Un giorno del 1972, Neil Young riceve una telefonata da suo padre che gli fa i complimenti per la sua nuova canzone appena ascoltata alla radio. È quella, specifica, che nel titolo e nel testo parla di un cavallo senza nome.
Raccontato dallo stesso rocker canadese nella sua biografia, quel divertente episodio conferma ciò che molti pensarono al 1° ascolto di A Horse With No Name degli America: un 45 giri di grande successo che, ironia della sorte, negli Stati Uniti scalzò dal 1° posto in classifica proprio Heart Of Gold. Il timbro vocale dell’autore del pezzo, un ragazzino neanche 20enne e fresco di diploma liceale che di nome faceva Dewey Bunnell, ricordava indiscutibilmente quello del ben più famoso e affermato collega. E le celestiali armonie vocali che intrecciava con i 2 compagni di band, Gerry Beckley e Dan Peek, facevano pensare a Crosby, Stills & Nash, con o senza Young. «Dentro di me sentivo che in tutto questo non c’era nulla di forzato», replicherà Bunnell a sua discolpa. «Non stavamo cercando d’imitare nessuno. Eravamo sinceramente ispirati da quella musica, come in precedenza era accaduto con i Beatles e con i Beach Boys. Eravamo un riflesso della nostra generazione e del movimento hippie, di cui Neil era 1 dei maggiori portavoce».
Come dargli torto? Anche se gli America non stavano «reinventando la ruota» (così Beckley in un’altra, più recente intervista), A Horse With No Name non era una pallida imitazione. Era, semplicemente, una canzone perfetta. Il sogno a occhi aperti di un americano a Londra (anche se Bunnell era nato in Inghilterra) trasferitosi oltreoceano come gli altri membri del trio al seguito di genitori in servizio presso il distaccamento britannico della US Air Force, ma che ancora fantasticava della California e del deserto, immaginandosi in sella a 1 cavallo sul quale fuggire dal caos urbano alla ricerca d’un mistico contatto con la Natura (i riferimenti alla cultura della droga e all’eroina che ai tempi connotavano il termine “horse ” sono sempre stati respinti con decisione dall’interessato).

Dewey Bunnell, Gerry Beckley, Dan Peek
Accattivante, limpida e terribilmente evocativa, A Horse With No Name aveva pochi ingredienti, dosati al punto giusto: 2 squillanti chitarre acustiche (una a 6 e una a 12 corde) e 3 bellissime voci fuse in un’armonizzazione a parti strette, accompagnate dal ritmo gentile ma incalzante prodotto da 1 basso, da 1 batteria e dalle percussioni di Ray Cooper, inglese di Watford che in quel periodo cominciava a diventare un insostituibile compagno di viaggio di Elton John e che in quella registrazione imitava con grande efficacia il calpestìo degli zoccoli equini. Diventò il traino di un 1° album, America, che i 3 avevano già registrato e pubblicato alla fine del 1971 senza suscitare grandi clamori. I discografici inglesi della Warner Brothers, che avevano messo sotto contratto il gruppo su suggerimento del famoso disc jockey Jeff Dexter e che ancora erano alla disperata ricerca di qualche hit da consegnare alla casa madre americana, sentivano che mancava qualcosa: 1 singolo capace di smuovere le acque.
Avevano ragione, riconobbero in seguito gli America; e quando ascoltarono una manciata di nuovi pezzi che il trio aveva registrato ai Morgan Studios (dato che i Trident in cui avevano lavorato al 1° disco non erano in quel momento disponibili) non ebbero dubbi: quella “desert song ”, A Horse With No Name, era proprio quel che ci voleva. Ristamparono in fretta e furia l’Lp nel gennaio del 1972 includendola nel 1° lato: 45 giri e album schizzarono in testa alla classifica statunitense di Billboard (dove l’album restò in vetta per 5 settimane vendendo oltre 1.000.000 di copie) facendo sfracelli anche nel resto del mondo: in Australia e in Giappone come in Spagna (nel Regno Unito, la patria adottiva, si fermò al N°14 nonostante il sostegno radiofonico della BBC e del guru John Peel: forse lì gli America – 3 ragazzi statunitensi che celebravano la loro patria nel nome e nella musica ma da esuli a Londra – erano visti da qualcuno come degli intrusi).
A dispetto del successo di massa, non piacevano a certi fan iperprotettivi di Neil Young, a chi li accusava di essere dei replicanti e a chi non vedeva di buon occhio il fatto che quel rock soffice e solare di marca squisitamente californiana provenisse da Londra invece che da Los Angeles o da San Francisco; e che fosse fabbricato con l’aiuto di 2 inglesi doc: Dexter (vecchio mentore del movimento mod e della psichedelìa britannica) nel ruolo di produttore esecutivo; e Ian Samwell (musicista, autore e uomo di staff della Warner a Londra che anni prima aveva composto Move It, il singolo di debutto di Cliff Richard) in quello di produttore artistico. Eppure, guardato con sospetto anche da parte di certa critica, America non è stato solo 1 best seller destinato a 1 pubblico compiacente e di bocca buona.

