«Questa mostra l’ho concepita secca e semplice, con un sapore attuale, seria, fatta con la testa ma anche con il cuore, culturalmente sana. Le opere che si succedono di sala in sala mi fanno sentire lo slancio e l’entusiasmo di quando da ragazzo, a 17 anni, realizzai il tronco inchiodato che intitolai Composizione».

È di sicuro felice, Mario Ceroli. E noi gli auguriamo con tutto il cuore di vendicare, con la magnifica mostra Ceroli Totale in cartellone alla GNAMC di Roma fino all’11 gennaio 2026, la grande rabbia provata lo scorso giugno alla notizia che Goal, la monumentale installazione lignea realizzata per i Mondiali di Calcio Italia ’90 e collocata nel quartiere Flaminio, a poca distanza dallo Stadio Olimpico, si era all’improvviso sbriciolata per il forte degrado e la mancanza d’adeguate manutenzioni.

La Cina, 1966, Collezione Banca Ifis

Che lo scultore di Castel Frentano (Chieti), classe 1938, sia sempre e comunque un indomabile guerriero lancia in resta nel nome dell’Arte, non solo lo dimostra con potenza teatrale, in memoria di Pier Paolo Pasolini, La battaglia (1978) ispirata ai 3 pannelli della quattrocentesca Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, ma lo evidenzia il suo curriculum, che fra le innumerevoli medaglie appuntate al petto inanella 6 Biennali di Venezia, 4 Quadriennali d’arte di Roma e giusto 1 anno fa, a Milano, l’inaugurazione della Grande Brera a Palazzo Citterio con l’esposizione Mario Ceroli. La forza di sognare ancora.

Mangiafuoco, 1990, Collezione Banca Ifis

Curata da Renata Cristina Mazzantini e da Cesare Biasini Selvaggi, Ceroli Totale ripercorre 70 anni di ricerca in una selezione di 20 opere, fra sculture e installazioni, che potete ammirare in 10 sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Capolavori che sono il frutto dell’abilità manuale e di un genio creativo capaci di rendere fisicamente vivo il legno in un continuo rifrangersi di luci e di ombre: «Non c’è immagine più intensa, più intima, più interiore dell’ombra. È qualcosa di magico, qualcosa che non tocchi, ma c’è e ti segue, non ti abbandona mai. Infatti, se io faccio un ritratto usando l’ombra, è quello vero, non potrebbe essere più vero di così… L’ombra sei tu».

Ammette, Mario Ceroli, di essersi idealmente ritrovato nel bel mezzo di una grande piazza dopo aver allestito questa monografica: «Quella piazza del Popolo, del Caffè Rosati, di quando Roma era l’avanguardia con le gallerie dell’epoca, La Tartaruga, La Salita, L’Attico e la nuova generazione della Scuola Romana». Ovvero lui stesso e Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi… a tracciare negli anni 60 una via italiana alla Pop Art. Nel suo caso, intagliando nel legno grezzo sagome umane dopo aver apprezzato le sculture del britannico Joe Tilson. Sicchè del 1965 è Ultima Cena, con le sue silhouette/ombre messe in scena in successione seriale; del 1966 Balcone, archiscultura ad un soffio dall’Arte Povera con 2 sagome life size; e La Cina, che invade lo spazio sottoforma di 100 figure bidimensionali, maschili e femminili, a passo di marcia.

La primavera, 1968, Collezione Banca Ifis
© Alessandro Vasari

Del 1968 è La Primavera, omaggio al giardino all’italiana con 1 parallelepipedo formato da travi di legno dalla punta aguzza che si accostano fra loro; e altrettanto sessantottina è Le bandiere di tutto il mondo, installazione kolossal votata al colore con i suoi canali zincati colmi di pigmenti policromi, frammenti di vetro e di carbone, gomma lacca, sassi, trucioli di ferro, scaglie di solfato di rame.

Mario Ceroli

Poi, come d’incanto, la manualità si fa evanescenza, la precisione certosina e a svelarsi è un “ piccolo mondo antico “ dolcemente evocato, nel 1992, dalla Tela di Penelope e dall’Arpa Birmana. E ancora, dopo avere ironicamente accumulato 2.351 lettere dell’alfabeto in pino di Russia per dar vita all’installazione Le chiacchiere (1989), Ceroli Totale si fa cenere, mista a frammenti di carbone, con la straordinaria citazione sacra del Cristo morto di Andrea Mantegna (2007); si fa Mangiafuoco, nel 1990, con il volto ricavato da 2 assi e i capelli ritagliati da filamenti di legno. Poiché, dopotutto, «il mio materiale è stato il legno. Nasce da un albero, non è più un albero, è tagliato e diviso in assi e io faccio Pinocchio, lo rimetto insieme, un asse sopra un asse, ricompongo un albero, ricompongo questa materia e la riporto a vivere». Poiché  in fondo è proprio questa, l’infinita metamorfosi dell’arte ceroliana.

Mario Ceroli
Ceroli Totale
Fino all’11 gennaio 2026, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea/GNAMC, viale delle Belle Arti 131, Roma
tel. 0632298221