Eravamo post-punk prima ancora che il punk fosse stato inventato ”, scriveva qualche anno fa il batterista dei Talking Heads, Chris Frantz, nell’autobiografia Remain In Love (St. Martin’s Press, 2020). Era un bel modo di sottolineare l’eccezionalità, l’atipicità e l’atemporalità del quartetto newyorkese di cui ci fornisce ulteriore prova, oggi, un mitico “promo” radiofonico consegnato alle emittenti americane nel 1979 e per la prima volta distribuito al pubblico da Rhino e Sire Records in occasione del recente Record Store Day (come Cd o doppio vinile inciso a 45 giri, entrambi con 1 brano in più rispetto al disco originale).

Venne registrato dal vivo il 18 dicembre 1978 (dunque in piena epoca punk/new wave) all’Agora di Cleveland, in Ohio, al termine di 1 lungo tour che a inizio anno aveva portato le Teste Parlanti anche in Europa e che lo stesso Frantz, il più ciarliero dei 4, definì allora «una vera educazione per noi. Ho il timore che abbiamo morsicato più di quanto fossimo in grado di masticare. Pensavamo di potere suonare ogni sera, ma dopo 4 mesi scoprimmo di avere quasi esaurito l’ispirazione». Non si direbbe, a riascoltare questo show integrale di 54 minuti di durata, rimasterizzato dai nastri analogici originali e contraddistinto da una qualità di registrazione impeccabile e ricca di dettagli. Nitide e quasi chirurgiche a dispetto della poca esperienza dei musicisti (il solo Jerry Harrison aveva alle spalle un trascorso importante, quello nei Modern Lovers di Jonathan Richman) sono anche le esecuzioni dei brani: 11 pezzi, 8 dei quali ripresi dal 2° album della band allora in promozione, quel More Songs About Buildings And Food uscito nel luglio precedente e 1° capitolo di un’epocale trilogia prodotta da Brian Eno.

Chris Frantz, David Byrne, Jerry Harrison, Tina Weymouth

C’è indubbiamente il suo input, in quel sound un poco più corposo, più danzabile e funk che mette in ulteriore risalto la batteria di Frantz e il basso della moglie Tina Weymouth; mentre le chitarre nervose, sottili e affilate di Harrison (anche alle tastiere e ai synth) e del cantante David Byrne evocano il clima eccitato del CBGB e della Bowery newyorkese di quegli anni, ma anche il groove di Nile Rodgers con gli Chic, dei Parliament di George Clinton e dell’afrobeat di Fela Kuti (sono solo i primi bagliori di un fuoco creativo che divamperà nei 2 dischi successivi). Accanto alla sezione ritmica, la voce di Byrne è l’altro punto focale: il suo fraseggio scomposto e disarticolato, i suoi tic e i suoi scatti da newyorkese bianco e nevrotizzato del 20° secolo, rappresentano un plus spiazzante e un magnete irresistibile.

Erano una band in costante movimento e che del dinamismo faceva una ragione d’essere, i Talking Heads. E qui già si coglie una netta evoluzione rispetto al disco di debutto, 77, e ai primi spettacoli, con arrangiamenti un po’ più sofisticati innestati sulle tipiche geometrie musicali dei 4. C’è una pedal steel countreggiante nell’iniziale The Big Country, che inizia quieta come un midtempo per poi accelerare decisamente nel finale con percussioni e synth drums, aggiunti alla chitarra quasi noise e ai ritmi robotici di una Warning Sign vagamente minacciosa come al white funk metropolitano di Found A Job e di New Feeling (recuperata dal 1° album). C’è una chitarra jingle jangle arpeggiata in stile anni 60 in The Girls Want To Be With The Girls e ci sono riff chitarristici anni 50 alla Link Wray abbinati a un ritmo disco fine anni 70 in Artists Only, art rock da giovani intellettuali ed ex studenti della Rhode Island School of Design che Byrne canta con quel tono declamatorio e disarmonico che negli anni è rimasto una sua cifra stilistica.

