«Ci vogliono le palle, per creare arte ispirata alla tua vita» (John Hiatt, a proposito del suo album Bring The Family, in una vecchia intervista concessa alla rivista No Depression). Verissimo. Soprattutto se stai appena uscendo da un tunnel che sembrava senza via d’uscita.

È il 1987 e il cantautore originario di Indianapolis, che da 13 anni sgomita per trovare un posto al sole come interprete delle sue canzoni dopo essersi fatto apprezzare come compositore dagli editori che popolano la Music Row di Nashville, naviga a vista in un mare di guai. Che fare? Rinunciare ai sogni di gloria e accontentarsi delle royalty assicurate dai cantanti famosi che interpretano i suoi pezzi, dopo essere stato scaricato non da una ma da ben 3 major discografiche (Epic, MCA e Geffen in ordine di tempo)? La sua vita privata non è stata meno caotica, burrascosa e si è tinta di recente di tragedia: solo qualche anno prima, la seconda moglie Isabella da cui era separato si era tolta la vita, lasciandogli in dote una bambina piccola e un dolore che ha cercato inutilmente di affogare fra droghe e (soprattutto) alcol. Sente di avere bruciato tutti i ponti, ma basta un simple twist of fate, una svolta inattesa degli eventi, per cambiare le carte in tavola.

John Hiatt

S’innamora di Nancy e mette su una nuova famiglia in cui accoglie il figlio precedente di lei, 8 anni. Si disintossica, smette di bere e fa altri 2 nuovi incontri determinanti. Il 1° al McCabe’s Guitar Shop di Santa Monica, in California, dopo un suo concerto acustico, con il produttore e fonico John Chelew che lo sprona a scrivere di nuovo promettendogli in studio l’aiuto di 1 tris d’assi: 1 batterista rodato da 1.000 session come Jim Keltner e nientemeno che Ry Cooder alla chitarra, mentre al basso è pronto il collega inglese Nick Lowe, socio della piccola ma intraprendente indie britannica Demon Records, il cui contitolare Andrew Laudner è un altro suo grande fan disposto a pubblicare qualunque cosa gli presenti: anche le canzoni che canta alla mattina sotto la doccia.

Per John è un’iniezione di fiducia straordinaria. E ai magnifici 4 bastano 4 giorni di clausura negli Ocean Way Studios di Hollywood, nel febbraio del 1987, per fissare su nastro, dal vivo e quasi senza prove 10 canzoni dal suono asciutto e nervoso che fanno a pugni con il synth pop e il rock pompato da stadio che in quei tempi impazzano su MTV. «Di più non avremmo potuto fare», racconterà nel 2023 Hiatt ad Art Thompson di Guitar Player, dati i molteplici impegni dei personaggi coinvolti. «Prima che incidessimo l’ultima canzone, Ry aveva già un piede fuori dallo studio e io gli dissi:Aspetta ancora un minuto. Facciamone ancora una “». Lo convince, anche perché nel frattempo Cooder si è innamorato del sound vintage e riverberato prodotto da quel vecchio amplificatore Gibson marrone che gli hanno messo a disposizione. Spesso, lo sappiamo, i grandi dischi nascono così: Spontaneamente, senza calcoli, in condizioni precarie e di massima urgenza (quando 4 anni dopo i Fab Four si ritroveranno in studio per un progetto di gruppo, i Little Village, la magia non si ripeterà allo stesso modo e la somma dei loro 4 talenti non farà più 5 o 6 come in questa occasione).

Bring The Family, che esce nel giugno del 1987 con 2 copertine diverse (la foto surreale di un’ordinaria coppia anni 50 con 3 inquietanti marionette come figli nell’edizione inglese su Demon; un più convenzionale primo piano dell’artista, anch’esso in bianco e nero, nella stampa americana pubblicata su licenza dalla A&M) non fa eccezione. E se Moondance di Van Morrison è passato alla storia come l’Lp rock dal lato A più perfetto di sempre, questo disco in fondo non gli è da meno. Memphis In The Meantime suona come 1 classico minore partorito ai Sun Studios di Sam Phillips; e il nuovo million dollar quartet la cavalca come se fosse uno scalpitante puledro dal sangue misto che trotta fra country, blues, r&b e rockabilly mentre con la sua voce rugosa John mette subito le cose in chiaro: “ Certo che mi piacciono la musica country/e i mandolini/ma in questo momento ho bisogno di una Telecaster/amplificata da un Vibrolux con il volume a dieci ”.

