C’è stato un tempo in cui il mondo, la società e la musica pop cambiavano alla velocità della luce. Il quadriennio compreso tra il 1965 e il 1968, per esempio, durante il quale esplosero le rivolte studentesche e i ghetti afroamericani; s’imposero la controcultura giovanile, le droghe ricreative e la rivoluzione sessuale; i Beatles passarono da Help! al “ doppio bianco ”. Anche gli Zombies mutarono pelle, traghettando da Begin Here a Odessey And Oracle; da un eccitante ma acerbo Lp di debutto, a 1 capolavoro psichedelico.

Erano 5 giovanissimi ragazzotti di St. Albans nell’Hertfordshire, 20 miglia a Nord Ovest di Londra, che proprio nel 1965 si videro pubblicare negli Usa dalla piccola indie Parrot il 1° album con 4 mesi d’anticipo rispetto alla distribuzione nei negozi delle copie inglesi su etichetta Decca; e con una scaletta, come allora si usava, diversa (la fresca ristampa in mono curata sul loro marchio Beachwood Park Records dagli stessi musicisti, tornati da qualche anno in possesso dei master originali, riunisce su Lp e Cd i 17 brani di entrambe le edizioni). Nel Regno Unito Begin Here non s’affacciò neanche in classifica, mentre il singolo di debutto She’s Not There, registrato nel mese di luglio del 1964, a settembre si fermò al N°12; 3 mesi dopo, però, diventò uno smash hit negli Stati Uniti, issandosi al N°2 della chart di Billboard e in cima a quella di Cashbox (facendo degli esordienti Zombies il 1° gruppo British a raggiungere quel risultato proprio dopo i Fab Four).

The Zombies: Hugh Grundy, Colin Blunstone, Paul Atkinson, Chris White, Rod Argent

Molti la ricorderanno nella fortunata versione pubblicata nel 1977 dai Santana, ma nessuna delle tante cover regge il passo con l’originale: una canzone spartiacque che anche in Begin Here fa un po’ la figura di un meteorite planato dallo spazio, con quei sentori di pop baroque, di psichedelìa e di rock progressivo in anticipo sui tempi (“Diversa da qualunque altra cosa lanciata oltre l’Atlantico in quell’anno di British Invasion ”, scrive il celebre e autorevole giornalista americano David Fricke nelle nuove note di copertina). Era 1 pezzo dalla struttura ritmica e armonica mutevole, con 1 testo che prendeva spunto da 1 brano di John Lee Hooker dell’anno precedente (Nobody Told Me); le note solitarie del basso di Chris White in apertura; il drumming spezzettato e sincopato di Hugh Grundy; i cambi di tonalità dal minore delle strofe al maggiore dell’inciso su una scala di matrice blues; una melodia ritagliata sulla voce da tenore leggero di Colin Blunstone e quel pianet di marca Hohner, predecessore del piano elettrico, che l’autore del pezzo Rod Argent suonava rievocando le sonorità barocche del clavicembalo. Ci si ritagliava anche uno dei suoi tanti, concisi assoli (altrove eseguiti principalmente sull’organo Vox Continental) con un raffinato gusto jazz che rivelava gli ascolti di quel giovane musicista autodidatta che aveva studiato canto corale (lo si sente eccome, ascoltando Begin Here) e che amava Miles Davis quanto Tchaikovsky ed Elvis Presley.

In copertina, lui e i compagni sembravano 5 tipetti di provincia tutt’altro che cool : completini neri, capelli a caschetto e (nel caso di White e del chitarrista Paul Atkinson, scomparso nel 2004) un paio d’occhiali dalla montatura spessa. A Watford, vicino a casa, solo qualche mese prima avevano vinto un talent show sponsorizzato dal London Evening News, proponendo alla giuria riunita nella sala del municipio la ruvida It’s Alright With Me (1 dei pezzi inclusi nella versione americana dell’album intitolata semplicemente The Zombies, accanto all’altrettanto selvatica Some Time e a Tell Her No, altra hit e singolo d’ispirazione bacharachiana che arrivò al N°5 negli Stati Uniti) e a una spettrale versione a tempo di valzer della Summertime di George Gershwin, loro prima incisione in assoluto.

