Il coup de théâtre straziante, assassino, commovente di It’s Never Over, Jeff Buckley, il documentario sul cantautore californiano coprodotto da Brad Pitt, presentato l’ottobre scorso alla Festa del Cinema di Roma e distribuito nelle sale italiane (in lingua originale e con sottotitoli) dal 16 al 18 marzo 2026, arriva quasi in fondo ai 107 minuti di proiezione.

La madre di Jeff Buckley (1966-1997), Mary Guibert, custode amorevole (e a volte accusata di sfruttamento indebito) del suo archivio e delle sue memorie, infila nel registratore l’ultimo messaggio vocale ricevuto sulla segreteria telefonica e reagisce di getto, esponendo le sue lacrime, il suo dolore e il suo amore insaziabile alla macchina da presa di Amy J. Berg, la cineasta statunitense che nel 2015 aveva esplorato con lo stesso sguardo indagatore e partecipe la vita e la morte di Janis Joplin (Janis: Little Girl Blue). La tecnica, il metodo d’indagine e di raccolta delle informazioni, gli intenti e i risultati sono simili: la regista sviscera la personalità del tormentato protagonista attraverso i racconti di chi l’ha conosciuto, amato e frequentato, attingendo per quanto possibile a materiali anche inediti.

Jeff Buckley
© Merri Cyr
Photo courtesy of Magnolia Pictures

Là, le lettere che Joplin mandava alla famiglia in Texas. Qui, i messaggi in segreteria di Buckley, le sue confessioni, i suoi scritti, i suoi disegni, oltre ad alcuni momenti rubati alla sua vita pubblica. Là, la voce più importante di controcanto era quella della sorella di Janis, Laura Joplin. Qui lo sono le donne che hanno accompagnato Jeff nella sua esistenza, a partire ovviamente da Mary: cocciuta, combattiva, anticonformista, bohémienne, «imperfetta» (lo ammette lei stessa), madre single a cui Jeff, pur costretto in certi casi a farle da padre anche in tenera età, riconoscerà una dedizione quasi eroica e una bella dose di attributi («Mamma, tu hai i cojones»). Poi la sua prima, vera compagna di vita, Rebecca Moore: musicista, attrice e animalista dallo sguardo dolce, dallo spirito empatico e dall’atteggiamento fatalista. E Joan Wasser alias Joan as Police Woman: musicista e collega dallo sguardo febbrile e dal sorriso nervoso che con lui aveva condiviso una passione alimentata dalla stessa sete d’arte, avventura, conoscenza.

È lei che, dopo averlo visto in azione sul palco a pochi metri di distanza mentre la fissa «come si guarda una dea», pensa di ritrovarsi di fronte a un alter ego di Nina Simone: con Édith Piaf, Leonard Cohen, gli idolatrati Led Zeppelin, il cantante devozionale pakistano Nusrat Fateh Ali Khan e Dmitri ShostakovichQuale altro cantante pop sa chi sia Shostakovich?», si chiede divertito a un certo punto l’arrangiatore d’archi Karl Berger, scomparso nel 2023), figura centrale nel pantheon ideale di un giovane e inquieto artista che di sé espone senza remore il lato maschile e quello femminile e che alla musica a un certo punto decide di affidare il ruolo di madre e di padre. Quel padre, il cantautore Tim Buckley (1947-1975) ), che nel documentario recita ovviamente il ruolo del Grande Assente sempre incombente: un talento altrettanto straripante e dall’anima altrettanto ferita, morto di overdose d’eroina a 28 anni, andatosene di casa quando Jeff non era ancora venuto alla luce e finalmente da lui incontrato a 8 anni, dopo un concerto a Los Angeles nel 1974 (verrà rispedito a casa su un autobus dopo una breve vacanza pasquale trascorsa con lui e la sua nuova famiglia; e in mano gli resterà solo un astuccio di fiammiferi con un numero di telefono e la scritta “ Love you ”).

Jeff e la madre, Mary Guibert
Photo courtesy of Magnolia Pictures

Da Tim, Jeff erediterà quell’incredibile voce capace d’estendersi su 4 ottave e quel senso di dedizione assoluta e incondizionata all’Arte; ma, comprensibilmente, anche la maledizione del “ figlio di ” che lo spingerà a rifiutare con fastidio ogni paragone e a instaurare con lui e con il suo ricordo un rapporto d’amore e odio (a un certo punto, ricorda Wasser, inizierà a comprare tutti i suoi dischi da Tower Records per disfarsene immediatamente dopo averli ascoltati). Ciò nonostante sarà proprio una sua esibizione, durante un concerto tributo a Buckley sr. organizzato nel 1991 da Hal Willner alla Church of St. Ann and the Holy Trinity di Brooklyn, a fare esplodere la miccia e a metterlo sulla bocca di tutti.

