Qual è la data di nascita del progressive inglese? Secondo molti il 10 ottobre 1969, quando fu pubblicato In The Court Of The Crimson King, il 1° album dei King Crimson. Ma c’è chi la fa risalire ai Moody Blues, o magari ai Family, chi addirittura al Sgt. Pepper dei Beatles, primavera del 1967. Circa 9 mesi dopo, il 1° marzo 1968, la Immediate Records di Andrew Loog Oldham (il manager dandy dei Rolling Stones) distribuiva ai negozi il debutto dei Nice, The Thoughts Of Emerlist Davjack, contenente i pensieri di 1 personaggio immaginario ricavato dai cognomi di 4 musicisti che a Londra si erano fatti conoscere come band d’accompagnamento della cantante soul americana, ed ex Ikette, P.P. Arnold: il tastierista Keith Emerson, il chitarrista Davy O’List, il batterista Brian Davison e il bassista e cantante Lee Jackson.
Non erano militanti maoisti e non erano la Banda dei Quattro, anche se con il titolo del loro disco strizzavano l’occhio alla popolarissima antologia dei pensieri del leader cinese: quel Libretto rosso che Lee era solito portarsi con sé. Più prosaicamente, 3 bravi musicisti e 1 fenomeno con idee nuove e originali da dispensare al pubblico più curioso e aperto alle novità. Emerson, studi classici e passioni jazz alle spalle, era già 1 talento smisurato e istrionico con una solida esperienza maturata in gruppi come i T-Bones (di spalla al cantautore Gary Farr e insieme a Jackson) e i V.I.P’s. Dei Nice, in assenza di 1 cantante di ruolo e di 1 guitar hero, fu sin dagli inizi il centro d’attrazione, il trascinatore e il leader grazie a quelle pose spettacolari da impertinente frontman che in concerto faceva schioccare una frusta sadomaso e cavalcava l’Hammond come un puledro senza risparmiargli neppure feroci coltellate (l’equivalente di Jimi Hendrix alle tastiere, osservò ammirato Jimmy Page). Con Greg Lake e Carl Palmer, qualche anno dopo avrebbe portato tutto alle estreme conseguenze, ma nell’Lp di debutto dei Nice gettava già i semi dello stile che lo avrebbe reso leggendario, idolatrato, discusso, amato e odiato in egual misura.

Keith Emerson, Brian Davison, Lee Jackson, Davy O’List
Quel disco, però, era ancora immerso nella purple haze della stagione psichedelica e, a differenza degli EL&P, il quartetto che l’aveva inciso non era 1 supergruppo in cui confluivano 3 personalità carismatiche ed egocentriche. Tutto era (relativamente) più disciplinato, impaginato secondo i canoni del pop dell’epoca mentre il progressive doveva ancora essere codificato: ma come altro definire il piatto forte di Emerlist Davjack, una trascinante rielaborazione di quasi 8 minuti e ½ del Blue Rondo à la Turk di Dave Brubeck, standard jazz del 1959 modificato nel ritmo (da 9/8 a 4/4); riarrangiato per strumenti elettrici con l’organo di Emerson e la chitarra fuzz di O’List nel ruolo di solisti; speziato con estratti dalla Toccata e Fuga in Re Minore di Johann Sebastian Bach; intitolato semplicemente Rondo? Keith se lo sarebbe portato in dote anche nell’avventura con gli EL&P e per il resto della carriera. E si capisce perché: era 1 razzo tracciante lanciato nel buio, una sintesi e una vetrina del suo pensiero musicale che gli sarebbe tornata utile quando sulla festa colorata dei Sixties si spensero definitivamente le luci e agli artisti rock sarebbe stato consentito di sfondare definitivamente gli argini stilistici e temporali della vecchia musica popolare.
Ma quello era il futuro prossimo venturo, mentre di colori sgargianti, di effetti panning e stereofonici un po’ ubriacanti e di aciduli confetti psych pop, abilmente miscelati dal grande fonico Glyn Johns, è zeppo il debutto dei Nice: Rondo a parte, siamo piuttosto dalle parti dei Tomorrow di Steve Howe, dei succitati Moody Blues e soprattutto dei Pink Floyd di The Piper e di Syd Barrett, non a caso sostituito proprio da O’List a causa del progressivo peggioramento della sua salute mentale, in un alcune date di un package tour che nel 1967 vide il quartetto londinese a fianco degli stessi Floyd, di Jimi Hendrix, dei Move e degli Amen Corner. È Davy, eccezionalmente, la voce solista che si ascolta in quell’iniziale inno al Re Fiore delle Mosche, Flower King Of Flies, una marcetta all’Lsd aperta da un frullare di chimes e battuta dai venti di un Hammond, che più barrettiana non si potrebbe. Una danza dell’amore sotto un cielo di nuvole e una luna color zafferano, con i bimbi di bianco vestiti e le fanciulle del tempio che intonano un canto celestiale.

