ci dava dentro con il wah wah evocando spesso fantasmi hendrixiani; l’occhialuto Bogert era a sua volta dotato di un’ottima voce (i cori erano un altro fiore all’occhiello della band ) ed era un bassista fluido e dinamico a cui stava stretto il ruolo di semplice puntello ritmico, oltre che un pioniere della distorsione applicata al suo strumento; e Appice semplicemente 1 dei migliori batteristi rock di tutti i tempi, il cui uso rivoluzionario delle terzine di cassa avrebbe influenzato anche John Bonham (i 2 si erano conosciuti durante il 1° tour americano dei Led Zeppelin, allora di spalla ai Vanilla Fudge, e “Bonzo” – di solito parsimonioso di complimenti – dichiarò di non aver mai visto dal vivo un collega così bravo).

Creavano un solido ponte di collegamento fra l’hard blues e la psichedelìa gettando i semi del progressive e dell’heavy metal prossimi venturi e offuscando le canzoni che sceglievano di reinterpretare con effetti flou e ubriacanti panoramiche sonore: il segreto era sempre lo stesso, sviscerare i testi delle canzoni per aprirne certe porte nascoste e i tenebrosi recessi che stavano al di sotto del luminoso pop di superficie. In Vanilla Fudge, e con l’eccezione di alcuni brevi e onirici interludi che alternavano parlato, boleri e musiche da giostra, tutta la scaletta era costruita sul repertorio di altri artisti con una selezione di pezzi già molto famosi. Degli inevitabili Beatles, i Fab Four newyorkesi riprendevano Ticket To Ride ed Eleanor Rigby: la prima aperta da un’introduzione parlata e spogliata di ogni vivace ingenuità beat; la seconda mistica e funerea, in altalena fra parossistici fragori, pianissimo e stop and go con una fuga bachiana e ossessivi, quasi paranoici intrecci vocali (Appice l’ha paragonata alla colonna sonora di un film horror).

L’amore per il soul, nero e bianco, tornava con una lugubre e stentorea rilettura di People Get Ready di Curtis Mayfield & The Impressions, fra gospel e canto gregoriano; con una ripresa di Take Me For A Little While, gemma pop soul portata al successo nel 1965 da Evie Sands; con She’s Not There degli Zombies, ruggente r&b inglese di metà anni 60, ancora fra rallentamenti, ripartenze e una voce che faceva sfoggio di un potente vibrato; e con il pop contemporaneo con Bang Bang, scritta da Sonny Bono e interpretata da Cher: intro da messa psichedelica e un arrangiamento che ne amplificava a dismisura il pathos drammatico e al tempo stesso il sapore da filastrocca infantile.

Mezzo milione di fans americani (a quella cifra ammontarono le prime vendite dell’Lp, N°6 in Usa e N°8 in Finlandia nel novembre 1967) non potevano sbagliare; e i Vanilla Fudge furono per una breve stagione “the next big thing ” del rock. Alzarono ancora l’asticella delle ambizioni con gli album successivi, meno premiati dal pubblico nonostante lo sforzo d’innestare più materiale originale: dalle prime pagine delle riviste specializzate sono scomparsi presto, travolti dall’impeto dei nuovi campioni dell’hard, ma intanto la band (con l’eccezione dello scomparso Bogert) è ancora viva e vegeta e continua a esibirsi: Appice è diventato un monumento del rock e la loro versione di You Keep Me Hanging On è un classico inossidabile da colonne sonore, in serie tv di 1° livello e film blockbuster: i Soprano e Mad Men, così come C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Nulla di più cinematografico e drammatico dei loro pezzi a lenta combustione e dagli intensi crescendo. Nulla di più squisitamente Sixties di quel turbinoso frullare di suoni, sogni, incubi e visioni, fra i colori sgargianti e il lato oscuro dell’era hippie.

Vanilla Fudge (1967, ATCO)