Che il nostro sia un mondo triste e bellissimo Mavis Staples l’ha imparato anche a sue spese fin da giovanissima, quando negli anni 60 girava con il resto della famiglia, gli Staple Singers, l’America della segregazione e delle violenze razziali facendo da megafono al movimento dei diritti civili del Reverendo Martin Luther King. Sono passati 60 anni e poco o nulla è cambiato, nel mondo e negli States che oggi sembrano ripiombati in una specie di buio Medio Evo. Forse anche per questo, Mavis, 86 anni compiuti lo scorso marzo, ha rivisto i suoi piani di pensionamento volontario rientrando in studio a registrare quello che potrebbe comunque essere il suo album d’addio alle scene (e a cui fa seguito un tour appena iniziato).

Il produttore Brad Cook, che l’aveva vista esibirsi dal vivo qualche anno fa restando «totalmente sbalordito dalla fermezza e dalla potenza della sua voce», ha avuto una bella idea, concependo Sad And Beautiful World alla maniera di 1 disco storico come Will The Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band: 1 collettivo di musicisti che affronta 1 repertorio in buona parte “ classico ” stringendosi intorno a un’idea comune di musica popolare e di solidarietà spirituale. E siccome Mavis potrebbe cantare anche l’elenco del telefono, tanto valeva per l’occasione setacciare nel fiume dell’American Songbook pepite antiche e moderne, standard e pezzi scritti appositamente per l’occasione ripercorrendo 7 decenni di storia. Il 1°, proposto all’attenzione della Staples, è stato Human Mind: una densa e pregnante ballata fiatistica in stile r&b firmata dall’irlandese Hozier (quello di Take Me To Church) e dalla canadese di pelle scura Allison Russell (Birds Of Chicago), che ha definito Mavis «una forza trascendente e incarnata dell’amore».

Inducendola alle lacrime quando le ha sottoposto 1 testo ispirato alla sua vita e in cui una strofa recita “ sono l’ultima, papà, l’ultima di noi ”: lei, infatti, è davvero l’unica sopravvissuta della sua straordinaria famiglia di musicisti. Ed è tuttora una placida ma indomita leonessa con una voce che muove le montagne e che Cook ha giustamente messo al centro della scena, facendola accompagnare nelle prime session solo da 1 pianoforte e da 1 batteria prima di aggiungere via via altri strumenti. Il risultato esplode dalle casse con 1 suono corposo, naturale, ben definito in tutte le sue componenti e analogicamente elettroacustico come quello, caldo e ruvido, delle grandi incisioni storiche anni 60 e 70 a Muscle Shoals e negli studi della Stax a Memphis, che Staples frequentava tanti anni fa.

Ci ha messo poco, il produttore, a convincere i suoi tanti amici e collaboratori a partecipare alla celebrazione, anche se sarà stato magari più complesso per lui districarsi fra licenze e autorizzazioni discografiche: fatto sta che ha saputo mettere insieme un bel consesso intergenerazionale e stilisticamente variopinto che include fra gli altri Justin Vernon alias Bon Iver (anche in veste di aiuto fonico), Sam Beam in arte Iron & Wine, il soulman bianco Nathaniel Rateliff, Amy Ray delle Indigo Girls, Eric Burton dei Black Pumas, Anjimile e MJ Lenderman. Tutti ansiosi di prendere parte alla festa, tale è l’aura e il rispetto che miss Staples ha saputo guadagnarsi nell’arco della sua lunghissima carriera. Non potevano mancare, poi, il braccio destro Rick Holmstrom, con quella chitarra elettrica dal timbro ruvido e asprigno che caratterizza da anni le sue incisioni; e gli amici/concittadini Spencer e Jeff Tweedy, il leader dei Wilco che per lei aveva prodotto You Are Not Alone nel 2010, One True Vine nel 2013 e If All I Was Was Black nel 2017.

Alla loro Chicago rende omaggio il 1° brano in scaletta, un’omonima canzone cui Tom Waits (compagno di scuderia alla ANTI-Records) aveva aperto il suo album del 2011, Bad As Me, usando la metropoli dell’Illinois come metafora di un nuovo inizio con la speranza nel cuore. Qualcosa di simile a quanto Buddy Guy, proveniente dal Sud degli Stati Uniti, deve avere provato arrivandoci per la prima volta nel 1957: ed è proprio la chitarra dell’89enne bluesman della Louisiana una delle grandi protagoniste di questa ringhiosa e primordiale versione rockabilly blues assieme al sax di Matt Douglas e all’inconfondibile, graffiante e tremolante slide di Derek Trucks. La si ascolta, quest’ultima, anche in Hard Times, 1 gospel rock con l’incedere di 1 classico di The Band ripreso dal repertorio di Gillian Welch e David Rawlings, cowboys senza macchia del folk revival e dell’Americana, mentre a suonare il bottleneck nella soul ballad conclusiva Everybody Needs Love è un’altra regina conclamata di questa tecnica, la star Bonnie Raitt.

In quella canzone firmata dal “ nero di pelle bianca Eddie Hinton, cantante, autore e chitarrista che nei primi anni 70 fu colonna portante del soul e del rhythm & blues sudista di Muscle Shoals, Staples si riconnette alla sua storia e al suo ambiente; e altrettanto fa in We Got To Have Peace, 1 classico inno pacifista che il suo illustre concittadino Curtis Mayfield aveva pubblicato nel 1971 nell’album Roots e che qui assume tonalità più acustiche, mentre la voce scura e spessa di Mavis si sostituisce al delicato falsetto dell’autore. Satisfied Mind (celebre soprattutto nella versione di Porter Wagoner) è un altro pezzo famosissimo, 1 standard country anni 50 che danza a ritmo di valzer incorniciato da una pedal steel, mentre si salta avanti di 4 decenni con Anthem di Leonard Cohen, 1 di quei salmi ieratici con cui il poeta canadese riusciva a scorgere bellezza e speranza anche in un mondo devastato dalla guerra e dall’odio (“ C’è una crepa, una crepa in qualsiasi cosa/è così che la luce riesce a penetrare ”).

La voce di Mavis ha la gravitas e le sfumature giuste per rendere pienamente giustizia a quelle melodie e a quei messaggi, ma non è meno efficace nei pezzi più contemporanei: nella breve Godspeed di Frank Ocean, che dopo pochi minuti si scioglie in un breve talking con voci, banjo e sax sullo sfondo; nella bellissima Beautiful Strangers di Kevin Morby, che ha l’incedere rilassato e l’aroma latino di certi vecchi classici di Arthur Alexander; o nella title track Sad And Beautiful World di Mark Linkous (Sparklehorse), dolente ballata in salsa country soul e con 1 testo succinto che sembra un testamento: “ A volte i giorni sfrecciano via/A volte questo sembra l’ultimo ”. Mavis lo canta con una voce che sembra condensare decenni di vita vissuta, di gioia e di sofferenza, per nulla intimorita dall’impresa gravosa di caricarsi sulle spalle interrogativi collettivi su un futuro ignoto.

Guarda ancora avanti, a oltre 80 anni d’età, con una carica vitale che sembra inestinguibile e che contagia tutti i suoi collaboratori. Con un’umanità travolgente che rispecchia la sua natura e il suo atteggiamento entusiasta nei confronti della vita: terminata la musica, dopo pochi secondi di silenzio l’ultimo suono che si sente nel disco è quello di una delle sue fragorose e irresistibili risate.