Diplomato in clarinetto classico alla DePaul University di Chicago quand’era ancora un teenager, Walter Parazaider è scomparso a 81 anni il 17 giugno scorso. Quando di anni ne aveva poco più di 20, fu lui insieme agli amici Terry Kath, Danny Seraphine e James William Guercio ad avere l’idea di fondare una «rock and roll band con i fiati»: l’illuminazione gli venne dopo che nel 1966 aveva ascoltato Got To Get You Into My Life dei Beatles, vivace rielaborazione in chiave white soul della Stax e della Motown ad opera di Paul McCartney, che i Fab Four avevano incluso nell’epocale Revolver.
Qualche anno dopo il suo gruppo, che Guercio aveva convinto a ribattezzarsi The Chicago Transit Authority invece di Big Thing in omaggio alla città d’origine e al suo sistema di trasporto (l’idea non piacque all’azienda municipalizzata, che costrinse in seguito la band a troncare il nome in Chicago), si trovò però davanti a un ostacolo: le perplessità manifestate dalla CBS/Columbia, con cui stava per firmare un contratto, a ingaggiare un altro ensemble jazz rock e con una sezione fiati dopo i Blood, Sweat & Tears che proprio James, manager e produttore incaricato dei CTA, aveva guidato in studio durante le session di registrazione del loro fortunatissimo 2° album (quello di Spinning Wheel). La major titubava all’idea di mettersi in casa un presunto doppione; non bastasse, il gruppo intendeva esordire con 1 album doppio, rarità assoluta (e costosa): alla fine la casa discografica accettò, ma solo in cambio di una drastica riduzione delle royalty sulle vendite percepite dai musicisti.

Il 28 aprile 1969 The Chicago Transit Authority uscì dunque così, senza tagli e senza censure, rispecchiando i voleri artistici di quel settetto di virtuosi strumentisti dalle grandi ambizioni fra cui spiccava 1 fenomeno assoluto, 1 innovatore e 1 scienziato pazzo della chitarra elettrica alla ricerca d’ingegnosi effetti e filosoficamente contrario all’uso del plettro: a sostenere che Kath fosse persino meglio di Jimi Hendrix, era nientemeno che il mancino di Seattle in persona. Forse esagerava, ma di sicuro Terry (che 10 anni dopo si sarebbe sparato un colpo in testa, pare per tragica fatalità a seguito di una stupida goliardata) si mostrava iconoclasta e rivoluzionario quanto Jimi nei 6 minuti e 47 secondi a ruota libera di Free Form Guitar, un’ostica performance rumoristica in cui la sua Fender Stratocaster (senza l’ausilio di pedali, come sottolineavano le note di copertina originali dell’Lp) produceva sibili e borbottii simili a quelli del motore di un bombardiere americano. Sembrava quasi un’anticipazione di ciò che Hendrix avrebbe fatto a Woodstock qualche mese dopo stravolgendo l’inno nazionale americano, The Star-Spangled Banner, e seguiva l’altrettanto impressionante ma più strutturata Poem 58 in cui Kath si scatenava con il fuzz cavando lancinanti note acute dal suo strumento mentre con la voce sfoderava la sua bella timbrica da «Ray Charles bianco».
Già, perché in quel versatile collettivo di talenti era oltre che 1 dei principali compositori anche 1 delle 3 voci soliste in alternanza con quelle del tastierista Robert Lamm e del bassista Peter Cetera, anni dopo principali responsabili della svolta smooth pop che avrebbe prodotto in seguito successi easy e radiofonici come Saturday In The Park e la suadente ballatona If You Leave Me Now. Di quel futuro prossimo venturo, in The Chicago Transit Authority si capta qualche debole segnale forse soltanto nell’accattivante Questions 67 And 68, introdotta da un riff chitarristico alla Who e fra i principali pièce de résistance del primissimo repertorio insieme alla swingante Does Anybody Really Know What Time It Is? (intro di pianoforte, tempi dispari e variabili, canto e controcanto, armonie vocali come in tutto il disco esplicitamente ispirate a quelle dei Beatles), a Beginnings (Kath alla chitarra acustica e i fiati in gran spolvero, così come la batteria di Seraphine e le percussioni che nel finale restano da sole sulla scena dilungando la durata del brano fin quasi a 8 minuti) e alla cover di I’m A Man dello Spencer Davis Group. La versione dei Chicago reggeva senza problemi il confronto con l’originale che Steve Winwood aveva scritto insieme a Jimmy Miller, spalmata a causa della sua lunghezza (7 minuti e 43 secondi) su 2 facciate nella versione pubblicata su 45 giri: anche in questo caso 1 lungo intermezzo percussivo si frapponeva alle parti cantate da Kath, Lamm e Cetera, fra le sonorità sature della chitarra col wah wah, il timbro caldo e corposo dell’Hammond e 1 groove pazzesco che più che evocare i grandi maestri dell’r&b afroamericano amati da Winwood sembrava anticipare le future evoluzioni latin rock dei Santana.