In It’s Never Over, Jeff Buckley l’episodio è adeguatamente documentato e ci sono i racconti di altre sue passioni e amicizie (quella con Chris Cornell, con cui s’instaurerà un’immediata sintonìa: il cantante dei Soundgarden morirà suicida nel 2017, a 52 anni). Ci sono le voci di tanti altri testimoni. Quelle dei compagni di band : il chitarrista Michael Tighe e il batterista Parker Kindred. Quelle dei top executive della Columbia/Sony Music, che lo misero sotto contratto convincendosi subito di aver trovato il degno erede delle stelle più luminose della storica etichetta: Bob Dylan, Leonard Cohen e Bruce Springsteen. Quelle dei colleghi Ben Harper (che lo ricorda pericolosamente appeso ai tralicci dietro al palco in occasione di un concerto di Jimmy Page e Robert Plant, inebriato mentre il suo corpo assorbe tutta la potenza elettrica della musica) e di Aimee MannTu hai bisogno di amore, non di sesso», dice a Buckley quando fra loro, entrambi alla deriva, sembra che stia per nascere qualcosa). E soprattutto la sua voce, quella di Jeff: sfuggente e sardonico davanti alle cineprese e ai microfoni; tenero e struggente nei messaggi privati indirizzati a Mary, a Rebecca e a Joan; folle e divertente quando s’inventa dei radio show con buffi personaggi di fantasia.

Amy Berg, la regista di It’s Never Over, Jeff Buckley
Photo courtesy of Magnolia Pictures

Ci sono la New York e l’East Village fervidi, brulicanti di vita, di stili di vita alternativi e di talento degli anni 80 e 90. C’è la musica, in bilico fra delicatezze quasi impalpabili e feroci sfuriate elettriche. Ci sono le canzoni eseguite dal vivo – Lilac Wine, Lover, You Should’ve Come Over, naturalmente la Hallelujah di Leonard Cohen troppe volte stuprata e fraintesa da altri interpreti («Non è una canzone religiosa, è una canzone sull’orgasmo»). Ci sono le esibizioni sul palco, davanti allo sparuto pubblico del club irlandese Sin-è a New York e alla folla sterminata di Glastonbury; l’ascesa vertiginosa allo stardom e le lodi del gotha della musica rock (Jimmy Page, Robert Plant, David Bowie, Paul e Linda McCartney); l’enorme difficoltà di Jeff nel gestire la pressione e le aspettative; il timore di perdere la libertà creativa; il terrore di non avere dentro di sé un 2° album dopo quel 1° incredibile gioiello, Grace, maturato in 27 anni di vita intensamente vissuta ad assorbire come una spugna il mondo, l’arte, la letteratura e la musica.

Ci sono il cameratismo disordinato della vita “ on the road ” e la ricerca nella band di una nuova famiglia; le droghe (che su di lui sembrano tuttavia non avere mai preso il sopravvento); i dubbi atroci; gli sbandamenti; le separazioni (quella mai del tutto risolto con Rebecca, in particolare); il litigio con la madre, quando Jeff l’accusa di avere rivelato in pubblico dettagli troppo intimi; il suo rapporto conflittuale con l’immagine di artista cool e di bell’aspetto, dopo che ai tempi della scuola i compagni l’avevano bullizzato dandogli del frocio e le compagne lo canzonavano scrivendogli geek, sfigato, sulla custodia della chitarra (Moore racconta di quando, imbarazzatissimo, fece incetta di copie della rivista People per sottrarre agli occhi di amici e conoscenti il servizio che lo incoronava fra le 50 persone più belle d’America). Ci sono i sintomi di una psicosi maniaco-depressiva non diagnosticata e trattata nel modo corretto e un minaccioso senso di premonizione, alimentato dalla sua stessa convinzione di non rimanere in giro ancora per molto.

Andrà proprio così: il 29 maggio 1997, mentre i membri del suo gruppo atterrano a Memphis per raggiungerlo e iniziare con lui le prove in vista della registrazione del 2° album, affoga in un melmoso affluente del Mississippi, il Wolf River, in cui si era buttato interamente vestito per farsi una nuotata (assecondando, pare, un impulso del momento: «tipico di Jeff») e il suo corpo riaffiorerà qualche giorno dopo vicino a Beale Street, la culla del blues e del rock and roll nella città del Mississippi. Un’altra analogia con Janis: la tragedia si consuma proprio nel momento in cui Buckley sembra avere recuperato energie, ispirazione, entusiasmo, fiducia nel futuro. Abituato a giocare pericolosamente con se stesso e con la vita, come Joplin in quel momento probabilmente non sapeva che il destino aveva altro in serbo per lui: una morte beffarda e misteriosa, ma anche la consegna all’immortalità.

Perché, come ci racconta splendidamente Berg in un documentario rivelatore, appassionante e coinvolgente come nessun biopic potrà mai essere, la storia di Jeff Buckley e del suo talento infinito non è mai, non è ancora, finita. Non ha avuto tempo né modo d’appassire, conservando tutta la passione bruciante, la creatività sfrenata e la spericolatezza incauta della giovinezza.