Tratto dal libro The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, girato e sceneggiato da James Vanderbilt, Norimberga riporta sullo schermo 1 dei momenti più decisivi del secolo passato: il processo ai gerarchi nazisti che pose le basi del diritto internazionale moderno. Ma lo fa da un’inedita prospettiva: quella dello psichiatra incaricato di valutare la salute mentale dei detenuti in attesa di giudizio, con particolare attenzione a Hermann Göring, il più alto in grado fra i prigionieri nonchè braccio destro di Adolf Hitler.

Russell Crowe
Siamo all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’Europa è un continente ferito, popolato da uomini e da donne privati di tutto, costretti a muoversi fra le macerie materiali e morali del conflitto. In questo scenario apocalittico, l’arresto di Göring (interpretato da un intenso Russell Crowe) avviene quasi per caso: fermato dai soldati americani mentre viaggia in auto con la moglie e la figlia, viene condotto in un albergo di Norimberga trasformato dagli Alleati in prigione per i principali gerarchi nazisti.
In quel momento storico, l’opinione pubblica mondiale non è ancora pienamente consapevole degli orrori dei campi di sterminio e della “ soluzione finale ”, a lungo mascherati dalla propaganda del Terzo Reich. Proprio per questo motivo, la gestione dei prigionieri si rivela più complessa del previsto: il rischio di suicidio è elevato e la tentazione di una giustizia sommaria è forte. Per di più un tribunale internazionale, di fatto, ancora non esiste.
A occuparsi della salute mentale dei detenuti è il tenente colonnello Douglas Kelley, giovane psichiatra dell’esercito americano interpretato da Rami Malek. Il suo compito è duplice: evitare che i prigionieri si tolgano la vita prima del processo e valutarne la capacità di affrontare un giudizio. Parallelamente, il giudice statunitense Robert H. Jackson (Michael Shannon) lavora senza sosta per convincere inglesi e russi a dar vita a un processo comune che possa giudicare i crimini nazisti secondo princìpi condivisi.

Rami Malek
Cuore del film è il rapporto ambiguo e disturbante che si sviluppa fra Kelley e Göring. Il generale si rivela uomo carismatico, colto, affabile e manipolatore, capace di esercitare un fascino inquietante anche su chi dovrebbe limitarne il potere. Kelley, a sua volta, non nasconde la propria ambizione: raccogliere materiale sufficiente per scrivere un libro che lo consacri dal punto di vista professionale. Ne nasce un legame sottile, in cui la linea fra osservatore e soggetto osservato si fa via via più sfumata.
Norimberga non è un giallo e non gioca sul mistero dell’esito del processo, noto a tutti. La sua forza risiede piuttosto nella riflessione morale e psicologica che accompagna la narrazione. Chi erano davvero questi uomini? Obbedivano agli ordini, o credevano profondamente nell’ideologia che li guidava? Erano vittime del Führer, o responsabili consapevoli di crimini che hanno portato alla morte di milioni di persone: ebrei, oppositori politici, rom, omosessuali e chiunque altro non si conformasse al regime?

Dal punto di vista tecnico, il film è solido e molto curato: costumi e ambientazioni ci restituiscono con precisione l’atmosfera cupa del dopoguerra. Se Russell Crowe ci offre una prova convincente, capace di mostrare tanto l’affabilità quanto l’oscurità di Göring, Rami Malek interpreta con sensibilità un giovane e ambizioso uomo destinato a perdere molte delle sue certezze. Nel complesso, Norimberga si distingue come un’opera più matura e approfondita rispetto a Il processo di Norimberga (2000), con Alec Baldwin nei panni di Jackson, grazie soprattutto all’attenzione riservata alla psicologia dei protagonisti. Qui, in buona sostanza, non ci si limita a raccontare la Storia ma si dà modo allo spettatore d’interrogarsi sulla natura del male e sulla responsabilità dell’individuo.