Era un altro momento d’esaltante live session senza editing e sovraincisioni, ma anche 1 dei pochissimi pezzi in cui il trio di fiatisti che vantava un background in big band jazz e in orchestre classiche deponeva per gran parte del suo svolgimento i suoi strumenti principali: Parazaider lasciava il sax tenore per 1 tamburello, Lee Loughnane la tromba per 1 paio di claves e James Pankow il trombone per 1 campanaccio. Quando tornavano a soffiare nelle ance e negli ottoni, invece, davano corpo a ciò che Walter aveva avuto in mente dall’inizio e che serviva a distinguerli da chiunque altro (Blood, Sweat & Tears compresi): i fiati usati non come sostegno, contrappunto o sottolineatura sullo spartito ma come una vera e propria voce melodica aggiuntiva, fra brevi assoli ficcanti e dinamici interventi collettivi. Fin da subito, fin da quella Introduction in cui iniziavano i continui cambi di tempo e di atmosfera e i solismi, mentre la voce di Kath confessava il nervosismo della band al suo debutto in studio (il complesso della CBS sulla 30ma strada di New York: disponibile solo di notte, perché nelle ore diurne era occupato da Simon & Garfunkel) e invitava il pubblico ad ascoltare senza pregiudizi 1 ensemble che aveva passato anni a prepararsi adeguatamente per quell’esordio.
E fino al finale incandescente di Liberation, oltre 14 minuti e ½ a rotta di collo e in crescendo, con 1 altro assolo di batteria e la chitarra di Kath in altalena fra momenti di liquida introspezione e parossistici fraseggi come se fosse nelle mani di John McLaughlin. In mezzo c’erano le altre policromìe di Listen con i suoi riff r&b, di South California Purples con i suoi accenti blues e la citazione della beatlesiana I Am The Walrus e una Someday (August 29, 1968) che prendeva spunto dalla contestazione giovanile nei campus universitari, preceduta da 1 prologo in cui si ascoltava la registrazione sul campo dei tumulti e del famoso slogan (“ Il mondo intero sta guardando ”) intonato dagli studenti davanti al Conrad Hilton Hotel nei giorni della convention democratica del 1968 a Chicago.

Il mondo intanto cominciava a guardare e ad ascoltare anche loro, che pur senza un vero hit single in canna diventarono con il loro doppio Lp un punto fermo nelle playlist delle nuove college radio FM. The Chicago Transit Authority fece inizialmente meglio nel Regno Unito (N°9) che in patria, dove pur fermandosi al N°17 restò incredibilmente in classifica per 155 settimane consecutive fino all’ottobre 1974, stabilendo un record di longevità e finendo per vendere oltre 2.000.000 di copie. L’anno scorso è stato inserito dal Governo americano fra le registrazioni sonore conservate presso la Biblioteca del Congresso in considerazione del loro valore culturale, storico ed estetico: quell’idea coraggiosa al limite dell’incoscienza di suonare al tempo stesso «come Hendrix, Cannonball Adderley e forse anche Johann Sebastian Bach» (rubo la brillante definizione al giornalista di Rolling Stone, David Wild) aveva incredibilmente funzionato.
The Chicago Transit Authority (1969, Columbia)
