Stefano, un giovane restauratore, viene incaricato di riportare alla luce un macabro affresco in un paese isolato della bassa Pianura Padana. Il dipinto, opera di un artista suicidatosi anni prima, raffigura il martirio di San Sebastiano fra le braccia di 2 donne dalle orribili sembianze. Mentre il restauro procede, Stefano si ritrova avvolto in un’atmosfera d’omertà e di terrore, scoprendo che dietro i colori di quel muro si nasconde un sanguinario segreto che la comunità tenta di proteggere costi quel che costi.

Concepito all’inizio degli anni 70 con il titolo La luce dell’ultimo piano, La casa dalle finestre che ridono (e in particolare il colpo di scena principale) trae spunto da una vicenda autobiografica di Pupi Avati vissuta quand’era bambino, in base alla quale sua zia inventò uno spauracchio, di quelli da lugubre saluto della buonanotte.

Al proposito, il regista bolognese ha spiegato che «è una storia di matti. Fino a ieri ho raccontato matti innocui, fantastici, che odoravano di buono. Qui ho invece narrato una delle 600 storie della terra nostra, inventata lì per lì, con il solo intento di spaventare. E spaventare, allora (mi riferisco all’infanzia) era un modo di educare».

È però solo dopo il fallimento al box office di Bordella, commedia grottesca e satirica partita benissimo ma subito sequestrata dalla censura per oltraggio al pudore e oscenità, che Pupi e Antonio Avati con Gianni Cavina e Maurizio Costanzo si mettono a lavorare su La casa dalle finestre che ridono. Con un budget risicato (150.000.000 di lire) e una troupe di una dozzina di persone, il film viene girato nella primavera del 1976.

Nulla è ricostruito e casolari, pianura e canali non fanno solo da sfondo ma contribuiscono a creare quel respiro torbido che riecheggerà anche nella successiva produzione di Avati. Il film esce nei cinema il 16 agosto 1976, incassa oltre 700.000.000 di lire e viene considerato fra i migliori esempi di giallo italiano.

Restaurato in 4K in occasione del 50° anniversario, La casa dalle finestre che ridono torna nelle sale dal 13 luglio 2026 continuando a brillare di luce propria grazie alla carica del tutto personale che Avati infonde al racconto, creando atmosfere legate al reale ma sospese nell’incubo. È una fiaba contadina, nera e spietata, dove sono gli elementi più naturali e semplici a pulsare di terrore e di raccapriccio.

A Pupi Avati non occorre l’artificio e tantomeno serve il “ gioco ” tipico del thriller : sono i paesaggi, i dettagli e le personalità deviate di una provincia senza speranza a tessere la tela in cui il protagonista Lino Capolicchio (il cast comprende inoltre Francesca Marciano, Gianni Cavina e Giulio Pizzirani) si ritrova intrappolato e dove l’angoscia e l’orrore finiscono per corrispondere con la quotidianità.

Il delta del Po, nel film, si trasforma nei confini del mondo ed è in pieno sole, davanti a cieli smisurati e a un orizzonte piatto. A brillare è l’oppressione di un universo popolato da personaggi malsani, rinchiusi in un passato che agonizza fra ville diroccate, reticenze e perversioni risultando ai nostri occhi genuino e insieme ripugnante. Scena dopo scena, i frammenti de La casa dalle finestre che ridono s’impossessano dell’aria che respiriamo come un incantesimo fatto di malsani e disperati sospiri d’ordinaria arretratezza. Tanto vicina, quanto infernale.

Siamo, in definitiva, lontani dai paradisi sanguinolenti messi in scena da Dario Argento e dagli inferni liberatori di Lucio Fulci. Al contrario, ci troviamo con i piedi ben piantati a terra nel nostro corpo e in quest’ultimo sprofondiamo in un realismo senza alcuna redenzione. Condannato a rimanere sporco e al tempo stesso vivo.