È pura arte contemporanea applicata a un pop di matrice avant garde, che nella marcetta di The Good Thing prende le forme di una melodia straniante e stentorea; e in Thank You For Sending Me An Angel (la bonus track aggiunta al programma) un’andatura galoppante e travolgente. Più della danza ipnotica di Drugs (che qui s’intitola ancora Electricity e che anticipa il 3° album), sono pezzi noti a un pubblico che aveva accolto bene il 2° Lp portandolo al N°29 della classifica negli Stati Uniti e al N°21 nel Regno Unito, “altre canzoni che parlano di edifici e cibo” componendo un mosaico sghembo, bizzarro e ironico sull’American lifestyle di quegli anni. Gettano uno sguardo strabico e acuto sulla Grande Mela, ma anche sullo sconfinato entroterra americano (il “big country ”, appunto) osservato dall’alto con senso di stupore e di estraneità attraverso i finestrini di un aereo. Sui meccanismi della comunicazione pubblicitaria e sul consumismo. Sulle dinamiche aziendali e sullo spietato spirito competitivo di un sistema capitalistico ansiogeno e corrotto. Sulla ricerca spasmodica della fama, sul potere della televisione e sui rapporti fra i sessi, il tutto riflesso in un linguaggio secco e frammentario, ricco di humour e di slogan, di nonsense dadaista e di frasi riprese dalla banalità delle conversazioni quotidiane.

Musiche e canto, anticonvenzionali senza sfociare nell’atonalità, ne sono un complemento perfetto e speculare; e non difettano mai di un andamento ritmico e di un “gancio” melodico capaci di acchiappare l’orecchio dell’ascoltatore. Soprattutto nelle 2 hit poste in fondo alla scaletta e che tuttora suonano come una sequenza da KO: prima una potente versione della signature song Psycho Killer (il viaggio nella mente di uno psicopatico), con il suo irresistibile ritornello in francese e una lunga, frenetica coda strumentale a tratti dissonante; poi la cover di Take Me To The River (1° singolo da Top 30 per il gruppo), riletta alla maniera di More Songs… e dunque molto più lenta di quella registrata anni dopo per Stop Making Sense. La voce singhiozzante e abrasiva di Byrne, la batteria marziale di Frantz, il riff ipnotico del basso di Weymouth e gli accordi d’organo di Harrison (ispirati da quelli di What Goes On dei Velvet Underground) trasfigurano l’anima black di Al Green e del Memphis Soul cambiando la prospettiva di quello strano e contagioso connubio fra sacro e profano, tormento amoroso e redenzione mistica: il rito battesimale evocato dal testo abbandona le acque melmose del Mississippi per trasferirsi in quelle gelide del fiume Hudson.

Take Me To The River e Psycho Killer incarnano perfettamente l’instabile equilibrio psicofisico e motorio dei primi Talking Heads, il folgorante cortocircuito fra istinto ed elaborazione intellettuale. Ma è tutto lo show a trasmettere quel senso di tensione latente e compressa che ha sempre caratterizzato le dinamiche di 1 quartetto in cui 1 leader geniale, carismatico, accentratore, introverso e dalla personalità allora piuttosto borderline (una sindrome di Asperger mai ufficialmente diagnosticata) interagiva con 3 compagni più centrati e ordinari, ma tutto sommato altrettanto a loro agio nel ruolo di outsider. Post punk prima del punk, lontani per background e disposizione mentale dagli altri artisti con cui condividevano il palco del CBGB e i primi tour : dalla basica anima rock and roll dei Ramones e dallo spirito beatnik di Patti Smith, che guardavano con distacco e un pizzico di sospetto quei ragazzotti da college che non avevano frequentato la scuola di vita delle strade.

I Talking Heads erano già oltre, sulla cresta della new wave più sperimentale. Anche nel 1978, anche in quel concerto a Cleveland, probabilmente senza neppure immaginare dove sarebbero arrivati di lì a poco, con dischi come Fear Of Music (1979)e il capolavoro Remain In Light (1980).