Pur non includendo brani di successo, ci sono album che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della musica. Incisioni ascoltate da chi era giusto che le ascoltasse: musicisti, produttoriaddetti al mixaggio e dj, i quali ne hanno recepito il messaggio mettendolo a frutto nei loro dischi.

Ad esempio My Life In The Bush Of Ghosts di Brian Eno e David Byrne, Lp uscito nel 1981, con le sue sonorità tribali e i ritmi metropolitani mixati e sovrapposti a registrazioni di 1 commentatore radiofonico, di 1 esorcista, a pezzi cantati da una vocalist libanese, da musulmani e da algerini in preghiera. L’influenza di questo album è giunta fino ai giorni nostri e durerà ancora a lungo.

Altro disco di seminale importanza è Rockit di Herbie Hancock (1983), che nonostante abbia all’epoca raggiunto solo il 71° posto nella classifica di Billboard viene tuttora considerato una pietra miliare dell’hip hop e il precursore dello scratch. Dove invece stabilì record d’ascolti fu nella videomusica: erano i tempi in cui MTV furoreggiava e il video del pezzo che titolava l’album, diretto da Kevin Godley e Lol Creme dei 10cc, mostrò sculture mobili e robot che ritmicamente danzavano e si dimenavano. Clip che nel 1984 si aggiudicò 5 MTV Video Music Awards per l’impatto concettuale e i migliori effetti speciali.

3° lavoro discografico della serie “ prima e dopo ”, l’esordiente Baselines di Bill Laswell (1983) con quell’etnofunk in grado di competere con i capolavori della fusion. Album dove Laswell, al basso, stringe una fruttuosa collaborazione con il chitarrista e sperimentatore estremo Fred Frith, tra i fondatori degli Henry Cow e artefice di progetti folli con chi della follìa ne ha fatto un marchio di fabbrica: John Zorn. Le vendite di Baselines si sono rivelate risibili, ma anche in questo caso il messaggio è stato recepito da chi di dovere.

Ma cosa tiene insieme queste 3 opere fondamentali? La ritmica: compulsiva, furibonda e ossessiva con le sue batterie, le sue percussioni da vertigine ma in particolare il basso fantasmagorico, suonato in tutti e 3 gli album da Bill Laswell, classe 1955, anche produttore discografico, titolare di un’immensa discografia difficile da quantificare a causa delle numerose uscite in collaborazione e di altre incisioni sotto pseudonimo. Di carattere tutt’altro che facile (ricordo una conferenza stampa in cui sudai le proverbiali 7 camicie per avere 1 suo disco autografato), si cimenta da sempre con la world music, il jazz, l’elettronica, l’ambient ma soprattutto il dub, genere che lo considera un’eccellenza assoluta.

Bill Laswell
© Toshiya Suzuki

Ricordo anche il suo concerto al Teatro Manzoni di Milano, il 16 settembre 2014, nell’ambito della rassegna Aperitivo in Jazz. Platea gremita in ogni ordine di posti nonostante fossero le 10.30, le prime 2 file occupate da un nutrito gruppo di nonnette cotonate, impellicciate, convinte d’ascoltare cool jazz o al massimo qualche incursione nell’hard bop. Ma Laswell, quel mattino, non era per nulla sintonizzato sul jazz: a tal punto da presentarsi sul palco accompagnato da una lineup drasticamente diversa da quella della brochure di presentazione: all’organo Hammond Bernie Worrell, componente dei mitici Funkadelic; al basso, ovviamente, Bill Laswell + 1 dj giapponese di cui non ricordo il nome, caratterialmente più che turbato ma capace di cavar fuori dai giradischi suoni estremi e del tutto inaspettati. Risultato: techno della più spigolosa matrice, funk estremo e noise assoluto, che peraltro non smarrì il proprio senso neppure per 1 secondo.

Questa lunga ” tiritera ” l’ho voluta quindi dedicare a lui, ai suoi pseudonimi (The Colonel, Valis, Sacred System, Jazzonia…), al poliedrico sperimentatore e produttore (l’ellepì Brain Drain dei Ramones, 1989), al leader dei Material e dei Praxis, a colui che ebbe il coraggio di sperimentare con il jazz, con l’hip hop, perfino con l’heavy metal. Insomma, se siete alla ricerca di sonorità insolite, insospettabili, di più che ardua catalogazione, Bill Laswell è ciò che fa per voi.