Coglie decisamente in contropiede, il 23 aprile 1976, l’uscita del 13° album dei Rolling Stones, intitolato Black And Blue, inciso ai Musicland Studios di Monaco di Baviera, nel Rolling Stones Mobile a Rotterdam e al Mountain Recording Studio di Montreux, incastonato temporalmente fra It’s Only Rock’n’Roll (1974) e Some Girls (1978).
Eccome se sorprende: per via del titolo, che si traduce in “ pieno di lividi ”; e per la musica, che contraddice non poco quell’è solo Rock’n’Roll predisponendola ad altre sonorità. Come se non bastasse, sul tetto d’un edificio lungo la Sunset Strip di West Hollywood viene collocato un cartellone pubblicitario che raffigura la modella Anita Russell nei panni di una ragazza percossa e legata con delle funi che esclama: «I’m “Black and Blue” from the Rolling Stones – and I love it!» (Sono nera e blu [i colori delle tumefazioni] grazie ai Rolling Stones – e mi piace! ). Dopo un’azione di guerriglia culminata con la scritta This is a crime against women! (Questo è un crimine contro le donne! ) e le proteste dei gruppi femministi Women Against Violence Against Women e NOW (National Coalition for Women), il billboard viene in fretta e furia rimosso garantendo ai Rolling Stones un’ampia pubblicità sulle prime pagine dei giornali.

Mezzo secolo dopo, ottimamente remixato da Steven Wilson dei Porcupine Tree, Black And Blue viene riproposto in 2 Cd, con gli 8 brani canonici sul 1° e Outtakes and Jams sul 2°, ovvero l’avviluppante soul music di I Love A Lady; l’elettrizzante, urlatissima cover funky & disco di Shame, Shame, Shame, hit mondiale del 1974 di Shirley & Company; la Chuck Berry Style Jam con Harvey Mandel; la Blues Jam, la Rotterdam Jam e la Freeway Jam con Jeff Beck e la partecipazione di Robert A. Johnson, da non confondersi con l’omonimo bluesman del Delta. Come dire: un andirivieni chitarristico alla corte dei Rolling Stones, dal momento che Black And Blue è il 1° album dopo il divorzio (dicembre 1974) di Mick Taylor, con loro da Let It Bleed (1969) fino a It’s Only Rock’n’Roll (1974).
«Sentivo di aver dato il massimo con gli Stones» dichiarò il chitarrista dell’Hertfordshire. «Non pensavo che sarebbero rimasti insieme: i dischi andavano bene, eppure la band era nel caos. Comunicai che me ne sarei andato e in risposta mi obbligarono a restituire la carta di credito. Mick cercò di convincermi a restare, ma gli dissi che ero stanco e che i miei problemi legati alla droga stavano iniziando a preoccuparmi. Suggerì di prendermi 6 mesi di pausa, ma non sono mai stato bravo ad accettare consigli. Forse avrei dovuto ascoltarlo».

Ronnie Wood, Charlie Watts, Mick Jagger, Bill Wyman, Keith Richards
© Hiro
Per Keith Richards, l’album era sostanzialmente servito a «provare i chitarristi. Ecco di cosa si trattava». Alle audizioni si presentano Steve Marriott, Harvey Mandel, Wayne Perkins, Peter Frampton, Robert A. Johnson e Ronnie Wood, ex componente dei Faces, mentre Rory Gallagher e Jeff Beck decidono di effettuare una jam session con gli Stones «per vedere cosa stava succedendo», senza peraltro unirsi al gruppo ben lieti di rimanere solisti. Nella lineup del disco entrano Wayne Perkins, Harvey Mandel e Ronnie Wood, che aveva in precedenza contribuito alla stesura del brano It’s Only Rock ‘n Roll (But I Like It) diventando membro temporaneo del gruppo nei concerti (1975) e poi ufficiale dal 1976 («Decisamente è dove sono destinato a essere», è la sua sincera ammissione).
Che le Pietre Rotolanti volessero “cambiare le regole ” è anzitutto Hot Stuff a renderlo esplicito con il suo ribollente, adrenalinico funk (per molti versi anticipatore di Miss You) ritmato dal drumming di Charlie Watts, dalle percussioni di Ollie E. Brown, dal basso di Bill Wyman e dal pedale wah-wah di Harvey Mandel, ex chitarrista dei Canned Heat. Il tutto irrorato dal pianoforte di Billy Preston. Al 100% stoniano è invece il rock’n’roll di Hand Of Fate, con una sequenza d’efficaci assoli affidati alla chitarra di Wayne Perkins. Spazio, quindi, al reggae di Cherry Oh Baby nella rivisitazione del pezzo inciso nel 1971 dal giamaicano Eric Donaldson. «Dopo averlo registrato così, tanto per ridere, abbiamo deciso di tenerlo nella scaletta di Black And Blue», ebbe modo di dichiarare Mick Jagger. In realtà, non si trattò solo di un gioco. Secondo Charlie Watts, «l’influenza reggae nelle canzoni di Black And Blue proveniva sostanzialmente da Keith».
Frutto dell’assemblaggio di 2 “ ipotetiche ” canzoni, 1 di Jagger e 1 di Richards, il chilometrico timing di Memory Motel (7 minuti e più) vede i Glimmer Twins spartirsi la voce solista in virtù di una ballad che coinvolge come poche altre, con la chitarra elettrica affidata ad Harvey Mandel, l’acustica a Wayne Perkins e poi Mick, Keith e Preston rispettivamente al piano acustico, al piano elettrico e all’ARP String Ensemble.

«Noi tutti eravamo appassionati di reggae; e il reggae era senza dubbio uno stato d’animo di quell’epoca. Avevo questo riff particolare che portai in studio. Gli altri mi chiesero: “ Con che cosa iniziamo? ”. Risposi: “ Ho questa canzone ”». Ronnie Wood ha ricordato così la genesi della straripante, sanguigna Hey Negrita. Sulle note di copertina c’è scritto proprio così, “ Inspiration by Ron Wood ” «e venne fuori con estrema facilità. Del resto, la chiave per far passare negli Stones una canzone è non cercare mai di scrivere tutte le parole. Se hai il ritmo, puoi ritenerti fortunato. E lascia pure che sia Mick a metterci le parole…». Di tutt’altra pasta è Melody (” Inspiration by Billy Preston “, stavolta): composizione stratificata, sgusciante, piena zeppa di swing che «in un certo senso è nata da qualcosa con cui Billy e io stavamo sperimentando: pianoforte, voce e nient’altro», Jagger dixit. «E anche se ha un’incredibile quantità di sovraincisioni, in realtà è semplicissima: una linea di basso e la batteria in 4 battute. Una specie di ritmo old style».

Fool To Cry e Crazy Mama (scelte fra l’altro come A e B side del 45 giri inglese) chiudono rispettivamente Black And Blue: da ballata propensa a “ orecchiare ” Angie con Jagger a proprio agio con il falsetto, a spremere il suo sentimental mood fino all’ultima goccia; e da rock blues eseguito in maniera impeccabile, con tanto di riff dinamitardi e ritmo serrato. Come Rolling Stones insegnano, naturalmente.
