Arriva un po’ di caldo finalmente! Nonostante i frizzanti spumanti ci accompagnino bene tutto l’anno, è in questo periodo che solo a vedere 1 bicchiere patinato di freddo, con piccole bollicine che salgono, ci viene subito voglia di berlo.
Prerogativa della bollicina da vino è la sua parte rinfrescante, tendenzialmente acida (al di là del suo dosaggio zuccherino) e minerale. Soprattutto se si parla di bollicine ottenute da Metodo Classico, per tradizione e fama è il Franciacorta il 1° riferimento della spumantistica italiana, ben accompagnato da altre denominazioni come Trento, Oltrepò Pavese e Altalanga che rimangono appena indietro per nome (e non per qualità) al cugino bresciano.

La Franciacorta è un’area immaginaria, non geografica, nella provincia di Brescia, che prende il suo nome dal Medioevo: quando le terre che andavano dal Lago d’Iseo alla città di Brescia erano di proprietà dei monaci benedettini che per concessione del potere imperiale non avevano l’obbligo di pagare le tasse sulla produzione agricola. Denominata quindi Curtes Francae (corti franche) per questo vantaggio fiscale, con il trascorrere dei secoli la zona ha assunto il nome italianizzato di Franzacurta, per poi trasformarsi in Franciacorta.
La coltivazione della vite, in queste zone, ha origini che risalgono all’antica Roma. In seguito, intorno agli anni 70 del 16° secolo, ci si riferisce a vini “ mordaci ”, spumeggianti, “ … né troppo acerbi da seccare il palato, né troppo dolci da stancare la lingua ”. Il riferimento lo troviamo negli studi del medico bresciano Giacomo Conforti, che descrive in modo accurato la tecnica di produzione e il gusto del prodotto ottenuto da tale vinificazione, utilizzata dai produttori di vino nelle terre della Franzacurta. In Italia, dobbiamo attendere la produzione commerciale moderna di vino per trovare riferito il nome della zona a quella tipologia di spumante, con quel preciso disciplinare di produzione. A compiere il passaggio è negli anni 60 del 20° secolo l’enologo Franco Ziliani con il suo Pinot di Franciacorta.

Con la nascita delle denominazioni (DOCG, DOC, IGT, VdT) il Franciacorta viene inserito nel 1967 nelle DOC e nel 1995 nelle DOCG, diventando cosi il 1° Spumante Metodo Classico d’Italia in cima alla nostra piramide qualitativa. Ciò significa che è il migliore? Niente affatto. Per fortuna siamo in un Paese dove la scelta non manca. Rimane sempre una questione di gusti e, soprattutto, delle scelte di ogni singolo produttore. Oltre ai già citati Oltrepò Pavese, Altalanga e Trento, ci sono centinaia di produttori che hanno deciso d’approcciare la spumantizzazione anche nelle zone tradizionalmente meno vocate: sia con uve tradizionali da Metodo Classico (Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco), che con uve meno utilizzate per questo genere di vinificazione. In giro per la Sicilia, si moltiplicano i Metodo Classico da Nerello Mascalese, Carricante, Grillo. Nel Centro/Sud da Greco di Tufo, Aglianico, Verdicchio, Sangiovese. Nella parte Nord da Nebbiolo, Timorasso e tanti altri ancora.
Ma torniamo alla Franciacorta. Proprio nella parte orientale di quella vecchia corte franca, c’è un produttore che non segue la denominazione ma la luna. La luna e se stesso. Nicola Gatta ha scelto di non essere Franciacorta, ma di essere Nicola. Essere Franciacorta ha i suoi vantaggi, soprattutto commerciali. Se per il consumatore medio è un’etichetta di qualità (o almeno era quello il senso dell’introduzione delle DOCG e DOC), produrre sotto il marchio Franciacorta è una sorta di garanzia di successo (prodotto famoso, consorzio forte).
Invece di essere 1 fra i tanti, Nicola Gatta ha corso il rischio d’essere se stesso: coraggio e privilegio da pochi. Puntando sui suoli calcarei, le idee libertarie, l’approccio poco invasivo in vigna e in cantina (agricoltura biodinamica, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, nessuna chiarifica) e la conoscenza profonda di ciò che fa (rifermentazioni lunghe, vini di riserva uniti a quelli d’annata) Nicola ha estratto dal cappello spumanti espressivi fino all’ultima bolla. Non convenzionali, non tradizionali, non banali. Semplicemente unici.

Nicola Gatta
Terra e aria, frutto della vigna, pazienza, sapienza agricola e vinicola, idee senza compromessi, ingredienti. La potente mineralità contornata dalla vivacità del frutto. Nelle sue bottiglie si sperimenta e si comprende l’Essere Vivo del Vino che cambia con il tempo, che si trasforma e ci sorprende. Vi parlo di Nicola senza conoscerlo. Raccontandovi quello che mi ispirano i suoi vini e le sue scelte produttive e commerciali, mi azzardo a indovinare le ragioni delle sue scelte. Spero di non fargli torto e di conoscerlo presto. Rimedierò.
Numericamente, la produzione mi sembra oscilli fra le 20.000 e le 25.000 bottiglie l’anno. Prodotto artigianale, ovviamente, non nella grande distribuzione. Sul sito trovate una piantina con le enoteche, i ristoranti e le attività a cui Nicola affida le sue bottiglie. Non sceglietelo se vi dovesse capitare di trovarlo su uno scaffale o nella lista dei vini. Vi consiglio di andarvelo a cercare. Buon Franciac… No, buon Nicola Gatta! Cin Cin!