Il messaggio è chiarissimo e arriva subito a destinazione: anche nella successiva Alone In The Dark, un rock blues sensuale e tenebroso dove la ritmica è incalzante e ossessiva, la voce di John nasale e tagliente, la slide di Cooder minacciosa come una lama nel buio e il testo un ricordo dei recenti anni di solitudine e di stordimento alcolico, “ l’immagine solitaria/di un bicchiere vuoto/lo studio da natura morta/di un ubriaco fradicio/che ulula alla luna sperando che il sole non arrivi troppo presto ”. Farà breccia persino a Hollywood, 7 anni dopo, quando Jamie Lee Curtis convincerà il regista James Cameron a usarla come colonna sonora del suo leggendario e autoironico strip tease in True Lies, davanti a uno sbalordito Arnold Schwarzenegger. Sul pianeta mainstream atterrerà prima ancora Little Thing Called Love, a cui nel 1989 Bonnie Raitt donerà fama mondiale includendola in Nick Of Time, il suo best seller da 5.000.000 di copie; e che Hiatt canta ringhiando come un animale in calore mentre celebra la sua nuova amata: se non è un principe azzurro, la assicura, non è neanche un porcospino con gli aculei dritti in segno di difesa (gli altri 3 ci mettono del loro, a cominciare da Keltner che s’inventa un duplice, funkeggiante pattern ritmico che sembra incespicare su se stesso e invece regala al brano una sua inconfondibile personalità).

In Lipstick Sunset quella stessa voce sgualcita e passionale insegue i fantasmi di Sam Cooke e dei Drifters cantando di un amore svanito in un “ tramonto color rossetto/spalmato sul cielo d’agosto ”, mentre la musica assorbe i sapori del confine messicano e la slide di Cooder vola negli spazi siderali («Quella volta sono stato fortunato», dirà lui con modestia a Michael Elliott di The Mixtape parlando del suo splendido assolo. «In quei tempi, quando mi eccitavo, suonavo troppo e con troppa foga. Ma durante l’esecuzione di quel pezzo il mio sistema nervoso era a posto e non ho esagerato»). Subito dopo arriva la canzone che da sola basterebbe a dare un senso a un’intera carriera: in Have A Little Faith In Me restano solo il pianoforte e quella voce da brivido che libera di correre sul pentagramma intona un gospel laico, un accorato invito a Nancy a credere in lui e all’umanità intera a riporre un po’ di fiducia nel prossimo (John l’aveva composta nel piccolo appartamento al di sopra di un garage in cui viveva all’epoca a Nashville, influenzato dalla musica che ascoltava di notte sulle frequenze della radio locale WLAC : ne tirerà fuori la sua Let It Be).

Alla nuova compagna è indirizzato anche il 1° pezzo del 2° lato: un cazzuto rock and roll alla Rolling Stones intitolato Thank You Girl e che gli apre uno spiraglio nelle classifiche. John la ringrazia per averlo salvato quando aveva già un piede nella fossa e per avergli regalato un futuro (“ ce ne siamo andati dalla California/come una coppia di ladri/ora andiamo a gonfie vele/e non lo avevamo letto nelle foglie del tè ”). È il lieto fine della storia, contrapposto alla sofferenza e all’umore crepuscolare Tip Of My Tongue: una ballata struggente e una storia d’abbandono che Cooder punteggia ancora con la sua chitarra latineggiante (Keltner non riuscirà mai più ad ascoltarla senza scoppiare a piangere), mentre in Your Dad Did, altro rock saltellante e vivace, la 6 corde del grande californiano s’inventa 1 riff elastico rinforzato da 1 sitar elettrico e da 1 set di percussioni mentre Hiatt rende omaggio alla memoria del padre (un pittoresco giocatore d’azzardo e affabulatore sovrappeso imbattibile nelle vendite porta a porta («È a lui che dobbiamo tante di quelle cucine color senape, verde avocado e arancione scuro che si trovavano in giro per il Midwest agli inizi degli anni 60») e dipinge lo sgretolamento dell’American Dream mentre i figli si fanno i dispetti a colazione, il posto di lavoro ti scivola via tra le mani e tu, nonostante tutto, cerchi di dimostrarti all’altezza delle aspettative della tua famiglia.

In Stood Up, John torna a ricordare la moglie suicida dai “ fiammeggianti capelli rossi ” e festeggia la sua battaglia vinta con l’alcolismo sulle note di uno slow alla Arthur Alexander in cui conferma le sue doti di grande soul man bianco mentre nell’atto conclusivo, Learning How To Love You, stacca di nuovo la spina: in una ballata sintonizzata sulla stessa lunghezza d’onda del Bruce Springsteen più folk o dell’Elvis Costello di King Of America, sono soltanto lui e la sua chitarra a raccontare quanto sia difficile imparare ad amare “ dal primo bacio nel cortile della scuola/all’ultimo cuore spezzato in due ”. Intanto, però, John si è riappropriato della sua vita e della sua carriera. «Un colpo di fortuna», sostiene lui, legato al fatto d’essersi trovato «al posto giusto al momento giusto». Qualcuno gli aveva teso una mano e lo aveva aiutato, è vero. Ma era stato lui a trovare finalmente la sua formula magica, a far crescere i fiori dal letame, a trasformare in luce i momenti bui della sua esistenza.