Non è necessario essere inguaribili malati di corse e irriducibili seguaci della Formula 1 con una buona memoria storica (il che, certo, aiuta) per appassionarsi a I Nemici del Drake, la mostra inaugurata il 2 aprile scorso e che fino all’11 ottobre 2026 prosegue su 1 spazio espositivo di oltre 2000 mq. al piano terra del Museo Nazionale dell’Automobile di Torino.
Perché le 22 colorate, scintillanti e affusolate monoposto in esposizione – 4 temporaneamente assenti fino all’11 maggio in quanto reclamate dai proprietari in vista di competizioni e manifestazioni storiche – non raccontano solo un’epopea sportiva e motoristica lunga 30 anni (dalla fine dei 50 alla fine degli 80); storie avventurose di motori e di telai; di progettisti e di piloti; invenzioni meccaniche geniali e voli pindarici di fantasia ingegneristica. Sono anche una spia, 1 simbolo, 1 prodotto, una plastica rappresentazione di una rivoluzione mentale, sociale e culturale che per alcuni decenni ha proiettato l’Inghilterra al centro del mondo occidentale. Con la sua produzione automobilistica e le sue auto sportive, certo, ma anche con la musica, la moda, il cinema, la fotografia, il design.

Chissà se Colin Chapman e Gordon Murray, Jim Clark e Graham Hill erano consapevoli di quanto la loro audacia di pensiero e d’azione fosse in intima connessione con lo spirito dei tempi (ma Jackie Stewart, Emerson Fittipaldi e James Hunt certamente sì, con quei basettoni e quei capelli lunghi che testimoniavano la loro appartenenza a un nuovo mondo e il distacco dalle generazioni precedenti): fatto sta che nello sguardo panoramico e allargato sull’universo delle competizioni automobilistiche sta il valore aggiunto, il colpo d’acceleratore decisivo di questo allestimento, frutto di una sinergia fra specialisti di settori diversi. L’artista e architetto Maurizio Cilli si è occupato del “ contorno ” (che contorno non è: piuttosto, del contesto storico, sociale e culturale); Carlo Cavicchi e Mario Donnini, firme storiche del giornalismo e del motorsport, del cuore della mostra: lo scontro ideologico e la competizione sportiva feroce tra Enzo Ferrari e i suoi nemici. Quelli che il Grande Vecchio di Maranello chiamava con una punta di disprezzo “ garagisti ”, improvvisati parvenu che assemblavano scocche e motori in anguste cantine (una bestemmia, secondo la dottrina e l’etica rigorosa del costruttore modenese). Loro, con perfidia britannica, gli rispondevano affibbiandogli il soprannome di Drake: nel senso di sir Francis Drake, il solitario e temuto corsaro dei mari che alla sua missione di supremazia aveva sacrificato tutto, famiglia e amicizie comprese.

© Bin Jia
Al Mauto narrano questa dicotomìa esemplari originali di auto leggendarie e di progetti fallimentari (compresi modelli raramente o forse mai esposti prima d’ora): la filante Lotus 72 John Player Special color nero e oro dai grandi radiatori laterali con cui Fittipaldi vinse il campionato mondiale del 1972 (ancora oggi la più bella di tutte); la Tyrrell blu che consegnò il 3° titolo a Stewart l’anno successivo; la Brabham con motore 12 cilindri Alfa Romeo progettato dall’ingegner Carlo Chiti; la Williams che vinse in Inghilterra con Clay Regazzoni nel 1979 sfoggiando per la prima volta uno sponsor arabo (ben più scalpore fece, nel 1976, il logo dei profilattici Durex sulla livrea della Surtees TS 19); la Marlboro McLaren M23 con cui James Hunt nel 1976 coronò il suo inseguimento a Niki Lauda (è la storia raccontata da Ron Howard nel film Rush) e quella con cui a fine anni 80 Alain Prost e Ayrton Senna sbaragliarono la concorrenza. Ma ci sono anche una Theodore con gli ideogrammi cinesi sullo chassis e su cui s’infransero i sogni di gloria di un magnate di Hong Kong; l’imponente e pesante Lotus 88B a turbina del 1971 e il modello “ fantasma ” a doppio telaio del 1981 che la Federazione sportiva bocciò seduta stante, oltre a un’astrusa March a 6 ruote (4 posteriori) del 1977 che mai posò gli pneumatici sulle piste del Mondiale.