È un disco fresco, ispirato, sincero e d’impeccabile artigianato, non un semplice prodotto di consumo creato a tavolino. E come dice Bunnell, fotografa bene un momento in cui i giovani mettevano in discussione lo status quo e il modello tradizionale del Sogno Americano (è significativa, in questo senso, anche la copertina, in sintonìa con la nuova Hollywood revisionista e “pro indiani ” dei film Soldato blu e Piccolo grande uomo: ricavato da una stampa appesa nell’ufficio londinese del manager della band, riproduce il particolare di una vecchia foto del 1887 che fissava lo sguardo malinconico ma fiero di 3 nativi americani della tribù dei Corvi ridotti in cattività dall’esercito americano).
I dialoghi fra le chitarre acustiche e gli impasti vocali, i 2 marchi di fabbrica degli America, illuminavano anche le altre canzoni del disco: comunicative, orecchiabili e soft ma mosse, dinamiche e scandite da cambi di ritmo e d’atmosfera che deviavano spesso dalla struttura tradizionale della canzone popolare. Tutti e 3 i musicisti scrivevano, collaborando fra loro e stimolandosi a vicenda, anche se era Bunnell il songwriter più prolifico: al punto che 5 delle 6 canzoni incise sulla prima facciata portavano la sua firma. Riverside, acustica e a tempo veloce, era un’apertura suggestiva, mentre le successive Sandman e Three Roses diventarono delle hit radiofoniche. Con il suo riff di basso e il suo assolo fuzz di chitarra elettrica (eseguiti rispettivamente da Beckley e da Peek), la prima era un pezzo ad alta intensità e dal piglio energico, mentre della seconda restavano impressi la bella melodia e gli accordi stoppati delle 3 chitarre acustiche accompagnati dalle percussioni di Cooper.
Di Dewey era anche la delicata Children, forse il pezzo più CSN&Y del lotto: David Lindley (Kaleidoscope, Ry Cooder, Jackson Browne), asso statunitense degli strumenti a corda, vi ricamava con un’incisiva steel guitar che spiccava anche sul lato B del disco in Rainy Day, fra altri preziosi intarsi chitarristici, accordi a cascata e 1 andamento che ricordava vagamente 1 altro classico di Young, Down By The River. La firmava Dan Peek, autore anche della placida ballad arpeggiata Never Found The Time e di Donkey Jaw, il pezzo più risolutamente rock del disco con shaker, raganella, strappi di chitarra elettrica e 1 testo che denunciava lo stupro del Pianeta da parte di forze demoniache che solo le nuove generazioni potevano contrastare (“ci vogliono i bambini per fare una Terra migliore? ”).

Era Beckley, invece, a portare in dote il pezzo più pop, melodico e sentimentale della raccolta, I Need You: una ballata pianistica e soffice esplicitamente ispirata ai Bee Gees e alla loro First Of May, che consegnò agli America un 2° singolo da classifica (N°9 di Billboard) e 1 altro sempreverde. Sue erano anche Here, che a un’introduzione a una coda crepuscolare contrapponeva una movimentata sezione centrale; e una Clarice malinconica nella musica ma ottimista nel testo. Era poi Bunnell a chiudere con Pigeon Song il disco da solo, voce e chitarra acustica, suggerendo che tagliare i ponti col passato rappresentava un’occasione di crescita e di libertà. Certo, non erano Neil o i CSN. Erano più easy, meno infervorati, meno ispirati dalla Musa, meno radicali, meno visionari. Però diffondevano gli stessi ideali, parlavano la stessa lingua, trasmettevano le stesse emozioni. Avevano talento e idee, e da subito dimostravano capacità di scrittura ed esecuzione non comuni.
Nella considerazione di alcuni, a dispetto di una carriera lunghissima e ricca di successi che prosegue tuttora (senza Peek, dimissionario nel 1977 e morto nel 2001), sono rimasti in un certo senso degli underdog: ma ci sarà un motivo, non solo economico, se con loro ha collaborato a lungo un orecchio fino e un produttore geniale come George Martin (subito dopo essere rimasto orfano dei Beatles). Quanto a A Horse With No Name, vi capiterà d’ascoltarla ancora, e spesso, nelle radio “classic rock ” o in una replica di serie televisive famose come Breaking Bad. Con la differenza che, grazie a Shazam e agli altri strumenti di ricerca e di riconoscimento musicale che oggi abbiamo a disposizione, non è neppure più necessario telefonare a Neil Young per sapere chi ne siano gli interpreti.
America (1972, Warner Brothers Records)
