«Ho aperto il CBGB perché pensavo che il country sarebbe diventato la musica più importante. È stato così, ma non qui». Hilly Kristal (1931-2007), proprietario del più iconico rock club di sempre, inizia con queste parole la magnifica riedizione (era fuori catalogo dal 1988) di Questa non è una discoteca. La storia del CBGB (Interno4, 256 pagine, € 24), il libro scritto da Roman Kozak che ci racconta attraverso ricordi, aneddoti e gossip una storia musicale incredibile iniziata il 10 dicembre 1973 e terminata il 30 settembre 2006. CBGB stava per Country, Bluegrass, Blues e ha avuto il merito di lanciare fra gli altri Television, Ramones, Patti Smith, Talking Heads e Blondie.

The Ramones
Per rendere l’idea dell’atmosfera che si respirava nel locale del Lower East Side di Manhattan (NY) al 315 della Bowery Street, cito la testimonianza del poeta/cantante e assiduo frequentatore Jim Carroll: «Era il tipo di posto, o il tipo di bar, dove la tua bocca si rifiutava di dire altro se non ” dammi una birra “. Insomma, ci siamo capiti». Niente country ma puro e sano punk rock che si delinea con gruppi come The Shirts, Dead Boys, Richard Hell & The Voidoids in anticipo rispetto alla scena inglese del 1977. La rivista dell’epoca, Punk, nasce infatti nel 1976 e si protrae per 16 numeri fino al 1979, dopodichè la mancanza di pubblicità la mette fuori gioco. «Ha contribuito a codificare un’immagine perfetta», ricorda il giornalista musicale Ira Robbins. «Un ragazzo poteva indossare una giacca di pelle, un altro i jeans strappati, un altro ancora un taglio di capelli a punta, hanno messo tutto insieme ed è nato il punk».

Il CBGB si trasforma così in ” a place to be ” frequentato da musicisti, attori, registi, stilisti. Le band sgomitavano, ma come racconta Martin Thau della Red Star Records «tutti cercavano di essere più accomodanti possibili». Dotato di un impianto musicale dall’ottima acustica, il locale mostrava non pochi problemi dal punto di vista ambientale causa perenne sold out e mancanza d’aerazione. Per dirla con le parole di James Walcott del Village Voice, «assomigliava a una specie di mattatoio, in cui un secchio di ghiaccio veniva collocato davanti a un ventilatore per rinfrescare la stanza. Senza alcun risultato, ovviamente».
Qui hanno modo di suonare anche nomi abituati a ben altre audience come AC/DC, Cheap Trick, Lou Reed, John Cale e Iggy Pop. Il palco accoglie anche i Damned, i Jam e i Police, testimoni di quel punk inglese voglioso di farsi le ossa. E dopo la sbornia punkettara è il turno della scena hardcore, tra la fine degli anni 80 e i 2000 con formazioni come gli Agnostic Front e i Living Colour di Vernon Reid. Vi suonano addirittura i Negazione ed Elio e le Storie Tese, intervistati nella parte finale del libro da Luca Frazzi, che ha curato questa edizione italiana le cui pagine sono corredate da frammenti grafici che pubblicizzano i concerti, come schegge di memoria che raccontano una scena musicale unica e irripetibile.

Accanto all’introduzione di Chris Frantz (batterista dei Talking Heads) e a una selezione di fotografie scattate da Ebet Roberts, spiccano le testimonianze di Joey Ramone e Dee Dee Ramone (Ramones), Clem Burke e Chris Stein (Blondie), David Byrne (Talking Heads), Jim Carroll, Willy Deville, Annie Golden (Shirts), Richard Hell e Richard Lloyd (Television), Lenny Kaye (Patti Smith Group), Handsome Dick Manitoba (Dictators) e Wendy O. Williams (Plasmatics). Per chi c’era, per chi non c’era e per chi avrebbe voluto esserci, Questa non è una discoteca è insomma il libro da avere a tutti i costi.
