Sono una band fuori dai canoni e abbastanza indecifrabile, i Midlake (è un complimento). Capace di sopravvivere a se stessa e di muoversi in territori apparentemente lontani dal suo humus culturale e dalle sue origini geografiche. Texani (di Denton, 65 km. da Dallas), nelle loro canzoni rivelano poco o nulla del DNA tradizionale della musica del Lone Star, terra di country singers e di cantautori, di tex-mex e di musiche di confine.
Sopravvissuti alla fama un po’ ingombrante di 1 disco di culto come The Trials Of Van Occupanther che nel 2006 li segnalò fra i gruppi più interessanti della nuova scena folk-rock americana insieme ai Fleet Foxes, hanno retto anche all’urto dell’uscita di scena del cantante solista, chitarrista, compositore principale e leader carismatico Tim Smith (in pochi, forse neanche loro stessi, ci avrebbero scommesso). Tornati in azione nel 2022 con For The Sake Of Bethel Woods dopo una pausa di quasi 10 anni sotto la guida sicura e ormai consolidata dell’altro cantante, songwriter e chitarrista Eric Pulido, con il nuovo A Bridge To Far spostano ancora l’asticella: il titolo storpia quello del celebre film bellico diretto da Richard Attenborough nel 1977 (A Bridge Too Far), le sue 10 canzoni scandiscono una sorta di viaggio spirituale nel tempo e nello spazio, una mistica esplorazione di sé e del mondo esteriore, della psiche e della Natura.
Niente di troppo ambizioso e ponderoso, comunque: A Bridge To Far non è un concept e neanche un disco “ psichedelico ” tradizionalmente inteso, anche se le paradisiache armonie vocali, le chitarre liquide, le campane e il flauto magico di Days Gone By, perfettamente tradotti in immagini in 1 video che ha per protagonista l’attore inglese e fan della band James Lance, dipingono una radiosa giornata suburbana celebrata con una danza che profuma di filosofia hippie anni 60: se non che qui il protagonista della canzone è solo con se stesso, a ragionare di vita e di morte e di “ giorni trascorsi insieme al sole, alla luna e ai cieli ”. È un’esternazione, ha spiegato Pulido al quotidiano locale Dallas Observer, «del senso di gratitudine che provo per gli elementi che mi circondano, piccoli e grandi, visibili e invisibili».
Anche in altri titoli del disco sembra di annusare un certo profumo di California. fra gli arpeggi e i sussurri delicati di Guardians, in cui la voce di Pulido conversa con quella di Madison Cunningham, 29enne cantautrice fra i nomi più interessanti della nuova scena West Coast. Nell’inno alla libertà di Make Haste, dove pianoforte, basso, chitarre e piatti della batteria disegnano armonie jazzate evocando il mondo poetico e sonoro di David Crosby. Fra i ritmi sostenuti e l’insistente riff pianistico di The Ghouls, dove si sentono echi di Byrds e dei loro proseliti; e in cui i Midlake celebrano al tempo stesso le forze invisibili che ci governano e gli emarginati dalla società che sanno resistere al suo conformismo. Oppure in The Calling, il cui piglio ricorda certe band del Paisley Underground losangelino anni 80.

Midlake
© Shaina Sheaff
Sono solo deboli tracce e piccoli indizi, in 1 disco tutt’altro che citazionista e piuttosto originale, con un suono caldo e compatto fissato su nastro analogico dall’empatico produttore Sam Evian, che vi suona anche sax tenore e percussioni oltre a contribuire ai bellissimi arrangiamenti vocali. Non c’è spazio – quasi mai – per solismi e improvvisazioni; e i Midlake si muovono all’unisono: ben diretti da Evian, Pulido (voce, chitarra acustica e chitarra elettrica), Jesse Chandler (cori, piano, tastiere, Mellotron e vari strumenti a fiato), McKenzie Smith (batteria e percussioni), Mike Luzecky (basso elettrico e contrabbasso), Eric Nichelson (chitarre acustiche ed elettriche) e Joey McClellan (chitarre e cori), producono musica in cui tutto si amalgama, erigendo una sorta di ovattato muro del suono: un Wall of Sound ma eseguito quasi in sordina.
Un afflato cosmico spira su questa musica da meditazione, in cui il battito cardiaco spesso rallenta e il cervello sembra sintonizzarsi a tratti sulle onde alfa del dormiveglia: accade nel morbido, suadente e fluttuante brano che intitola l’album (una parabola sulle ambizioni e sulle fragilità umane, sintetizzata nel suo inciso, “ arrampicarsi su un ponte per cadere ”, ma chiusa da un’incitazione a perseverare nei propri sogni) e tra i soffici sbuffi di Lion’s Den. La sezione ritmica sale di nuovo di volume e intensità in Within/Without, mentre il riff chitarristico concentrico e il flauto quasi prog della viscerale Eyes Full Of Animal dimostrano una volta di più come i Midlake sappiano rendere contemporanei certi codici musicali del passato.

Il sound si fa più rarefatto nel finale per piano e chitarra acustica di The Valley Of Roseless Thorns, un epilogo malinconico e fatalista (sul Dallas Observer il giornalista Preston Barta cita come termine di paragone Elliott Smith) che contiene un’ammonizione: il testo descrive una guerra che si conclude con la conquista di un territorio devastato – una valle di spine senza rose – e con un senso di vuoto e di disillusione. Evoca prepotentemente la tragica attualità anche se, confessa Pulido, si tratta in primo luogo di una riflessione sui conflitti e le peripezie che hanno messo in forse il futuro della sua band. Sui momenti bui che ha attraversato, ma anche sulla sua forse inaspettata e sorprendente capacità di rigenerarsi. Cosicché anche nei momenti più bui, A Bridge To Far irradia speranza e ottimismo.
