La vicenda dei fratelli Lyle ed Erik Menendez sta facendo impazzire il web con la serie tv Monsters diretta da Ryan Murphy e Ian Brennan e il documentario The Menendez Brothers di Alejandro Hartmann, entrambi su Netflix.

Bisogna ammetterlo, Ryan Murphy arriva dove altri difficilmente riuscirebbero ad arrivare. Ogni suo prodotto cinematografico, sia esso un film o una serie televisiva, riesce sempre a far parlare di sé spostando per lungo tempo l’attenzione sui suoi personaggi. Era successo con Dahmer (l’arcinoto cannibale di Milwaukee) e ora con il caso di cronaca nera più sconvolgente degli Stati Uniti, che riporta a galla scomode verità. Monsters ha calamitato, come spesso accade, malumori e critiche da parte degli stessi protagonisti di questa storia.

Lyle, ora 56enne, ed Erik, 53enne, si raccontano in esclusiva al regista di The Menendez Brothers. Siamo tutti concordi nel dire che è difficile creare da zero storie tratte da fatti realmente accaduti: si rischia ogni volta d’infangare il nome dei protagonisti, vittime o carnefici che siano. In questo caso va riconosciuto a Murphy di essere riuscito a catturare tutti gli aspetti di un doppio processo, lungo e tormentato, che ha polarizzato l’attenzione del pubblico statunitense per molti anni. Non solo si è rivelata straordinaria la capacità del regista di rendere credibili le psicologie dei protagonisti, ma intere sessioni dei processi sono state ricostruite alla perfezione. Insomma, vedendo i 2 prodotti separatamente si può dire con certezza che la realtà è stata quasi del tutto rispettata.

TROPPA LIBERTÀ DEI PRODUTTORI?

Una certa discrepanza è però evidente. Non si fa menzione alcuna a un’ipotetica relazione omosessuale fra i 2 fratelli. Nella serie, numerose scene (come quella ormai iconica della doccia) lasciano infatti trasparire una possibile incestuosità, peraltro mai provata. Dalle testimonianze ascoltate durante il processo si citano solo gli abusi sessuali e non si allude all’amore platonico fra Lyle ed Eric. Che i produttori si siano concessi un po’ troppa libertà? Ai fini cinematografici, però, la libertà non deve nuocere né diffamare le persone al centro della storia.

MA CHI È LA VITTIMA? E CHI IL CARNEFICE?

Una famiglia all’apparenza perfetta: madre adorabile, padre ricco e in carriera, 2 figli belli e con tutta la vita davanti che in una calda sera d’agosto del 1989, a Beverly Hills, decidono di trucidare i genitori a colpi di fucile. Monsters ci propone una chiave di lettura tutt’altro che innocentista e parziale. La difesa giustifica l’omicidio come risposta ai reiterati abusi, sessuali e psicologici, subiti dai fratelli da parte del padre. Di contro, l’accusa stravolge questa ipotesi accusando Lyle ed Eric di aver agito per incassare l’immenso patrimonio del capofamiglia.

La famiglia di Monsters: Nicholas Alexander Chavez (Lyle Menendez), Chloë Sevigny (Mary Louise “Kitty” Menendez), Javier Bardem (José Menendez), Cooper Koch (Erik Menendez)

Monsters non è parziale. Scordatevi le scene scabrose e psicologicamente intense di Dahmer: in questo caso, Ryan Murphy si concentra sulla difesa dei 2 ragazzi, avvicinando il serial televisivo al legal drama. Il ritmo volutamente più pacato, quasi lento, riflette forse l’incertezza e l’ambiguità del caso. Gli episodi sfidano continuamente lo spettatore a domandarsi chi siano davvero i carnefici e chi le vittime, senza mai fornire una risposta netta. Lo stile narrativo, meno incentrato sull’immediatezza dell’azione e più sul gioco psicologico, potrebbe apparire ridondante per chi si aspetta l’adrenalinica tensione dei precedenti lavori di Murphy: il più volte citato Dahmer e American Horror Story. La serie, più introspettiva e riflessiva delle altre, non prende una posizione definitiva lasciando lo spettatore in un costante dubbio morale.

La vera famiglia nel documentario The Menendez Brothers

UNA STORIA PER SENSIBILIZZARE IL TEMA DELLA VIOLENZA

La violenza, sessuale o psicologica che sia, deve essere trattata con rispetto. Di positivo, da questa storia, c’è la sensibilizzazione nei confronti del tema. A un certo punto si fa riferimento alla Sindrome di Stoccolma, descritta come un particolare stato di dipendenza psicologico – affettiva in cui la vittima (in questo caso i fratelli) prova durante le violenze subite un sentimento quasi positivo verso il suo aggressore, arrivando a instaurare un legame forte e totale di volontaria sottomissione. In questo caso, essendo Lyle ed Eric figli del loro carnefice, avrebbero per anni accettato di sopportare queste violenze perché legati intimamente al padre.

Si è dibattuto parecchio, all’epoca del processo, sul mettere in dubbio o meno le testimonianze dei 2 giovani. La giuria maschile non ha creduto a loro poiché riteneva assurdo che 2 uomini potessero essere violentati. La giuria femminile, più aperta e meno retrograda, ha creduto al contrario a questa possibilità.

Come si evince dal documentario The Menendez Brothers, in seguito alla condanna dei fratelli numerose manifestazioni (che precedettero il movimento #MeToo) vennero organizzate in loro favore per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della violenza sessuale, che vedeva vittime gli uomini e non solo le donne.

Mai come oggi non dobbiamo smettere di parlare di violenza, specialmente dopo quello che sta accadendo in America. Mi riferisco al caso del rapper P. Diddy e alle conseguenze che sta avendo e continuerà ad avere.