«Gli anni 60 sono iniziati nell’estate del 1956, sono finiti nell’ottobre del 1973 e hanno avuto il loro apice appena prima dell’alba del 1° luglio del 1967 durante un set dei Tomorrow allo UFO Club di Londra». Con queste parole, il manager e produttore musicale americano Joe Boyd inaugurava il prologo del suo avvincente memoir del 2005, che dalla band londinese in cui mosse i primi passi il futuro Yes, Steve Howe, prendeva spunto anche per il titolo: White Bicycles – Making Music In The 1960s. My White Bicycle, infatti, si chiamava il primo 45 giri dei Tomorrow, confetto pop psichedelico un po’ alla maniera di Syd Barrett e dei primi Pink Floyd ispirato alle esperienze comunitarie dei Provos olandesi, un collettivo anarchico antesignano dei movimenti giovanili di protesta europei che delle biciclette bianche fece il suo simbolo e un mezzo di locomozione condiviso.

John “Twink” Alder, Steve Howe, John “Junior” Wood e Keith West
Prima d’allora i Tomorrow erano stati gli In-Crowd, 1 dei tanti gruppi inglesi che in quel periodo facevano ballare i ragazzi del Regno Unito eseguendo cover dei classici soul della Motown e che all’improvviso erano stati folgorati sulla via di Damasco sposando il flower power e le droghe psichedeliche che espandevano la coscienza. In tanti cominciavano a cambiare atteggiamento mentale, stile di vita e abbigliamento, allungando i capelli e sostituendo sgargianti camicie paisley ai rigorosi capi mod, ma quei 4 non erano tizi qualunque. Steve Howe, che con gli Yes sarebbe diventato un guitar God del rock progressivo, era già un virtuoso del suo strumento con un linguaggio raffinato e poliglotta che lo distingueva dai colleghi. Keith West, il cantante, una presenza carismatica e un’aspirante pop star in divenire. Il batterista, John Charles Edward Alder alias Twink, un agit-prop e un punk rocker “ante litteram ” che al gruppo regalava un ruvido approccio garage e che presto avrebbe lasciato altre tracce importanti di sé con i Pretty Things e con i Pink Fairies. E John Wood, detto “Junior”, entertainer dallo spiccato senso teatrale che sul palco si presentava con il volto dipinto brandendo il basso come se fosse una lancia Bantu.
Nelle note di copertina del loro unico e omonimo album, il misterioso Roger Fennings li identificava con il sound del futuro (nomen omen); dal vivo, il loro caleidoscopico rock a tinte psichedeliche deflagrava in jam tumultuose e non faceva prigionieri . «I Tomorrow», ha confermato Howe qualche anno fa alla piattaforma online Ultimate Guitar, «erano un gruppo dall’atteggiamento sfacciato. Pensavamo di essere la band migliore del mondo. Suonavamo con i Pink Floyd, con Jimi Hendrix e con i Vanilla Fudge ed eravamo convinti che nessuno potesse buttarci giù dal palco. Semmai il contrario». Toccò al produttore Mark P. Wirtz, che Steve aveva conosciuto durante una precedente session di registrazione, il non facile compito di catturare il lampo di quella musica volatile e libertaria fra le pareti degli studi EMI di Abbey Road, ricorrendo a tutti gli effetti speciali e ai trucchi del momento: il phasing, il panning stereofonico, i nastri e le chitarre riprodotte al contrario con quel suono compresso che contraddistingue anche My White Bicycle, il biglietto da visita e brano d’apertura di Tomorrow; e in cui, tra il fragore dei piatti, i riff gorgoglianti del basso e una melodia vocale orientaleggiante s’intrufolano anche i suoni della vita reale, il campanello di una bicicletta e il fischietto di un vero poliziotto preso per strada e trascinato in studio sperando non facesse troppo caso a quei fumi dolciastri che fluttuavano nell’aria mentre Twink correva come un matto per la stanza con un cappello in testa.

