Anche se non hanno mai comprato un suo album, milioni di persone hanno letto il nome di Roy Harper sulla copertina di un 33 giri o ascoltato la sua voce in un disco. Merito di alcune delle più grandi rock star a lui contemporanee, stregate da quel folk singer alternativo e anti establishment, da quel poeta freak e lunatico. A lui i Led Zeppelin (per volontà di Robert Plant e di Jimmy Page, amici intimi e fan della prima ora) intitolarono lo strambo blues acustico che chiudeva la seconda facciata del loro 3° album pubblicato nel 1970; a lui i Pink Floyd, resisi conto che alla linea melodica e alle note acute del pezzo né Roger Waters e tantomeno David Gilmour erano in grado di rendere giustizia, si rivolsero per fargli cantare Have A Cigar.

Roy Harper

Era il 1975 e la band inglese stava registrando Wish You Were Here ad Abbey Road. Lì si imbatteva spesso in Harper, amico di Gilmour impegnato nello stesso periodo a incidere HQ, il disco più rock della sua carriera con tante chitarre elettriche, basso e batteria a sostenere le sue acustiche e la sua voce. Magari non il suo migliore in assoluto: in tanti, e a ragione, vi diranno che quel titolo spetta piuttosto al visionario Stormcock (1971), o eventualmente a Flat Baroque And Berserk dell’anno prima. Ma non siamo distanti, e HQ si chiudeva con la sua canzone forse più famosa e più bella, When An Old Cricketer Leaves The Crease (che diventò anche il titolo dell’album negli Stati Uniti). Una struggente elegia che è al tempo stesso una celebrazione di 1 degli sport nazionali britannici (il testo cita 2 famosi giocatori, Geoffrey [Boycott] e John [Snow]) e una metafora sul commiato dalla vita terrena a fine partita. Una perfetta canzone da funerale, anche, che colpì subito l’orecchio finissimo di John Peel: al punto che il leggendario dj radiofonico della BBC chiese espressamente al suo produttore, John Walters, di farla suonare in occasione delle sue esequie.

«I miei ricordi d’infanzia riguardo alla statura eroica dei giocatori di calcio e di cricket dell’epoca evocano i suoni del periodo», ricorda Harper sul suo sito ufficiale a proposito della canzone, aggiungendo che «fra questi era di primaria importanza la banda d’ottoni che rappresentava una tradizione del Nord dell’Inghilterra e un collante sociale buono per tutte le stagioni dell’anno. Il mio utilizzo di quello stile di musica in Old Cricketer è un tributo a quelle lontane memorie».

Un omaggio lucido e sobriamente commovente, distribuito lungo 7 minuti e 13 secondi di pura magia. Soprattutto nel momento in cui alla chitarra acustica 12 corde e alla voce di Harper (una voce da «controtenore capace di raggiungere il registro più alto del contralto»), fa il suo ingresso il suono bruno e malinconico, mesto e maestoso della Grimethorpe Colliery Band del South Yorkshire: collettivo creato nel 1917 come circolo ricreativo per i lavoratori della locale miniera di carbone, qui splendidamente arrangiato da quel David Bedford allora a suo agio con le partiture classiche come con la musica rock (il suo esordio in quell’ambito era avvenuto a fianco di Kevin Ayers, mentre con Harper aveva già collaborato in Stormcock, in Valentine e nel disco dal vivo Flashes From The Archives Of Oblivion). Harper usa il gergo tecnico del cricket per fotografare quel momento crepuscolare in cui il giocatore oltrepassa per l’ultima volta la linea di battuta (il “crease ”), le palline finiscono in tasca agli arbitri e ciò che rimane sul campo sono il giardiniere incaricato di rimettere tutto a posto e un “cane pazzo ” a spasso con il suo padrone. Un purissimo distillato di Englishness e di spleen britannico che comunica sentimenti universali.

All’estremo opposto del disco, 1° pezzo del lato A, c’è The Game, una movimentata e mutante rock song in 5 movimenti che inizia e finisce con 1 riff incalzante lasciando spazio, nel mezzo, a momenti d’onirica contemplazione. Harper vi si presenta come un uomo fuori dal tempo (“le mie abitudini di vita hanno più di 10.000 anni ”) cantando a briglia sciolta di libertà, di coercizione sociale, di morale e di civiltà corrotta assistito da un supergruppo: Chris Spedding e David Gilmour alle chitarre elettriche; John Paul Jones dei Led Zeppelin al basso e Steve Broughton della Edgar Broughton Band alla batteria. Gli ultimi 3 al suo fianco anche in occasione di un antecedente concerto gratuito ad Hyde Park, anche se è Spedding a sfoderare 1 assolo che Roy definirà «un magnifico pezzo di spontaneo rock and roll».

