Le mappe geografiche indicano una distanza di 1.384 miglia, oltre 2.227 km., fra Woodstock e New Orleans. Tra le foreste delle Catskills abitate da una numerosa colonia di orsi bruni e le paludi della Louisiana popolate da alligatori. 2 luoghi quasi antitetici per clima, geomorfologia, mentalità e stile di vita, eppure fra loro vicinissimi nei solchi di Bobby Charles, il 1° album omonimo datato 1972 di 1 cantante e compositore nato ad Abbeville (piccolo villaggio di poco più di 10.000 anime a Sud Ovest di Lafayette) nel 1938, deceduto nel 2010 e di cui pochi si ricordano, anche se conoscono almeno un paio di canzoni da lui scritte quando era un giovane ragazzo del Sud e di belle speranze con un tirabaci degno di Bill Haley: fu proprio quest’ultimo, nel 1956, a trasformare in un million seller il divertente nonsense rock and roll di See You Later, Alligator insieme ai suoi Comets, mentre 4 anni dopo Fats Domino, grande idolo di Bobby, fece di Walking To New Orleans 1 dei grandi standard del suo repertorio.
Il viaggio dalla Louisiana alla parte settentrionale dello stato di New York, Charles lo intraprese per sfuggire a un arresto dopo essere stato beccato con un sostanzioso quantitativo di marijuana e quando già la sua vita assomigliava a un film o a un romanzo. Nato da una famiglia francofona di origini Cajun con il nome di Robert Charles Guidry, a soli 14 anni aveva scritto la futura hit (allora ancora intitolata Hey Alligator) grazie alla quale, 3 anni dopo, era stato il 1° e unico artista bianco ingaggiato dalla Chess Records di Chicago (sentendolo cantare il pezzo al telefono, il boss Leonard Chess si era convinto che fosse un giovane afroamericano). Pur scrivendo canzoni e nonostante i tentativi di Chuck Berry d’insegnargli almeno i rudimenti della chitarra, non sapeva suonare nessuno strumento. Ma questo non impedì all’astuto Albert Grossman – il manager di Bob Dylan e di The Band, che nella tranquillità di Woodstock si erano rifugiati qualche anno prima – di intuirne il potenziale e di metterlo sotto contratto con la sua etichetta, la Bearsville Records.

Bobby Charles
(1938-2010)
Nell’enclave dell’Ulster Country popolata da artisti, hippies e alternativi, Grossman aveva anche creato 1 omonimo studio di registrazione, dove 4 dei 5 componenti di The Band – assente il solo Robbie Robertson – parteciparono alle session d’incisione del disco: Rick Danko anche nel ruolo di coautore e coproduttore a fianco dello stesso Charles e di John Simon, che già aveva forgiato il sound dei primi 2 album del gruppo nordamericano (Music From Big Pink e The Band) lavorando anche su Child Is Father To The Man dei Blood, Sweat & Tears, Songs Of Leonard Cohen e Cheap Thrills di Big Brother & The Holding Company con Janis Joplin (scomparsa nel 1970, e sua volta cliente di Grossman).
A Danko (basso), Levon Helm (batteria), Richard Manuel (piano) e Garth Hudson (tastiere), si affiancarono in studio altri nomi importanti quali Bob Neuwirth, Amos Garrett, Ben Keith, Billy Mundi, David Sanborn e – in rappresentanza della Crescent City – Mac Rebennack in arte Dr. John, la cui influente e carismatica presenza si sente soprattutto in pezzi come Long Face e il saltellante honky tonk di I’m That Way, mentre l’ombra benevola e ingombrante di Fats Domino aleggia sull’r&b di Grow Too Old dove Sanborn si ricava un bell’assolo al sax. Ma è tutto Bobby Charles a profumare di Sud degli Stati Uniti, con quel suo andamento pigro e indolente, strascicato e rilassato all’insegna del “ take it easy ” e di un certo fatalismo esistenziale; a muoversi in un clima torrido e umidiccio che toglie le forze e la voglia di dannarsi l’anima, con un marcato senso dell’understatement condito da un pizzico di humour.

In Small Town Talk (per cui anche Danko viene oggi accreditato) Bobby canta una relazione amorosa che cerca di difendere dai pettegolezzi e dalle dicerie messe in giro da una piccola, gretta e bigotta comunità di provincia, fischiettando e adagiando la voce su 1 ritmo rotolante mentre l’organo di Dr. John dialoga con 1 chitarra acustica. “ Era proprio la natura tranquilla di quella musica e il fatto che nella canzone non succedesse nulla di speciale a renderla così attraente ”, ha scritto il famoso dj radiofonico e storico Charlie Gillett a proposito di questo perfetto esempio di country funk, o di swamp pop, primi anni 70, che Paul Weller ha incluso nel suo recente album di cover Find El Dorado («Qualcuno me l’aveva mandata da ascoltare [via smartphone] a tarda notte», ha spiegato lui stesso a Danny Eccleston di Mojo).
Abita gli stessi mondi sonori di Street People, il midtempo iniziale e dal groove sommessamente incalzante in cui Charles si immagina nei panni di un mendicante di strada in perenne vagabondaggio fra una città e l’altra. Risulta perfettamente credibile nel ruolo, come quando in I Must Be In A Good Place Now celebra una giornata perfetta per dimenticare le sue pene d’amore, trascorsa a pescare e a godersi la vista di meli in fiore, di cieli solcati da arcobaleni e di tramonti accoccolato su una collina. Spunta, fra pianoforte e chitarre, anche 1 vibrafono, mentre il mood è quello di certi pezzi rétro e nostalgici di The Band: proprio come il ” valzerone ” country di Let Yourself Go (con Ben Keith, sodale storico di Neil Young, alla pedal steel ).

I fiati jazz di All The Money (alias He’s Got All The Whiskey) riportano invece a New Orleans e alla sua Preservation Hall, mentre la fisarmonica cajun di Hudson in Tennessee Blues spinge il suono verso le backwoods e i boschi della cintura sudista e in Save Me Jesus il gospel si modernizza con fraseggi di chitarra elettrica che sembrano modellati sul bayou rock di Tony Joe White e del suo emulo californiano, John Fogerty. A Charles tutto questo sembra venire naturale e le sue sono tutte Homemade Songs, canzoni artigianali e fatte in casa, come intitola una outtake del disco inclusa nella ristampa Rhino su Cd. A dispetto della loro qualità, delle premesse e del cast, l’album non avrà successo e ci vorrà parecchio tempo prima che riesca a conquistarsi un seguito di culto.

The Last Waltz, con Bobby Charles & The Band (1976)
Come Charles, da allora confinato a una vita da outsider, subito in rotta con Grossman, indispettito dal fallimento commerciale del progetto ma anche (secondo quanto dichiarato dallo stesso Bobby) dall’interesse che nei suoi confronti provava la moglie del supermanager, Sally. Presenza discreta in studio con Paul Butterfield e (insieme a The Band e a Dr. John) in secondo piano sul palco del Winterland di San Francisco in occasione del leggendario The Last Waltz (1976, la canzone era Down South In New Orleans). Impegnato a rollare canne per Neil Young, l’anno dopo, durante le session di registrazione dell’album perduto, Oceanside Countryside, finalmente pubblicato nella sua forma originaria solo nel 2025. E poi artefice di altri 6 dischi per la sua etichetta Rice ‘n’ Gravy Records, il 4° dei quali (Last Train To Memphis, 2004) di recente ristampato e rimesso in circolazione.
Bobby Charles (1972, Bearsville)
