Una miscela maldestra di folk e di jazz da cocktail ”. È brutto tirare fuori gli scheletri dagli armadi, e tutti noi ne abbiamo, ma questo tranciante giudizio sul 1° album di Nick Drake pubblicato all’epoca dal glorioso settimanale musicale britannico Melody Maker è indicativo di come venne accolto ai tempi il debutto di 1 musicista che oggi è diventato 1 eroe di culto idolatrato da innumerevoli artisti e da un pubblico d’élite ma tutt’altro che sparuto.

Nel 1969 Five Leaves Left fu un flop clamoroso, oggi è 1 album riverito al punto che da qualche settimana è nei negozi The Making Of Five Leaves Left, il box di 4 Cd o 4 Lp che oltre al disco originale rimasterizzato contiene demo, alternate takes e un’intera collezione di bobine registrate in casa a Cambridge dall’artista prima di recarsi in uno studio di registrazione vero e proprio: gli angusti e celebri Sound Techniques di Londra, un ex caseificio (ancora oggi davanti all’ingresso dello stabile campeggia l’emblema di una mucca) in cui registrarono a inizio carriera anche i Pink Floyd e in cui incisero dischi storici altri campioni del neo folk britannico quali John Martyn, la Incredible String Band, Sandy Denny e i Fairport Convention; punte di diamante della Witcheason di Joe Boyd, il produttore bostoniano trapiantato a Londra che in quell’angolo di Chelsea, affiancato dal mitico fonico “residente John Wood, aveva stabilito la sua seconda residenza.

Boyd in Drake ci credeva eccome, così come Chris Blackwell, l’illuminato boss dell’Island Records. Ma quelli non erano i tempi giusti per l’allampanato e taciturno ragazzone nato in Birmania e cresciuto a Tanworth-in-Arden, nel cuore del Warwickshire. In quel disco c’erano canzoni come The Thoughts Of Mary Jane e Time Has Told Me; pezzi che al 1° ascolto in forma di provino lasciarono in Boyd una profondissima impressione: simile «a quando ascoltai October Song di Robin Williamson o l’assolo di Richard Thompson allo UFO Club», come ha ricordato anni fa nella sua magnifica autobiografia White Bycicles. Proprio la chitarra elettrica di Thompson, onnipresente nei 4 minuti e ½ di Time Has Told Me ma suonata con discrezione restando sempre un passo indietro, accompagnava insieme al pianoforte del newyorkese Paul Harris e al contrabbasso di Danny Thompson (a cui il formidabile musicista dei Pentangle aveva dato anche un nome: Victoria), la voce e la chitarra acustica di Drake nel brano che introduceva Five Leaves Left e quel suo mondo magico, elusivo, malinconico e misterioso in cui è facile, facilissimo, farsi risucchiare anche oggi data l’attualità dei temi, del mood, delle domande esistenziali e delle suggestioni.

Una voce roca da tabagista e da uomo di mezza età più che dal 20enne che era allora, svolazzante fra sbuffi di cenere e fumi azzurrognoli come quelli delle Gauloises che amava fumare (insieme agli spinelli che amplificavano l’aria trasognata della sua persona e della sua musica). E una chitarra che Nick, prendendo spunto e lezioni da chissà dove, suonava con grandissima competenza: con una tecnica, ha ricordato Boyd di recente al magazine Far Out, «così pulita che ci voleva del tempo a capire quanto fosse complessa». Note scolpite con forza e precisione straordinaria e dalle tonalità squillanti, passando da intricate figure in fingerpicking a solidi pattern ritmici spesso con l’aiuto d’inusitate accordature aperte, eseguite con quelle sue «mani enormi e macchiate di nicotina. Le dita robuste e articolate, con lunghe unghie dal taglio regolare e curato seppure incrostate di sporcizia».

