Svolge gran parte del suo lavoro fra New York e Parigi, Roberta Pazi ( © Sandro Capatti ). L’impegno e la professionalità, per quanto riguarda il teatro e il cinema, sono costantemente nel suo cuore e nei suoi pensieri, pronti a elaborare idee e progetti. Ferrarese, diplomata in Recitazione alla Scuola di Teatro Colli di Bologna, laureata in Logopedia all’Università degli Studi di Ferrara, Roberta è dal 1998 attrice, regista e formatrice.

Ha lavorato per pubblicità, audiolibri, medio e cortometraggi; con L’usignolo sul mare di Martina Mele ha vinto nel 2020 il premio come miglior attrice all’International Film Festival Manhattan di New York; ha ricevuto 2 candidature al Lonely Wolf London International Film Festival e al Feel The Reel International Film Festival di Iasi, in Romania (2019); una menzione speciale della giuria al Ferrara Film Festival (2022).

Nel 2025 si è infine aggiudicata il premio come miglior regista di cortometraggi all’International Film Festival Manhattan; ha coprodotto Kralik, il corto di Alessandro Rocca selezionato ad Alice nella città e a Visioni Italiane; ha diretto le serate di premiazione del Film Festival e del MusicFilm Festival di Ferrara.

Leggendo il tuo curriculum, sembra di stare sul palcoscenico di un teatro o sul set di un film. Dove ti senti più a tuo agio?
«Frequento l’ambiente teatrale da decenni e con molti ruoli differenti: sono attrice, regista, docente e per lungo tempo sono stata vicepresidente di un teatro dove ricoprivo anche il ruolo di responsabile della formazione. Mi sembra di essere più a mio agio e più efficace fra le assi di legno del teatro, ma devo ammettere che il cinema è l’ambito che in questo momento mi fa sentire più viva, forse perché è arrivato relativamente da poco tempo, o  perché mi costringe a sfide sempre nuove. Il cinema indipendente è in grande fermento e partecipare a questo movimento mi entusiasma».

Quale dei tuoi ruoli preferisci?
«Nasco attrice, amo moltissimo recitare e le altre attività sono arrivate naturalmente, come conseguenza del lavoro e della curiosità. Mi piace raccontare storie e questi 3 ruoli mi consentono di farlo in modo completo. Ognuno mi dà la possibilità d’interagire con un progetto da un punto di vista differente: più creativo come attrice e regista, più defilato come produttrice, ma riesco a sostenere storie o artisti di cui vedo il potenziale. E poi è un ruolo che mi ha dato grande soddisfazione. Siamo stati ad esempio alla Settimana della Critica della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il corto Sans Dieu di Alessandro Rocca, di cui ero co-produttrice. Quindi non riesco a separarli, poiché sono parti di un medesimo processo creativo: il desiderio di raccontare, di dare forma, di rendere possibile. È proprio nell’alternanza fra questi ruoli che trovo libertà e stimoli».

Ruoli con un filo conduttore che alla fine crea la magia di un progetto, di un pensiero, di una storia vera come quella che hai prodotto e interpretato: Due ieri fa, lo spettacolo tratto dal diario di guerra di tuo nonno. Quando l’hai visto realizzato, cosa hai provato?
«Un’emozione fortissima che fatico anche adesso a processare. Due ieri fa è un progetto a cui tengo molto, ci ho impiegato quasi 20 anni per essere pronta a realizzarlo, l’ho ideato, prodotto, co-scritto e recitato. Ha implicazioni personali molto forti: è la messa in scena del diario di guerra (1914-1918) di mio nonno Vincenzo. Mi ha permesso di ricucire una frattura con il passato, di conoscere le mie radici, di restituirle a tutta la mia famiglia. È stata una sfida durissima dare corpo a un 20enne sotto le bombe: fisicamente, emotivamente e anche dal punto di vista produttivo. Ma è stato meraviglioso, ha segnato un grande cambiamento nella mia vita, mi ha consentito di sentirmi “ artisticamente ” adulta, ha aperto le porte a tutto ciò che è venuto poi».

Gran parte dei tuoi lavori sono il frutto di tue idee. Se dovessi ricevere la proposta di un progetto per il teatro o il cinema, quale sceglieresti?
«In generale ho la necessità di dare sostanza a un’esperienza intima, ma mi è già capitato d’intervenire su una storia non mia: il cortometraggio La paura di vincere, di cui ho curato la regia e la sceneggiatura, tratto da un racconto di Carlo Zannetti, un grande musicista che mi ha consegnato la sua storia. È stato un grande onore per me: ovviamente è un lavoro molto difficile, sentire e mettere in valore personaggi e dinamiche diverse dalle proprie. La responsabilità di essere il tramite giusto, mi ha addirittura tenuta sveglia la notte».