In quella canzone i 4 s’immaginavano una pedalata ad Amsterdam alle 4 del mattino, con il vento fra i capelli e i gabbiani che volteggiano in cielo mentre la città dorme ancora, in testa l’inebriante percezione che “ muovendosi veloci tutto sembra bellissimo ”. Ma fotografavano in movimento anche la Londra febbricitante e a colori del 1967, sintetizzandola in una pillola sonora di 3 minuti e 18 secondi. Anche i titoli e il sound delle altre canzoni, per lo più firmate da West con il suo vero cognome (Hopkins) e in coppia con Ken Burgess, ex compagno di scuola e di band (nei Teenbeats), non lasciavano dubbi: Real Life Permanent Dream e il suo ronzante sitar elettrico raccontavano il senso di sfrenata libertà provato da chi usciva da una relazione senza futuro e troppo a lungo idealizzata; le voci stralunate, il caos anarcoide, il wah wah chitarristico e l’orchestra sballata di Revolution (con musica di Howe) creavano una giostra di specchi deformati inneggiando ai “ figli dei fiori che diffondono amore ” mentre Hallucinations, il pezzo finale e forse più strutturato del disco con una luminosa melodia e un bell’impasto elettroacustico, descriveva arcobaleni abbaglianti e uno stato di beata alterazione mentale rappresentando, secondo Boyd, «l’apoteosi dell’underground britannico anni 60».

Howe ricorda oggi come bozzetti un po’ goffi, incompleti e mai presi troppo sul serio dal gruppo le marcette svagate di Shy Boy, di Colonel Brown e la miniatura con clavicembalo di Auntie Marie’s Dress Shop. Scorci di Swinging London con personaggi immaginari e negozi d’abbigliamento (forse) realmente esistiti, tanto da avere insistito per cancellarli dalla scaletta nella versione da lui riveduta e corretta, “ reimmaginata ” e sonicamente restaurata in mono del disco, uscita nel 2023 con una diversa copertina e con il nuovo titolo di Permanent Dream. Non erano forse pezzi memorabili, ma contribuivano alla policromìa e agli umori volubili di 1 disco in cui la chitarra svetta anche fra le tinte fluorescenti di The Incredible Journey Of Timothy Chase (un po’ Kinks e un po’ Pretty Things: gli XTC se ne sono probabilmente ricordati quando negli anni 80 hanno indossato i panni dei Dukes Of Stratosphear); e nel fraseggio jazzato della serrata Now The Time Has Come (1 di 2 brani confezionati dai Tomorrow con questo titolo), mentre Three Jolly Little Dwarfs (con 1 pianoforte dissonante suonato da Wirz) è la traduzione in note di 1 trip di LSD durante il quale quei 3 allegri nanetti s’insinuarono nella testa di West “ come un cartone animato di Walt Disney ” e Strawberry Fields Forever un convincente, asciutto e rispettoso omaggio al capolavoro dei Beatles e alla loro stagione più floreale.

«Ci stavano molto a cuore le sorti del mondo», ha ricordato tempo fa Howe alla rivista Guitar World. «Ci stavano a cuore l’amore, i fiori, l’ecologia e il cibo». I comandamenti del nuovo vangelo psichedelico, già scaduti quando la Parlophone, dopo aver tenuto per mesi l’album in frigorifero, si decise finalmente a pubblicarlo nel febbraio del 1968. Intanto, West aveva inaugurato una parallela carriera solista con un hit single, Excerpt From A Teenage Opera (Grocer Jack), che aveva venduto bene ma crepato il fronte compatto del gruppo; e quell’alba di 7 mesi prima, quando alle 4 di mattina sul palco dell’UFO Club i Tomorrow avevano intonato Revolution captando una magica sintonìa con la tribù sotterranea di cui facevano parte, era già un ricordo sbiadito. Il mondo si era di nuovo ingrigito e immalinconito, il “ sistema ” aveva vinto e loro erano arrivati al traguardo fuori tempo massimo.
Tomorrow (1968, Parlophone)