Nick Drake
(1948-1974)

Fra i rivoli delicati e cristallini di Time Has Told Me Nick cercava «una cura travagliata per una mente travagliata»; e in The Thoughts Of Mary Jane inseguiva i pensieri di una donna elusiva e volatile quanto lui, lungo il suo «viaggio verso le stelle». A incorniciare le sue purissime, candide performance erano gli archi arrangiati dall’oggi altrettanto mitizzato Robert Kirby: allora un suo sconosciuto amico e concittadino di Cambridge, in seguito una figura riverita e ricercata a cui prima della prematura morte avvenuta nel 2009 a 61 anni si sono rivolti maestri della next generation inglese quali Paul Weller, Elvis Costello e Nick Lowe. La sua sintonìa con la musica e la voce del giovane Drake era quasi soprannaturale; e i suoi arrangiamenti, un po’ impressionisti e un po’ cinematografici, regalavano ulteriore levità alle canzoni di Nick invece di appesantirle, contribuendo al disegno di quei meravigliosi paesaggi umbratili, autunnali e piovosi che chi ama una certa Inghilterra ha impressi nel cuore.

Kirby era il compagno ideale nel folk da camera severo e nitido di Way To Blue, riflessione filosofica e contemplativa sul senso della vita; fra gli arpeggi delicati di Day Is Done, meravigliosa ode al crepuscolo (“Quando il giorno è finito/il sole affonda nella Terra/insieme a tutto quanto è stato perduto e conquistato/quando il giorno è finito “); e nella più bluesata Fruit Tree, mesta meditazione sul valore effimero della fama (“La fama non è altro che un albero da frutto/così debole e malsicuro/non potrà mai fiorire/finché il suo gambo non sarà impiantato nel terreno ”).

L’arrangiamento d’archi della canzone più famosa del disco, River Man, non era suo, però: era opera del veterano Harry Robinson, pioniere del rock and roll alla tv inglese con i Lord Rockingham’s XI; compositore di colonne sonore per celebri film horror con Christopher Lee e Barbara Steele protagonisti; arrangiatore sopraffino in grado di rievocare le atmosfere di qualsiasi compositore classico incluso quel Frederick Delius che Nick aveva in mente per quel brano, il più amato del suo catalogo dopo il successivo Pink Moon. Una canzone in cui le nebbie e i misteri s’infittiscono; un dipinto in cui l’acqua scorre dal cielo e nei meandri della terra e su cui aleggia la figura di un enigmatico uomo del fiume; un componimento metaforico, ermetico, pittorico e fatalista sullo scorrere del tempo, con una chitarra pizzicata e un ritmo lontano parente della bossa nova (lo spleen britannico di Drake e la saudade brasiliana non parlavano, del resto, un linguaggio troppo diverso).

Anche senza archi, anche senza Kirby e Robinson, la musica di Drake risplendeva di una luce tenue ma diffusa. Fra le pulsioni escapiste e i sussulti ritmici di Three Hours, il contrabbasso vigoroso di Danny Thompson e le congas del ghaniano Rocki Dzidzornu (collaboratore anche dei Rolling Stones e di Stevie Wonder) accompagnavano Nick in esplorazioni esotiche che ricordano alla lontana quelle di Davy Graham; la stessa sezione ritmica e il violoncello di Clare Lowther conducevano la fuga jazzata di ‘Cello Song, specchio del conflitto interiore fra chi si sente risucchiato verso le viscere della Terra mentre aspira a un posto lassù, fra le nuvole. Danny s’incaricava di ancorare la nave anche in Man In A Shed (è Nick l’uomo che vive in un capanno malandato che a malapena lo ripara dalle intemperie e a cui la ragazza che abita in un palazzo grande e confortevole rifiuta di tendere una mano), dove Harris si concede 1 assolo di pianoforte. Era invece lo stesso Drake a sedersi alla tastiera, accompagnato dalle 4 corde di Victoria e dal vibrafono di Tristan Fry, in una Saturday Sun tinta di gospel dove, quasi inevitabilmente, anche il sole del sabato finiva per trasformarsi in pioggia.

Era l’ennesimo riflesso in una pozzanghera del mondo instabile e in perenne mutazione di Nick Drake e un’altra delle sue canzoni fragili e intensissime, graffiate ma resistenti all’usura del tempo. Probabilmente a sua insaputa, e chissà cosa avrebbe pensato lui di questa sua formidabile rivalutazione ex post e di 1 cofanetto celebrativo, non fosse morto a casa sua, nelle prime ore del 25 novembre 1974, ufficialmente per un’overdose di tranquillanti. Probabilmente, imbarazzato, avrebbe scosso il capo e la lunga zazzera di capelli corvini rollando l’ultima delle five leaves left, delle 5 cartine rimaste nel suo pacchetto di Rizla.

Nick Drake, Five Leaves Left (1969, Island)