Il trentacinquennale dell’omonimo debutto di Tracy Chapman ricorreva 2 anni fa, ma per qualche misterioso motivo solo oggi Elektra e Rhino Records ristampano su vinile 180 grammi una speciale edizione celebrativa di 1 album che resta tuttora fra i best seller sulla piattaforma di vendita Discogs e che in realtà in origine non aveva nulla di analogico: nell’aprile 1988 uscì infatti come compact disc DDD registrato, mixato e masterizzato interamente in formato digitale. Rimasterizzato con la supervisione del produttore David Kershenbaum, l’Lp è disponibile in 4 diversi colori (nero, arancio opaco, arancio trasparente, rosso sangue di bue), in edizioni in parte limitate e distribuite in punti vendita selezionati. Tutte contengono un inserto che come nella stampa originale del 1988 riproduce i testi delle canzoni in inglese e le loro traduzioni in italiano, francese, spagnolo e tedesco. È un valore aggiunto essenziale, perché capire ciò che la giovane Tracy diceva nelle sue canzoni era ed è importante. Ora come allora.

Testi vibranti e dritti al punto, melodie incisive e lineari, una fresca vena da autentica folk singer, erano gli assi nella manica di quella ragazza timida, solitaria e già matura che allora aveva 24 anni: un’assoluta anomalìa nel panorama della musica pop da ballare e da vedere (su MTV e sugli altri canali videomusicali), di fine anni 80. Un po’ come Suzanne Vega, che l’aveva preceduta giusto di qualche anno e come lei rappresentava una salutare eccezione al mainstream musicale del momento. Suzanne era bianca e bionda, un’eterea newyorkese (seppure d’origini californiane) con l’aria da giovane intellettuale del Greenwich Village. Tracy era nera, capelli corti e ricci, un volto massiccio, infantile e androgino, espressione seria e risposte stringate nelle interviste che non amava concedere. Cresciuta con la madre single a Cleveland, in Ohio, era abituata a fare i conti fin da piccola con manifestazioni di bullismo e di razzismo.

A chi masticava musica già da qualche anno non poteva non ricordare Joan Armatrading, per quel tocco felice e particolare nella scrittura e quella voce da contralto, scura, profonda e quasi mascolina, anche se le separava letteralmente un oceano (Joan è un’antillana cresciuta in Inghilterra) e nessuna delle 2 ha mai indugiato volentieri su certe evidenti assonanze. Pur rifiutando la patente di cantante di protesta e “politicizzata ”, nelle sue composizioni Tracy si mostrava socialmente più consapevole e attenta alle notizie diffuse dai quotidiani e dalle tv. Altrettanto precoce, scriveva canzoni da quando aveva 8 anni e aveva affinato le sue capacità d’osservazione dopo il diploma in antropologia conseguito alla Tufts University del Massachusetts: lì aveva iniziato a esibirsi per strada come busker e poi nei club e nei caffè della zona, facendo gavetta alla vecchia maniera prima che un editore musicale famoso, Charles Koppelman, la notasse e la portasse all’attenzione di Bob Krasnow e di un’etichetta prestigiosa come la Elektra.

Tracy Chapman

Si accorsero subito, i suoi discografici, di avere fra le mani un oggetto misterioso, affascinante ma non facile da maneggiare; un’artista di talento, integerrima e poco disposta al compromesso. Fortuitamente, 1 anno prima del suo esordio discografico, Suzanne Vega con Luka aveva ottenuto il suo più grande successo affrontando con delicatezza un tema scomodo e delicato: la violenza domestica ai danni dei bambini. Con Behind The Wall, eseguita a cappella nel suo disco di debutto, Tracy affrontava un argomento analogo, anche se nel suo brano le urla che si sentivano oltre le pareti dell’appartamento erano quelle di una donna adulta: una moglie percossa, forse persino uccisa, dal marito. Quella deep cut nascosta in mezzo all’album era un pugno nello stomaco, altro che easy pop spensierato da classifica. E non rappresentava un’eccezione: anche le altre canzoni del disco, spesso nate diversi anni prima e composte durante l’adolescenza, squarciavano il buio di esistenze difficili e problematiche schiacciate da soprusi individuali e sociali.

Parlavano di povertà e di depressione psicologica ed economica. Di sussidi di disoccupazione e di file agli sportelli delle agenzie di collocamento. Di tensioni e scontri razziali nei ghetti neri delle metropoli americane. Di tentativi di fuga da una realtà opprimente e pericolosa. Di bisogno disperato d’amore e di difficoltà di comunicazione. Di capitalismo spietato e di turboconsumismo. Di egoismo e di solitudine esistenziale. Eppure senza essere mai deprimenti, interpretate con vigore, passione e vitalità aggrappandosi al desiderio d’emancipazione, alla voglia di autodeterminazione e alla speranza di trovare uno scopo nella vita. Erano canzoni oneste e sincere, scritte dal punto di vista di un’outsider che – lo si percepiva al 1° ascolto – quelle cose le aveva vissute in prima persona o le aveva viste con i suoi occhi.