Harper con David Gilmour

È una first take, che il chitarrista inglese suonò «su un minuscolo amplificatore nel mezzo dello Studio 1 di Abbey Road, grande come un hangar aeronautico vuoto e costruito per ospitare orchestre da 100 elementi e il cast di un’opera»: lo stesso luogo in cui, quel medesimo giorno, circa 50 musicisti si riunirono per registrare When An Old Cricketer Leaves The Crease. Per incidere la parte solista di The Game, ricorda Harper, Spedding si presentò in studio in completo bianco con un garofano rosso all’occhiello. 20 minuti e il lavoro era completato. Anche un veterano come Roy ne rimase sbalordito.

Oggi Harper identifica come 3° punto saliente di HQ la terza strofa di The Spirit Lives, una ballata che dopo un cambio di tempo la slide di Spedding trascina in territori rock blues ancorandosi alla sezione ritmica dell’effimero quartetto, i Trigger: Dave Cochran e il formidabile ex Yes e King Crimson, Bill Bruford, alla batteria. Non è jazz e non è prog, è Harper che con il consueto fervore da predicatore laico lancia la sua ennesima invettiva anticlericale: “La storia della religione è la storia dello Stato/sfruttatori incestuosi di un catalogo d’odio/l’uomo di pace è stato travolto dagli eserciti del “Signore”/che hanno messo la loro firma su ogni guerra/e cantato le lodi della spada”. Valeva ieri come oggi, quel frammento di poesia beatnik vibrante, caustica e battagliera, enunciata fra gli accordi a cascata della sua chitarra e con quella voce limpida e altera. Anche nei momenti di massima indignazione e di ira fiammeggiante, il miglior Roy Harper non tradiva mai la sua Musa e l’artista non soccombeva al polemista.

La versione americana dell’Lp

Nello scanzonato rockabilly di Grown Ups Are Just Silly Children, Roy ci ricorda che gli adulti non sono altro, in fondo, che bambini cresciuti e più sciocchi, mentre in Referendum (Legend) dà spazio a Spedding consentendogli di sfornare un riff degno dei Black Sabbath. Forget Me Not è una semplice canzone che profuma di primavera, di patchouli, d’erba, di acid folk e di un incantamento amoroso che in Hallucinating Light (proposta anche negli ultimi concerti, ormai risalenti al 2019) si tinge di ombre minacciose e di una visionarietà mistico-romantica nello stile dell’amato William Blake, sospesa su una nuvola in cui convivono Bob Dylan, il blues e il cosmic country.

In stato di grazia, nel fotomontaggio di copertina realizzato da Hipgnosis, Roy Harper cammina sulle acque: «Penso sempre a HQ come a un grande album realizzato in uno dei periodi migliori della mia vita», ha confermato il cantautore, che solo 2 anni prima sulla busta di Lifemask aveva pubblicato una sua maschera mortuaria, convinto che la policitemìa di cui soffriva gli lasciasse ancora poco tempo da vivere. Oggi ha 83 anni, è ufficialmente in pensione e risiede in un angolo remoto dell’Irlanda. Walters, invece, è morto prima di Peel; ed è stato quest’ultimo a mettere sul piatto When An Old Cricketer Leaves The Crease dopo averne annunciato la scomparsa durante il suo programma radiofonico.

Quando anche John se n’è andato, nel 2004, è stato invece il collega Andy Kershaw a dedicargli il pezzo alla fine del suo show sul canale Radio 3 della BBC ; e lo stesso ha fatto il suo sostituto Rob da Bank su Radio 1. Un eroe di culto del progressive folk, lo sport inglese per eccellenza; il disc jockey rock più amato al mondo e i suoi amici e colleghi legati da una canzone immortale che aiuta a trovare conforto davanti alla morte accettando il momento ineluttabile in cui si esce di scena.

Roy Harper, HQ (1975, Harvest)