Avete ancora un po’ di tempo a vostra disposizione per (ri)scoprire la versatilità multitasking (transita infatti con disinvolta genialità dalle installazioni alle sculture, dai video alle immagini fotografiche) di Ai Weiwei, classe 1957, cinese di Pechino, artista, designer, architetto, regista e attivista da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani.
A Bologna, nei saloni del cinquecentesco Palazzo Fava affrescato dai Carracci e dai loro allievi è di scena fino al 4 maggio Who Am I? (Chi sono io? ), la mostra curata da Arturo Garansino nonché la prima personale in città di colui il quale – ad annunciarlo è il titolo, che si rifà a una sua conversazione con l’intelligenza artificiale – ha fatto e continua a fare della tradizione, della sperimentazione, della conservazione e della distruzione le sue artistiche ragioni d’essere.

© Elettra Bastoni
L’incipit di questa esposizione multitematica di oltre 50 opere che approccia di volta in volta la libertà di esprimersi e di informare, i diritti umani e civili, le migrazioni, le crisi geopolitiche e i mutamenti del clima in un equilibrio tutt’altro che precario fra la Cina e l’Occidente, fra passato e presente, è di quelli che non si dimenticano tanto facilmente: vi basterà sollevare lo sguardo e lasciarvi ammaliare dagli scultorei aquiloni in bambù, carta di riso e seta, fluttuanti nello spazio, che raffigurano gli animali fantastici tratti da Classic Of Mountains And Seas, l’antico testo mitologico e geografico cinese che risale al III secolo a.C.
Ma cosa c’entra con Ai Weiwei quel piccolo quadro con le bottiglie/nature morte dipinte dall’illustre bolognese Giorgio Morandi (1890-1964)? Visto da vicino, svela invece una composizione fatta di mattoncini LEGO come le altre opere a seguire, di dimensioni variabili fino all’extralarge. “I pixel, la digitalizzazione, la segmentazione, la frammentazione e la disconnessione offrono una libertà unica per la riproduzione”, annota Ai Weiwei nel catalogo di Who Am I?. “Uso il LEGO come materiale di creazione in gran quantità dal 2014. Utilizzarlo è sia naturale che accidentale, poiché è il giocattolo con cui mio figlio giocava fin da piccolo. Una vita individuale può essere rappresentata da un mattoncino colorato ”.

© Roberto Serra
E rappresenta, punto focale della mostra, l’irriverente trasformazione di alcuni capolavori dell’arte rinascimentale, barocca e moderna come L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, con lo stesso Ai Weiwei che prende il posto di Giuda; come la Venere dormiente del Giorgione, con tanto di gruccia per abiti accanto a sé a testimoniare gli aborti autoindotti prima che fosse legalizzata l’interruzione della gravidanza; come l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello con ai suoi piedi, oltre agli strumenti musicali, qualche anguria maldestramente tagliata a metà; come Thérèse Dreaming del francese d’origini polacche Balthus (1908-2001), con un’urna della dinastia Han sponsorizzata dalla Coca-Cola e appoggiata sopra un tavolo, vicino alla giovanissima modella.
È l’Ai Weiwei in chiave Pop Art, che non solo mette in vetrina quel vaso, però in terracotta (“Sembrava così spoglio, così vuoto, e volevo renderlo più attuale: per me, il logo della Coca-Cola è un chiaro annuncio di proprietà e di identità culturale o politica, ma è anche un simbolo evidente del non-pensiero ”), ma ritrae se stesso in rosa shocking e riproduce più volte la Mona Lisa leonardesca utilizzando ancora i mattoncini LEGO, libero di poter citare senza indugi Andy Warhol.

© Elettra Bastoni
Di chiara impronta Pop è anche Study Of Perspective, cioè il provocatorio, mastodontico set di 12 stampe ai pigmenti su tela che vedono in primissimo piano il dito medio alzato di Ai Weiwei contrapporsi a luoghi del mondo particolarmente iconici (la Casa Bianca a Washington, la Tour Eiffel a Parigi, la Basilica di San Marco a Venezia, il Colosseo a Roma, la Trump Tower a New York…) allo scopo di porre chi osserva di fronte a una dichiarazione universale d’opposizione politica.

© Roberto Serra
Il ready-made di duchampiana memoria, Ruota di bicicletta del 1913 in particolare, è invece un dogma nella grande installazione dal titolo Forever, con i suoi 6 strati di biciclette dorate in acciaio inossidabile ad accendere una riflessione sul cambiamento sociale e urbano in Cina; mentre pone in evidenza antiche tracce l’installazione White Stones Axes, costituita da centinaia di asce neolitiche. E non manca, naturalmente, la denuncia della persecuzione che l’artista ha dovuto subìre in patria con Left Right Studio Material, il “tappeto blu ” assemblato con schegge di lavori in porcellana (come Bubble) dopo la distruzione di Left/Right, il suo laboratorio pechinese, compiuta dal regime nel 2018.

© Roberto Serra
Un cospicuo gruppo di opere, infine, si interfaccia con il tema delle migrazioni nel Mediterraneo: come la carta da parati denominata Odissey, composta in fregi come vasi attici a rappresentare le proibitive esperienze vissute dai migranti; e i Blue And White Porcelain Plates con le loro raffigurazioni di violenze, di soprusi e di esodi dalle guerre alla ricerca di una nuova patria.
“Le mie cosiddette opere d’arte ”, chiosa Ai Weiwei, “sono tutte frutto dei miei pensieri e delle mie emozioni. Non mi pento di averle create. Riflettono autenticamente i miei veri sentimenti e le circostanze in cui mi trovavo in quei momenti, strettamente legati con le mie esperienze e la mia educazione ”.
Ai Weiwei
Who Am I?
Fino al 4 maggio 2025, Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni, via Manzoni 2, Bologna
tel. 0552989818
Catalogo Sillabe Casa Editrice, € 35