Per renderle digeribili al grande pubblico, ci voleva un vestito sobrio ma elegante. Ci voleva un produttore esperto e “pop ” come Kershenbaum, che aveva lavorato con Joan Baez, con il Joe Jackson degli esordi e persino con i Duran Duran nel periodo di massimo successo. Ci volevano musicisti d’alto livello come Larry Klein, bassista fusion, allora marito e collaboratore assiduo di Joni Mitchell (1 dei primi idoli di Tracy, insieme a Bob Dylan e a Simon & Garfunkel); e un’intera squadra di turnisti di valore. Ci volevano arrangiamenti calibrati, asciutti e robusti. Organi, chitarre, bassi, batterie, tastiere e altri strumenti scelti con cura; timbri e suoni passepartout che spalancavano le porte delle radio e del mercato: in particolare nei 3 pezzi scelti come singoli e destinati a diventare dei veri evergreen.

In Talkin ‘Bout A Revolution, fiera e battagliera come una canzone di Richie Havens o un discorso di Malcolm X, Tracy asseriva convinta che “la povera gente si solleverà per prendersi quel che gli spetta ”. Nella mega hit Fast Car, sorretta da un riff di chitarra acustica circolare e cantilenante, raccontava una storia d’evasione e (improbabile) riscatto che risuonava familiare a tanti diseredati ed emarginati (diventò immediatamente un inno dei movimenti lesbici americani, anche se Tracy evitava di fare outing. Oggi è un cavallo di battaglia dal vivo del duo black di Austin Black Pumas). In Baby Can I Hold You, ballata tenera e struggente, romantica e tormentata che anche Luciano Pavarotti volle interpretare con la sua autrice, suonava più Armatrading della Armatrading con il tocco di classe del violino elettrico suonato da David LaFlamme degli It’s A Beautiful Day, vecchio eroe della Summer of Love di San Francisco.

In un’epoca in cui il compact disc consentiva di stipare 1 ora e più di musica sui supporti musicali, Tracy Chapman si faceva apprezzare per la stringatezza: 36 minuti all killer no filler senza cali di tensione. Fra gli eleganti contrappunti melodici del basso di Klein e il tintinnìo di un dulcimer a martelletti, Across The Lines denunciava chi nelle periferie degli Stati Uniti stava uccidendo il sogno americano. Nell’etno rock moderno di Mountain Of Things, le percussioni del brasiliano Paulinho da Costa e le trame elettroniche evocavano Peter Gabriel e il Paul Simon di Graceland, stigmatizzando gli avidi tycoon senza scrupoli che accumulavano ricchezze depredando il popolo e cercando inutilmente in quel modo di colmare il loro vuoto esistenziale. She’s Got Her Ticket era un’altra canzone di fuga, narrata in ottica femminile, con le scansioni in levare del reggae e 1 assolo di chitarra elettrica di Jack Holder. Why? un amaro folk-rock che s’interrogava sui temi universali e sempiterni dell’ingiustizia sociale, della guerra e della violenza sulle donne mentre il trittico finale – il countreggiante slow con dobro e armonica sintetica di For My Lover, la delicata If Not Now… e For You eseguita per sola voce e chitarra come nei folk club in cui Tracy aveva fatto apprendistato – tornava sul tema degli amori difficili e contrastati, spesso vissuti fuori controllo e in condizioni di sudditanza psicologica.

Allora la qualità complessiva dell’album, la sua atipicità nel panorama musicale dell’epoca e le condizioni favorevoli del mercato – erano gli anni di un nuovo boom discografico, propiziato dall’avvento del Cd e dalla moltiplicazione dei canali di distribuzione e di promozione – si unirono a una serie di circostanze eccezionali (l’esibizione nello stadio londinese di Wembley per il 70° compleanno di Nelson Mandela davanti a una platea in presenza e televisiva sterminata, il tour Human Rights Now! per Amnesty International a fianco di Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Sting e Youssou N’Dour) nel produrre un risultato straordinario: dischi di platino a pioggia, 3 Grammy Awards, 20.000.000 di copie vendute nel mondo (750.000 circa in Italia). Ma più che le cifre, oggi, impressiona l’attualità di canzoni che sembrano essere state scritte 5 minuti fa. Colpisce che ancora sappiano raccontare una realtà rimasta immutata, se non peggiorata. Che oltre a commuoverci, ci invitino ancora a prendere coscienza, a sollevare la testa e a reagire: come tutta la migliore folk music sa fare da sempre.

Tracy Chapman (1988, Elektra)