«Nella musica inglese, oggi, stanno succedendo solo 3 cose interessanti», disse una volta Aretha Franklin, un po’ sprezzante, dopo essere tornata da un viaggio in Europa. «I Beatles, i Rolling Stones e Terry Reid». Lui, l’oggetto misterioso, il cantante del Cambridgeshire allora sulla bocca di tutti e oggi semi dimenticato, scomparso il 4 agosto scorso a 75 anni e passato alla storia per avere detto di «no» ai Led Zeppelin e ai Deep Purple.
Dopo il diffondersi della notizia del decesso, sono fioccati i tributi dei colleghi: Robert Plant, che da Reid venne segnalato a Jimmy Page come giovane cantante di belle speranze che poteva fare al caso suo. Glenn Hughes, che lo conosceva dalla fine degli anni 60 e che a sua volta andò vicino a formare una band con lui. E il suo mentore Graham Nash, che sia con gli Hollies, sia con Crosby, Stills e Young registrò 1 sua canzone per poi produrre, nel 1976, l’album Seed Of Memory. Tutti concordi (assieme a Mick Jagger) nel ritenerlo 1 dei più grandi cantanti rock & soul di tutti i tempi: soprannominato “Superlungs ”, “Superpolmoni ”, per la potenza dell’emissione e la straordinaria estensione vocale, dopo che nel suo album omonimo del 1969 aveva interpretato Superlungs My Supergirl di Donovan.

Terry Reid
© Ian Dickson/Redferns
Ha buttato alle ortiche una carriera da superstar senza mai dare l’impressione di essersene pentito, determinato a perseguire una carriera solista fortemente ostacolata dalle beghe legali con il produttore Mickie Most e che ha fruttato almeno 1 grande, grandissimo disco di culto: River, che l’Atlantic pubblicò nel 1973 dopo che Ahmet Ertegun l’aveva messo sotto contratto liberandolo finalmente dalle pastoie che gli impedivano di proseguire il suo percorso (proprio con Aretha al suo fianco, il leggendario discografico di origini turche lo aveva visto esibirsi qualche anno prima in 1 piccolo club di Londra, il Revolution, convincendosi delle sue grandi qualità di autore e performer ). Con la gloriosa etichetta di New York i Led Zeppelin in quei mesi del 1973 volavano altissimi grazie a Houses Of The Holy.

Terry non era meno ambizioso nel dare corso a una lunatica e schizofrenica ispirazione che lo portò a dividere il suo Lp in 2 facciate dal mood completamente diverso. Era il prodotto di un’odissea durata 2 anni e d’interminabili session tenute fra Londra e New York. Nella capitale inglese, Terry aveva lavorato senza troppo costrutto con Eddie Offord, il fonico degli EL&P e degli Yes; e da quelle session un po’ caotiche e disorganizzate erano emerse soltanto un paio di tracce “free form ”, anarchiche e fluide che si ascoltano sul 2° lato del vinile. Nella Grande Mela, invece, il celebre ingegnere del suono della Atlantic, Tom Dowd, che aveva fatto faville a fianco di Aretha, di Wilson Pickett e di tanti altri mostri sacri idolatrati da Terry, era riuscito a cucire addosso alle sue canzoni un sound più strutturato usando microfoni vintage e metodi di registrazione più naturali («Tom trasformò totalmente le cose, e passai da una situazione di totale tragedia al sentirmi come un bambino in un negozio di dolciumi», ha ricordato anni dopo il musicista inglese alla rivista Louder). Alla ricerca di riferimenti, autorevoli critici hanno paragonato la seconda facciata di River alle astrazioni jazz folk di Astral Weeks di Van Morrison; e certi suoi brani a quelle magiche pozioni folk–rock–soul che avevano regalato un’aura speciale ai migliori dischi di John Martyn, di Nick Drake e di Tim Buckley.
C’è dell’altro, però, in quel disco. A partire da Dean, il sincopato e vibrante funk blues che lo apre. Ascoltandolo, si capisce da dove Chris Robinson dei Black Crowes (altro fan dichiarato, e dal timbro vocale piuttosto simile al suo) ha preso quel suo modo di fraseggiare, mentre la chitarra ritmica di Terry – ottimo strumentista, oltre che vocalist – dialoga con la slide miagolante dell’impareggiabile David Lindley (rubo il termine al giornalista John O’Regan) appoggiandosi a una spumeggiante sezione ritmica composta da Lee Miles al basso e Conrad Isidore alla batteria (poco dopo negli Hummingbird di Bobby Tench): molto, ma molto di più di 2 timekeepers capaci, anzi, di reinventare il loro ruolo a ogni battuta. Neanche gli Humble Pie o i Faces, i Patto o gli Spooky Tooth sembrano troppo lontani da questo riuscito crossover transatlantico fra musicisti inglesi e americani, che prosegue in chiave più blues in Avenue (con il gioco di piatti di Isidore in 1° piano e una voce ancora più simile a quella di Robinson) e Things To Try (di nuovo la slide dell’ex Kaleidoscope, Lindley, sugli scudi): nella seconda affiora una chitarra acustica che subito dopo, in Live Life, rotola a ruota libera su un ritmo rinforzato da percussioni latine.

È l’anticipo del 2° tempo, quello che si apre con la title track, River, in un flusso di musica liquida e placida, smooth e introspettiva, che in quel lontano 1973 materializzava profumi di quella California dove Terry era andato a vivere; ma anche di Ipanema, nel segno del samba e della bossa nova di Gilberto Gil, suo eroe (al pari di Carlos Jobim) finalmente incontrato nel 1970 all’Isle of Wight Festival dov’era arrivato come esule politico. Il quid in più era la presenza alle percussioni di 1 maestro della musica latina e dell’afrocuban jazz come Willie Bobo, già al fianco di Tito Puente, di Cal Tjader e per un certo periodo anche dei Santana (è lui l’autore di Evil Ways). La sezione ritmica scompariva del tutto, invece, fra i dialoghi di chitarre acustiche di una contemplativa Dream, 1° dei 2 brani sopravvissuti alle session londinesi con Offord; e in cui la voce di Reid s’arrampicava su vette frequentate solo da provetti scalatori come Buckley padre.

Subito dopo, sentendo Milestones (sì, il capolavoro jazz modale pubblicato nel 1958 da Miles Davis, aperto da un solitario fischiettìo, completamente riarrangiato con l’aggiunta di 1 testo e di 1 linea melodica vocale) è impossibile non pensare al Morrison delle settimane astrali ma soprattutto alle eteree polifonìe vocali che David Crosby aveva fissato su nastro 4 anni prima in If I Could Only Remember My Name. Quelli erano i momenti in cui il fiume di Reid s’allontanava dalle rive più frequentate, trascinandosi in anfratti in cui anche il pubblico più attento e le antenne delle radio rock FM faticavano a captarlo. «Mi hai consegnato un album jazz», fu il laconico commento del suo grande sostenitore Ertegun dopo il 1° ascolto. «In quel momento l’Atlantic aveva nei negozi un disco dei Black Oak Arkansas, la novità del mese», ha ricordato invece Reid nel 2016 alla giornalista di Mojo, Sylvie Simmons. «Il mio era diverso». Troppo fuori sintonìa, troppo lontano dalla corrente principale. Anche per quei tempi.
Terry Reid, River (1973, Atlantic)
