«La pittura è uno sguardo rivelatore come un faro d’automobile nella notte. Ed è un’immagine rapida e sintetica come il pensiero».
Modesta Maselli, in arte Titina (1924-2005), definiva così negli anni 80 sulle pagine del Corriere della Sera il suo dipingere libero, anticonformista, antisentimentale, poco o nulla femminile. A lei, baciata dalla genialità come la sua famiglia (il padre, Ercole Maselli, è critico d’arte; la madre, Elena Labroca, scrittrice; il fratello, Francesco detto Citto, regista cinematografico; il marito, Toti Scialoja, pittore e poeta) la nativa Roma dedica la retrospettiva Titina Maselli raddoppiandola al Casino dei Principi di Villa Torlonia e al MLAC/Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza.

Camion, ante 1965
Museo MLAC “La Sapienza”
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Le nature morte realizzate alla fine degli anni 40, sono «le cose che nessuno avrebbe dipinto» ma che lei visualizza nottetempo con dense, corpose pennellate dando loro la dignità degli objets trouvés : un telefono che mai squillerà, una macchina per scrivere sdentata, un avanzo di bistecca, un pacchetto ciancicato di sigarette Lucky Strike, un quotidiano gettato sull’asfalto e calpestato… Parte tutto da qui, da una Roma del dopoguerra tutt’altro che monumentale bensì racchiusa nel segreto dei suoi vicoli; dei suoi lampioni che ne illuminano fiocamente le piccole piazze, gli scorci e le prospettive; dei fanali delle auto e delle biciclette; del retro di un camion dipinto più e più volte e sviscerato «al lume di una luce che appiattisce, che dilata, schiaccia ed evidenzia nello stesso tempo». Un camion la cui memoria è legata alla guerra, alla deportazione e successivamente all’autostrada e al boom economico degli anni 60.

Boxeurs, 2002
Collezione privata
Sicchè, progressivamente, Titina approccia la metropoli, le sue 1.000 luci, i suoi grattacieli, i suoi fili elettrici. Anzitutto, «quello straordinario, stratificato aggregato di New York. Quel miscuglio di razionalità e torbidezza, di sottosviluppato e di sofisticazione che è per me una specie di verità. Non è, ritengo, una pittura di genere: è che New York mi corrisponde, New York è il mio ritratto», dichiara con enfasi. E il ritratto, la Big Apple, di quei fotografi che ne hanno immortalato le strade e il sangue criminale da naked city : William Klein e Weegee su tutti, che lei ama alla follìa e non manca mai di citare, consciamente o inconsciamente, sulle tela e nei suoi ragionamenti.
Poi ci sono i cosiddetti “antieroi della modernità ”: i calciatori, i pugili, i ciclisti. Dal paesaggio urbano, si passa così al microcosmo individuale: «Ho sempre utilizzato l’immagine fotografica. Dalla grande suggestione che mi davano le foto, ho cominciato a dipingere calciatori caduti nei prati. E in questa cosa rapida e dipinta tutta a piatto in bianco e nero fotografico, volevo anche dare l’impressione del fuggente: come una cosa fulminante, non come un appunto. Aggiungere all’immagine un’ineffabilità data anche dal tempo, dal momento, dall’essere nel tempo».

Calciatori, 1966
Museo MLAC “La Sapienza”
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Occorre, in buona sostanza, qualcosa d’abbagliante come un flash che sia in grado di bloccare all’istante l’immagine (un match di pugilato, il ritmo di una pedalata, il dribbling palla al piede) e che poi faccia scaturire l’accensione, la messa a fuoco del corpo umano sorpreso in un atteggiamento eccessivo. Nessun eroismo, soltanto sforzo. E velocità. Futurista: «Tutto quello che nel Futurismo è mito, è celebrazione, non mi seduceva. Anzi, mi infastidiva. Ma il suo “in movimento” corrispondeva certo a un’instabilità che doveva sembrarmi la verità. In questo senso me ne devo essere appropriata».
In seguito, nelle Stratigrafie di immagini, atleti e grattacieli si sovrapporranno l’un l’altro su piani differenti, facendo in modo che «l’energia che c’è in una prospettiva architettonica, diventi l’energia di un petto che corre».

Greta Garbo, 1964
Museo MLAC “La Sapienza”
Comune di Firenze – Musei Civici Fiorentini
Non manca, in questa antologica già entrata fra le più belle e documentate di sempre, l’ipotizzata adesione di Titina Maselli alla Pop Art italiana con quella sua Greta Garbo esposta alla Biennale di Venezia 1964, nella sala 52, accanto ai quadri di Giosetta Fioroni, di Tano Festa e di Mario Schifano. La pittrice, sfogliando la rivista Omnibus, individua lo scatto fotografico di un paparazzo che sorprende la diva svedese attraverso il finestrino di un treno, alla stazione di New York. E la ritrae a modo suo: facendo scorrere l’immagine del viso come fosse un fotogramma, per poi concentrarsi su 1 particolare: «C’era grande evidenza dello spinato del vestito, del bottone che è grande lì, come un piattino da tè. Ed è un bianco, un bianco-rosa leggermente caldo, insomma. Un bianco caldo e un nero fatto con molto blu».
Quel singolo bottone ha ispirato Domenico Gnoli, il pittore dell’ultradettaglio, del vicino, del sempre più vicino. È stato allora che Titina Maselli ha avuto la certezza d’entrare fra i più grandi dell’arte contemporanea.

© Monkeys Video Lab
Titina Maselli
Fino al 21 aprile 2025
Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, via Nomentana 70, Roma
MLAC/Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza, piazzale Aldo Moro 5, Roma
tel. 060608
Catalogo Electa, € 45