Nelle note di copertina originali del 1965, Argent la indica come la sua performance vocale di Blunstone preferita in assoluto, lodando anche il suono della chitarra acustica che Atkinson si era procurato 4 anni prima per sole 15 sterline. Era la loro scelta iniziale per il singolo di debutto, finché saggiamente il produttore Ken Jones, padre di un amico di White, compositore di colonne sonore per il cinema e la televisione e proprietario di una società di produzione, Marquis Enterprises Ltd, che acquisì i diritti sul disco cedendoli in licenza temporanea alla Decca, non convinse Rod a scrivere appositamente una nuova canzone.

Per confezionare 1 album con cui dare seguito a She’s Not There, Jones e la band si diedero appuntamento agli studi Decca di West Hampstead dove bastarono 3 giorni, fra il tardo novembre e il dicembre del 1964, per completare il lavoro con pochi mezzi a disposizione (1 registratore a 4 tracce) e a ritmo serrato, incidendo le basi strumentali dal vivo e le parti vocali quasi tutte in una sola take. Ne uscì un gruzzolo di canzoni fresche e dinamiche, nessuna delle quali dotata però della carica innovativa di She’s Not There, miscelando com’era d’uso fra i gruppi beat dell’epoca cover di pezzi soul, blues e r&b a composizioni inedite, con Argent e Atkinson a spartirsi brevi assoli e a inchiodare il groove con la sezione ritmica mentre il camaleontico Blunstone cambiava pelle da una canzone all’altra.

Al 1° gruppo appartenevano un’adrenalinica e sporca rivisitazione di Road Runner di Bo Diddley (che White ricorda di aver ascoltato allora in 1 concerto dei Rolling Stones); una soul medley con armonie vocali a botta e risposta fra You’ve Really Got A Hold On Me dei Miracles di Smokey Robinson (2 anni prima apparsa anche in With The Beatles) e Bring It On Home To Me di Sam Cooke; Sticks And Stones rallentata rispetto alla versione di Ray Charles; lo standard di Solomon Burke, Can’t Nobody Love You, scandito dagli arpeggi della Rickenbaker 12 corde di Atkinson e una furibonda I Got My Mojo Working (cavallo di battaglia di Muddy Waters) in cui per una volta era Argent a cantare cimentandosi anche all’armonica.

Portavano la sua firma The Way I Feel Inside, dov’era soltanto il suo organo ad accompagnare la voce di Blunstone dopo una lunga introduzione a cappella (un’idea del produttore, come i passi che la aprono e chiudono e la monetina che cade sul pavimento); il tumultuoso garage beat di Woman e I Remember When I Loved Here, con un ritmo da rumba afrocubana e un’atmosfera “ da cattedrale frequentata da spiriti a mezzanotte ” (così Argent nelle sue note originali); mentre erano farina del sacco di White, unico altro compositore del gruppo, le chitarristiche I Can’t Make Up My Mind e I Don’t Want To Know (con un riff byrdsiano che Fricke definisce come «un Rubber Soul in anticipo sui tempi») e la breve, congestionata What More Can I Do: “ Una mezza dozzina di canzoni in collisione fra loro in un parcheggio ” (sempre secondo la storica firma di Rolling Stone). Probabilmente allo scopo di garantirsi un’altra fetta di royalty, Jones ci infilava 1 suo strumentale r&b con armonica (Work ‘N’ Play) che poco aggiungeva al valore di 1 Lp snobbato in patria al pari dei singoli successivi, tanto da convincere la Decca a non rinnovare il contratto al quintetto.

3 anni dopo, l’esatta replica: 45 giri di grande successo in America (Time Of The Season) e album (Odessey And Oracle), all’epoca disertato dal pubblico. Ma gli Zombies erano ambiziosi e l’idea di ridimensionarsi a band da singoli non gli andava proprio a genio. Si sciolsero per poi riformarsi a più riprese fino a quando, nel 2019, furono inclusi nella Rock and Roll Hall of Fame. È una storia a lieto fine, anzi ancora in corso perché Argent e Blunstone guidano tuttora gli Zombies in una nuova configurazione: nei loro confronti, e nei riguardi di quei 2 preziosi album degli anni 60, il tempo alla fine è stato galantuomo.

The Zombies, Begin Here (1965, Decca)