E pensare che a Rick Davies, il fondatore dei Supertramp scomparso lo scorso 6 settembre a 81 anni, il titolo del 6° Lp del quintetto inglese, Breakfast In America, gli andava di traverso ogni volta che qualcuno osava pronunciarglielo.
È il 1979, il punk cede il passo alla new wave degli XTC (Drums And Wires), dei Police (Reggatta de Blanc), dei Cure (Three Imaginary Boys), degli Wire (154), della Public Image Ltd. (Metal Box), del Pop Group (Y), della Gang of Four (Entertainment!), di Elvis Costello & The Attractions (Armed Forces), dei Talking Heads (Fear Of Music), dei Joy Division (Unknown Pleasures) e dei Clash (London Calling), mentre lo ska britannico scala le classifiche con gli Specials (The Specials) e con i Madness (One Step Beyond…).

Accanto ai Pink Floyd, a David Bowie e a Michael Jackson che mettono in fila The Wall, Lodger e Off The Wall, i Supertramp (il nome l’avevano mutuato dall’Autobiography of a Super-Tramp del poeta e romanziere gallese William Henry Davies) apparecchiano una prima colazione coi fiocchi a partire dalla copertina lounge del disco, architettata da Mike Doud, che ti lustra gli occhi con quella skyline di Manhattan, vista dall’oblò di un aereo, che impila stoviglie, tazze, posate, bottiglie e zuccheriere. In primo piano c’è lei, Libby, la pingue cameriera che a mo’ di ipercalorica Statua della Libertà regge il piattino con 1 bicchiere d’orange juice al posto della fiaccola.

Il succo di Breakfast In America (destinato a vendere più di 20.000.000 di copie, contraddicendo Rick Davies che non gli aveva pronosticato neppure la Top 5), mischia il pop inglese e il rock FM con ragionata paraculaggine e il gusto zuccherino della perfezione assoluta. È la consacrazione, quando ormai i Supertramp non ci speravano più dopo anni di tentativi andati a vuoto e giri concertistici dagli esiti se non disastrosi, quasi. Fra gli irrisolti Supertramp (1970) e Indelibly Stamped (1971), i loffi Crisis? What Crisis? (1975) e Even In The Quietest Moments… (1977), si era comunque insinuato il raggio di luce di Crime Of The Century (1974) che suggeriva di ripartire prima o poi dalle cose buone: Dreamer e Bloody Well Right su tutte.

Nel 1979, vivaddìo!, il gruppo che oltre alle tastiere e alla voce baritonale di Davis aggiunge l’impeccabile falsetto e la chitarra di Roger Hodgson, il sax di John Helliwell, il basso di Dougie Thomson e la batteria di Bob C. Benberg al secolo Robert Layne Siebenberg, raccoglie (anche psicologicamente) il frutto d’essersi lasciato alle spalle l’uggiosa Londra per stabilirsi nella sunny California.

Prodotto da Peter Henderson e dalla band, inciso ai Southcombe Studios di Burbank e al Village Recorder di Los Angeles, Breakfast In America dispensa prelibate sfiziosità sonore: dalla spiritata The Logical Song con le sue incredibili progressioni pianistiche, il sassofono che urla e la voce che fila in super acuto; a Take The Long Way Home, con quell’impeccabile refrain del pianoforte e quell’armonica a bocca che è tutta un brivido; dall’avviluppante Goodbye Stranger con tanto di falsetti stile Bee Gees e gli impetuosi stacchi chitarristici, a Just Another Nervous Wreck e a Child Of Vision, furbescamente pilotate in tardo progressive rock; dalla title track virata in musical, alla jazzata Casual Conversations.
La colazione è dunque servita: su 1 piatto d’argento, in questo Lp senza tempo, da ascoltare in eterno.
Supertramp, Breakfast In America (1979, A&M)
