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I migliori dischi della storia del Rock: Be Altitude: Respect Yourself

«Noi, la gente» è una frase chiave che Joe Biden ha pronunciato ripetutamente nei suoi discorsi pubblici durante la campagna elettorale e dopo l’elezione alla Presidenza degli Stati Uniti. We The People, come una vecchia canzone degli Staple Singers che faceva ascoltare alla fine dei suoi comizi e che la più celebre famiglia musicale di Chicago aveva incluso nel 1972 nel suo album più amato e più famoso, Be Altitude: Respect Yourself.

Un motivo d’orgoglio per Mavis, l’unica Staples ancora in vita; ma anche un ricorso storico, perché la loro musica si era sempre intrecciata in qualche modo alla politica e alla vita pubblica americana: accompagnando le marce per la pace e le battaglie per i diritti civili di Martin Luther King, di cui Pops, il capofamiglia, e i suoi figli sono stati amici intimi e sostenitori importanti; e trovando dimora alla Casa Bianca ai tempi di John Fitzgerald Kennedy, di Jimmy Carter, di Bill Clinton e (dopo la morte del patriarca, avvenuta nel 2000) di Barack Obama, i capi di stato più sensibili alla loro storia e alle loro canzoni strettamente legate alle tematiche di emancipazione del popolo afroamericano. All’epoca di Be Altitude, inizio anni 70, avevano appena inaugurato la terza fase della loro sorprendente vita artistica, dopo che a partire dalla fine degli anni 40 avevano meravigliosamente intonato il gospel e le lodi del Signore, abbracciando poi nei 60 Bob Dylan, il folk e la canzone di protesta che prendeva origine dal Greenwich Village newyorkese.

The Staple Singers

Quando arrivano alla Stax di Memphis, l’etichetta discografica del compianto Otis Redding e di Isaac Hayes, sono con Curtis Mayfield i portavoce più importanti della scena musicale di Chicago, desiderosi di un rilancio e intenzionati a trovare un pubblico più ampio dopo un periodo di relativo appannamento creativo: l’intraprendente e risoluto nuovo boss della label, Al Bell, ha visto cos’è riuscita a fare la Atlantic con Aretha Franklin trasformandola nella regina del soul; e dopo averli affidati alle cure di Steve Cropper e di Booker T & The MG’s, la house band della sua casa discografica, accetta il consiglio del reverendo Jesse Jackson, suo amico intimo, e cambia strategia. Assume lui stesso il ruolo di produttore e li porta in pellegrinaggio — proprio come Aretha — a Muscle Shoals, in Alabama, a registrare con un manipolo di musicisti bianchi che la musica soul ce l’hanno nelle dita, nel sangue e nel cuore.

Il retro copertina di Be Altitude: Respect Yourself

Noti semplicemente come la Muscle Shoals Rhythm Section (ma anche come Swampers), il chitarrista solista Eddie Hinton, il chitarrista ritmico Jimmy Johnson, il tastierista Barry Beckett, il bassista David Hood e il batterista Roger Hawkins (gli ultimi 3 reduci da un tour con i Traffic) sono turnisti rodati, smaliziati, aperti a ogni genere di musica: soul e rhythm & blues in primo luogo, ma anche country, rock and roll e musica giamaicana, capaci di accompagnare magistralmente Wilson Pickett come i Rolling Stones ai tempi di Sticky Fingers.

Abituato a dettare la linea con le variazioni ritmiche e il suono inconfondibile, ricco di tremolo e di vibrato, della sua chitarra elettrica, Pops in sala d’incisione fatica a imporre la sua leadership ma è magistrale nel dirigere il fantastico coro di voci di famiglia, un ventaglio timbrico completo in cui la sua voce tenorile e il soprano della primogenita Cleotha si contrappongono alle note basse di Yvonne, subentrata in sostituzione del figlio maschio Pervis; e al formidabile, insolito contralto di Mavis, una leonessa traboccante di passione, potenza e sensualità che farà perdere la testa allo stesso Dylan.

Pops Staples

Dopo un’introduzione di chitarra elettrica e un colpo secco di batteria, la si sente subito mugolare e tracimare dai solchi in This World, una delle “canzoni con un messaggio” che delineano il nuovo repertorio degli Staples e che apre Be Altitude con un ritmo pulsante e una scattante sottolineatura fiatistica sovraincisa dai leggendari Memphis Horns, Wayne Jackson (tromba) e Andrew Love (sassofono tenore), agli Ardent Studios di Memphis. È un sound compatto, denso, caldo e terribilmente funky, che con Respect Yourself sferra un colpo da ko: scritta da Luther Ingram e Mack Rice, ma completamente stravolta in sede di arrangiamento, con Hawkins che marca il beat giocando con i piatti e il cerchio tirante del rullante, il piano elettrico, le ance di Jackson e Love, il Moog aggiunto dal fonico Terry Manning, la voce di Pops che canta la prima strofa e cede poi la scena a una Mavis scatenata e in stato di grazia.

Invocando il rispetto per se stessi, per il prossimo e per l’ambiente (“mettiti una mano sulla bocca quando tossisci”: oggi sembra una premonizione) la canzone diventa un successo crossover, oltre gli steccati razziali e di genere, arrivando al numero 12 della Top 100 di Billboard: assume, soprattutto, lo status di un mantra per la comunità afroamericana in tempi travagliati con i ghetti in fiamme, la guerra in Vietnam e una disoccupazione devastante; il boom delle tossicodipendenze e dell’alcolismo ed esplosioni di violenza nelle strade. Farà ancora meglio I’ll Take You There, firmata da Bell con il suo vero nome (Alvertis Isbell): N° 1 sia nelle classifiche pop che in quelle r&b, una cavalcata travolgente imperniata su 2 soli accordi, Mavis che improvvisa in studio un testo contenente un velato messaggio di speranza rispondendo istintivamente ai fraseggi musicali, all’incipit e alla linea di basso rubati a un famoso pezzo reggae di qualche anno prima, The Liquidator degli Harry J Allstars.

Mavis Staples

Le scansioni pigre e dondolanti della musica giamaicana, nell’anno in cui la colonna sonora di The Harder They Come fa il giro del mondo, muovono dolcemente anche Are You Sure, mentre il soul si smarca definitivamente dal modello dei 60 tra i flauti, l’armonica, gli archi soavi e il mellotron della morbida Name The Missing World, nell’energia incalzante ed esplosiva di This Old Town (People In This Town), ode all’integrazione razziale e intergenerazionale; e nelle tonalità più minacciose e vagamente psichedeliche di Who Do You Think You Are (Jesus Christ The Superstar)?, che cita nel titolo la rock opera di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice e ricorda una volta di più le matrici gospel e religiose degli Staple Singers, musicalmente ancora più evidenti in I’m Just Another Soldier.

È musica nuova, eccitante, con una forte identificazione culturale ma adatta a tutti i palati: “il messaggio che la musica rock sta ancora cercando”, come sostiene un claim pubblicitario ideato dalla Stax per il lancio e la promozione dell’album. Condivisibile, in fondo, perché Who, il pezzo che lo chiude e che non è neppure fra i più memorabili, è una ballata country soul che sembra trovare punti di contatto con l’approccio roots della Band (Robbie Robertson s’ispira a Pops anche nello stile chitarristico): proprio il gruppo che nel 1976 vorrà accanto a sé, fra tanti amici, anche gli Staple Singers, per celebrare quello che per entrambi sarà l’ultimo valzer.

The Staple Singers, Be Altitude: Respect Yourself (1972, Stax)

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