Se amate il vino, l’esperienza più bella è imbattervi in qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda, una delle grandi ragioni di questo amore è sicuramente la sensazione di non arrivare mai a conoscere tutto. Dopo tanti anni di studio, di assaggi e di ricerche, succede che incontri un produttore, un oste o un’amica che ti rimischiano le carte raccontandoti di quell’uva, di quel territorio, di quella bottiglia che non avevi mai sentito nominare. La sensazione più bella? Avere la certezza che dietro l’angolo ci sia qualcosa che non hai mai provato né assaggiato. Ovviamente è una scoperta del tutto personale, perché la vita è una questione d’esperienze: ognuno ha la propria cultura, anche quella vinicola, che si arricchisce dagli incontri che si fanno. Il nuovo, per me, potrebbe essere il vecchio per qualcun altro. E quello che per me è una novità assoluta, per altri potrebbe essere il ” pane quotidiano “. Non c’è noia, quindi c’è vita!
Poche settimane fa ho conosciuto Silvio Cogno (me l’ha presentato quel segugio di belle realtà vinicole che è Giampaolo Aschieri) di Cascina Gavetta, cantina del Comune di Novello, nelle Langhe. Mi trovavo in 1 degli 11 comuni del Barolo, quindi ero pronto ad assaggiare Nebbioli, Barbere e Dolcetti d’eccellenza quando Silvio mi ha presentato il loro unico vino bianco. Mi si sono drizzate le antenne. Un bianco proprio lì, in una terra di rossi infiniti? Nas-cetta. Nome per me nuovo, sconosciuto: Silvio me ne ha parlato come se fosse un parente stretto, un nonno, un vecchio zio dal passato un po’ sfortunato che però con le attenzioni, l’impegno di tutta la famiglia e di un pezzo di comunità, ringiovanisce e vuole vivere una nuova storia.

Vitigno storico della zona intorno ad Alba, Nas-cetta viene riconosciuto nella seconda metà dell’800 (soprattutto nella versione passito) come ” uva delicatissima e vino squisito ”. Varie menzioni, al riguardo, sono custodite nel Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Torino, riferendone l’esclusività nel Comune di Novello. Negli anni successivi, la sua produzione diminuisce per la difficoltà nel coltivarlo e gestirlo durante l’anno, finendo per essere relegato a vino da taglio per aumentare la massa e la quantità produttiva di altri vini bianchi piemontesi. Saranno i contadini, nel corso del 20° secolo, a continuare silenziosamente la sua produzione in purezza per il consumo personale: vino semi dolce, destinato alle grandi occasioni. E arriviamo agli anni 90, quando alcuni produttori lo riscoprono, ne intuiscono il grandissimo potenziale e lo vinificano in purezza per ottenere un bianco di personalità e di qualità superiori.

Strutturato, elegante, complesso e ricco, soprattutto con l’invecchiamento risponde benissimo con la sua impronta acida e minerale. Guardandolo nel bicchiere, si scorgono riflessi dorati brillare in un paglierino carico. Stiamo assaggiando l’annata 2020 e il tempo non sembra aver ossidato, né spento i suoi gialli. Anzi. Al movimento del bicchiere già si comprende la struttura vedendolo roteare piuttosto lentamente e formando i suoi archetti (o lacrime) con altrettanta lentezza. È il momento più bello, che conferma le mie intuizioni. Ficco il naso e lo tuffo nella profonda mineralità che fa da piano conico (l’immagine che ho è quella di un megafono a cono rovesciato che amplifica nel mio naso ciò che esce dal bicchiere) ai profumi netti e leggermente esotici di fiori bianchi, agrumi, mela. Sul fondo, una nota più calda mielata d’acacia e qualcosa di frutta secca, con una sapidità che arricchisce e accende di più ogni sensazione.
Ci sto un po’ con il calice in mano a muoverlo, a metterci dentro il naso da vicino, poi più da lontano. Tante sfumature… e come cambia! Adesso che è da un po’ nel bicchiere (qualche grado di temperatura in più aiuta a riconoscere meglio profumi e difetti del vino, che il freddo anestetizza, oltre all’ossigeno che lo “ apre ” man mano che respira), tentenno ad assaggiarlo: mi capita spesso, quando le aspettative salgono già dal profumo. Temo di perdermi qualcosa. Finché non ho ben sentito e riconosciuto tutto al naso, non sono pronto a capire come si comporta in bocca. Un’ultima annusatina e salto! Il sorso è splendido, percepisco il corpo pieno che mi riempie la bocca. È una carezza, grassa e morbida, sui lati della bocca e sulla lingua. Sento la sapidità che mi “ pizzica ”, ritrovo quei profumi e chiudo con quel gusto leggermente mielato. La scudisciata finale acida, sapida, pulita, lascia in bocca la voglia di un altro sorso per risentire la morbidezza iniziale, avere questo stacco fresco e ricominciare di nuovo.

Vista la sua acidità (la vendemmia è la 2020: non giovanissimo per essere un bianco) chiedo a Silvio quanto potrebbe ancora invecchiare (insieme al tannino e ad altre componenti, l’acidità è il conservante naturale del vino) e lui mi parla di una 2016 assaggiata poco tempo prima e con margini, ancora, per farsi apprezzare. Che sia gola di novità, adrenalina dell’inatteso, il bel modo semplice, affettuoso, appassionato e orgoglioso di raccontarmi i suoi vini e la sua terra («Siamo anzitutto agricoltori. Siamo gente di vigna, più che di cantina…»), fatto sta che Nas-cetta del Comune di Novello, Cascina Gavetta 2020 mi ha acceso i sensi.
Vi consiglio, a questo punto, di berlo non troppo freddo (8-10°) per dargli il giusto tempo di esprimersi al 100%: sia aprendo la bottiglia un po’ prima, sia lasciandolo ” sostare ” nel bicchiere. Per struttura e sapidità, pensando al mare, lo vedrei benissimo con i crostacei. Per complessità, con piatti più elaborati come secondi a base di carne bianca.