Sul set del cortometraggio La paura di vincere

Proprio La paura di vincere, All’International Film Festival Manhattan di New York, ti ha garantito il premio come miglior regista di cortometraggi.
«Ero totalmente impreparata. Sapevo che il corto era in selezione, ma non mi aspettavo che vincesse. E non avevo un discorso di ringraziamento! Sono salita sul palco sopraffatta dall’emozione e forse neppure adesso mi rendo conto di quanto è successo. Un riconoscimento così importante è una responsabilità verso il mio prossimo cortometraggio».

Come stanno in questo momento il teatro e il cinema?
«Sono sempre sull’orlo di una crisi definitiva, che non si verifica grazie a un pubblico appassionato, sempre più di nicchia e all’incredibile dedizione di chi in questi ambiti ci lavora, spesso con margini di guadagno ridottissimi. Siamo in un momento molto pericoloso: si stanno riducendo i contributi pubblici sia per il cinema, sia per il teatro; e le associazioni culturali vengono tartassate da regole sempre più restrittive. Lavorare nella cultura è complicatissimo. Per riportare il teatro e il cinema in salute occorrerebbero fondi più coraggiosi, un sostegno agli artisti, una formazione allo spettacolo dal vivo e al cinema che inizi dalle scuole elementari, per far crescere gli spettatori di domani. Tutte soluzioni adottate, ad esempio, in Francia».

Scuole, accademie, corsi di cinematografia, teatri. Cosa possono dare a un giovane esordiente?
«Uno spazio sicuro. Un luogo dove sperimentarsi e crescere in modo armonico. Significa conoscere e avere a disposizione un linguaggio – quello dell’arte – unico, per poter dare sostanza al proprio mondo interiore, alle proprie insicurezze, alle dinamiche così complesse del mondo. Cinema e teatro sono mezzi potentissimi che insegnano l’empatìa, la collaborazione, l’ascolto, il rispetto, il rigore. Insegnano a impegnarsi insieme per un obiettivo comune».

Nella tua lunga esperienza ti è mai capitato di capire di aver davanti un talento naturale?
«Mi è successo d’intercettare talenti al teatro bianco, che è la mia scuola. Ma il talento da solo non basta: occorrono grandi motivazioni e impegno per ottenere dei risultati. Studiare e uscire dalla propria zona di comfort. Non tutti sono pronti a farlo. Attori e attrici si diventa».

Hai modo di lavorare con ragazzi e ragazze che cercano d’imparare i segreti di un mestiere non proprio facile. Cosa ti restituiscono?
«Entusiasmo, speranza, risate, vitalità, momenti densi d’emozioni. Dovrei dire che li accompagno nella loro crescita artistica, ma la realtà è che io stessa cresco insieme a loro e attraverso di loro. Mi rivolgono domande che non sono mai scontate, mi obbligano a rimettere in discussione ciò che penso di sapere restituendomi la loro fiducia, quando si affidano a me per imparare. Sottolineo che i miei allievi sono giovani, diversamente giovani e tutti incredibili. Certo, mi fanno anche diventare matta, perché 60 personalità artistiche non sono proprio facili da gestire, ma insieme costruiamo una realtà di cui non potrei mai fare a meno».

A una professionista come te, c’è ancora qualcosa che fa paura?
«Chiunque svolga questo mestiere ha paura: a volte di più, a volte di meno. Si impara ad addomesticarla, ma c’è sempre. D’altronde, è parte integrante di questo lavoro affrontare il giudizio impietoso del pubblico. Mi chiedo sempre chi me l’ha fatto fare e dico a me stessa: dopo questa, smetto. E poi ricomincio. Se non avessi più paura, smetterei di lavorare».

© Valerio Pazzi

Qual è la tua attrice teatrale preferita?
«In realtà non ho singoli artisti da preferire, piuttosto una rosa di personalità in continua evoluzione: Anna della Rosa, Giulia Lazzarini, Alice Conti…».

L’attore?
«Tindaro Granata, Tony Servillo, Walter Malosti».

E per quanto riguarda il cinema?
«Attrici: Monica Vitti e Penelope Cruz. Attori: Elio Germano e Kim Rossi Stuart».

Prima del ciak fai qualcosa di particolare?
«Che momento meraviglioso! Faccio silenzio dentro di me, calmo tutte le emozioni e raccolgo la concentrazione».

Ci sveli un tuo sogno nel cassetto?
«Uno solo? Sono una persona curiosa e in questa professione gli stimoli non finiscono mai. Me ne concedi 2? Mi piacerebbe iniziare una collaborazione lavorativa a New York e vorrei tornare sul set come attrice in un film intenso e drammatico, magari diretta dalla bravissima Alice Rohrwacher (guardate tutti i suoi film, sono meravigliosi). Poi, ovviamente, vorrei vincere un Oscar!».

Impegni futuri?
«2 importanti regie teatrali, farò parte della giuria di un festival cinematografico ma non posso ancora dirvi quale e sto scrivendo il nuovo corto che spero di girare prossimamente. La paura di vincere, nel frattempo, continuerà il suo percorso festivaliero. E poi vi aspetto alla rassegna primaverile della mia scuola di teatro».