Il sottovalutato O’List (in seguito per qualche mese anche con i Roxy Music) è il deus ex machina anche di War And Peace, dove dimostra la sua originalità alla 6 corde sperimentando «sequenze a 12 battute, strani ritmi e frammenti freak» e intessendo con la sua chitarra elettrica ragnatele e spirali di suoni che evocano l’esperienza di un autentico sballo. Dello psych blues graffiante di Bonnie K, dove si produce in 1 breve e bruciante assolo a spasso fra i 2 canali. E anche della conclusiva The Cry Of Eugene, suggestiva ballata pop baroque in puro stile Moody Blues in cui si esibisce anche alla tromba danzando fra Arlecchino, Colombina e altre presenze fantasmatiche. Intanto la batteria di “Blinky” Davison sfoggiava 1 stile capace di fondere la potenza del rock, la maestosità delle percussioni di 1 orchestra sinfonica e delicate sottigliezze da jazz drummer, mentre il basso sincopato di Jackson scolpiva il muro delle basse frequenze come un martello e la sua voce, talvolta urlante, graffiava i padiglioni auricolari.
Poi, ovviamente, c’era Emerson: cowboy psichedelico e maestro concertatore che nel pop corale, galoppante e un po’ malinconico di una title track (The Thoughts Of Emerlist Davjack, fra l’altro coverizzata qui in Italia dai Quelli e dai Califfi) che vagheggiava un ritorno all’ingenua saggezza dell’adolescenza, intesseva eleganti fraseggi di clavicembalo e inseriva un break di organo da chiesa. Nella surreale, incalzante e un po’ storta Tantalising Maggie, s’inventava una breve ma travolgente fuga pianistica da concerto classico, alternandosi di nuovo acrobaticamente fra clavicembalo e Hammond, antico e moderno. In Dawn, un’alba che si risveglia fra tocchi delicati d’organo, percussioni metalliche e il suono di una sega per poi esplodere in 1 finale parossistico e rumoristico mentre la voce sussurrata di Jackson, insinuante e sottilmente inquietante, descriveva “l’innocenza e la purezza di un giorno appena nato ”, un’aurora “gravida di promesse e di speranzosa attesa ” ma poi “assassinata dalla mano dell’inevitabilità ”.

Frase che tornerà, con una lieve variazione nel testo, pochi mesi dopo nella coda parlata del singolo America, affidata al figlio di 3 anni di P.P. Arnold: chiosa teatrale e ad effetto della «prima canzone di protesta strumentale» basata sulla rielaborazione («cacofonica e deplorevole», secondo il suo autore) del classico tema dalla West Side Story di Leonard Bernstein, che ai Nice e a Emerson regalerà fama internazionale ma anche un divieto d’accesso pluridecennale alla Royal Albert Hall di Londra, dopo che il tastierista su quel leggendario palco aveva osato bruciare una bandiera americana.
The Nice, The Thoughts Of Emerlist Davjack (1968, Immediate)
