Ho sempre pensato che 1 filo rosso tenga legati 2 album musicalmente distanti, ma uniti nello scompiglio che hanno causato con la loro uscita. Mi riferisco a On The Corner di Miles Davis (1972) e a Metal Machine Music di Lou Reed (1975): nel senso che entrambi, accomunati da un disastroso insuccesso commerciale, hanno suscitato nei fans un grande sconcerto. In tutta evidenza, possiamo affermare che On The Corner stava al jazz come Metal Machine Music stava al rock. E nessuno, al momento della loro pubblicazione, ci ha capito una mazza.
Ma come reagirono Miles e Lou alla marea di critiche? Con totale indifferenza. Anzi, Davis ci mise anche un carico da 11 con questa caustica dichiarazione: «Non m’importa chi se lo compra, voglio solo che arrivi ai neri così verrà ricordato quando sarò morto. Non suono per i bianchi, voglio sentire un nero che dice “Sì, Miles Davis m’intrippa! ”».

Miles Davis
Aveva già sperimentato, il vecchio leone nero, una già più che discreta quantità di svolte musicali contromano che fecero urlare di sgomento vagonate di puristi, non foss’altro che per la timida introduzione del piano Fender elettrificato suonato da Herbie Hancock nell’ultimo scorcio musicale del mitico quintetto 65-68 con album come Filles De Kilimanjaro. Ma poi arrivò la completa svolta elettrica con il notturno In A Silent Way e il diurno Bitches Brew, entrambi del 1969, che fecero perdere a Miles non pochi seguaci ma al contempo acquisirne di nuovi che aderirono entusiasti al culto del nuovo corso, garantendo al trombettista un inaspettato successo commerciale.
Ma mentre la Machine Music loureediana venne ampiamente riconsiderata il 20 marzo 2002 a Venezia, quando l’ex Velvet Underground la ripropose piallando la platea a colpi di feedback e distorsioni, per lo sfortunatissimo On The Corner (disco per il quale nutro un’ammirazione sconfinata) niente di tutto ciò, ma l’anonimato nella più spietata indifferenza.

A Milano si dice “tra il gnac e il patac ”, ovvero “tra il serio e il faceto ”. On The Corner, sostanzialmente, non ce la fa ad affermarsi poiché non sa a chi rivolgersi: troppo funk per i jazzofili, troppo jazz per i funkettari. Ma 53 anni dopo possiamo con certezza affermare che questo Lp era ed è ancora il futuro della musica: «Non chiamatelo jazz, è solo nuova musica», dichiarò infatti Miles Davis tentando inutilmente di convincere il pubblico, disorientato da un sound influenzato da artisti come James Brown e Sly & The Family Stone.
Che la svolta elettrica sia ormai ineludibile, lo testimoniano Chick Corea ed Herbie Hancock, che non sfiorano i pianoforti acustici neppure per un attimo ma solo tastiere, organi e sintetizzatori dotati di spina. Alla chitarra elettrica c’è poi l’immenso John McLaughlin, e perfino Miles suona una tromba elettrificata e distorta dal wah-wah.

Ma quello che rende a mio giudizio geniale questo album è la divina sezione ritmica: il “metronomo ” Michael Henderson al basso; Al Foster, Jack DeJohnette, Don Alias e James Mtume a spartirsi la batteria e le percussioni garantendo un tappeto sonoro di qualità vertiginosa, il tutto accompagnato dal sitar dell’erede di Ravi Shankar, Collin Walcott, componente dei celebratissimi Oregon.
Insomma, non è mai troppo tardi per entrare nel futuro e On The Corner è proprio lì che vi aspetta.