Sex Pistols al Paradiso di Amsterdam
Photo: Koen Suyk/ANEFO
© Archivi Nazionali, CCO, Collectie/Archief
Intorno ai bolidi, i pannelli appesi alle pareti del salone espositivo ci ricordano che in quegli anni non si evolvevano solo le appendici aerodinamiche (comprese le famose “ minigonne ” introdotte per sfruttare al massimo l’effetto suolo), le sospensioni, gli impianti frenanti, i motori (aspirati o turbocompressi), i cambi e le strumentazioni di bordo, ma anche il mondo lì intorno cambiava a velocità supersonica: 24 anni dopo l’Incoronazione del giugno 1953, sulla busta del 45 giri dei Sex Pistols, God Save The Queen, gli occhi sorridenti e la bocca della Regina Elisabetta II venivano coperti dal titolo della canzone e dal nome del gruppo in un esplicito e beffardo atto di rivolta contro le antiche gerarchie. Agli anni 60 della Swinging London, della rivoluzione giovanile, delle utopie collettive, del boom economico e dei nuovi simboli del consumo (in I Nemici del Drake c’è in esposizione un esemplare d’epoca dell’iconica Morris Mini-Minor del 1959) succedevano i 70 e gli 80 caratterizzati dal ritorno dell’individualismo, dall’incertezza, dalla recessione e delle battaglie sindacali, ai Beatles e ai mod il punk rock, alle chitarre elettriche i sintetizzatori VCS3, agli abitini di Twiggy e alle minigonne di Mary Quant la moda “ stracciona ” delle boutique di King’s Road e il dandysmo neo-gotico dei New Romantics.

Teenagers in Carnaby Street, Londra, 1966
Collection: The National Archives, Kew
I 34 meravigliosi scatti in bianco e nero allestiti nella galleria dedicata al fotografo tedesco Rainer W. Schlegelmilch (o più sinteticamente RWS) ci riportano, lì accanto, ai Sixties e alla Formula 1 più romantica, avventurosa e ruggente: Jo Siffert, che al GP di Francia del 1968 si ferma a bordo pista per farsi prestare dal ritirato Graham Hill una visiera con cui ripararsi dalla pioggia, mentre accanto a loro sfreccia tra gli spruzzi d’acqua la Honda di John Surtees. Jochen Rindt, che in curva gira la testa di 90 gradi per controllare la posizione degli avversari. Jack Brabham, che prima della partenza si rinfresca con un ghiacciolo. Jim Clark, concentratissimo nella guida a braccia incrociate e finalmente rilassato mentre festeggia una vittoria. Dal soffitto del Mauto, penzolano i loro pensieri e le loro parole: vado un po’ a memoria nel ricordare gli aforismi di Juan Manuel Fangio («Molti piloti mi avrebbero battuto se mi avessero seguito. Hanno perso perché mi hanno superato»), di Stirling Moss («Meglio entrare piano in curva e uscire veloci, che entrare veloci e uscire morti»), di Mario Andretti («Se tutto ti sembra sotto controllo, semplicemente non stai andando abbastanza veloce»), di Jack Brabham («Voglio vedere in faccia chi ha paura di correre in mezzo agli alberi»), di Jackie Stewart («Nel mio sport, i veloci sono troppo spesso annoverati tra i morti») e di James Hunt («Al diavolo la sicurezza. Tutto quello che mi interessa in questo momento è correre»).

GP di Gran Bretagna a Silverstone (1967)
Jim Clark, sulla sua Lotus 49 Ford, saluta al termine del giro d’onore dopo la gara.
© Rainer W. Schlegelmilch/Getty Images
E lì accanto ci sono gli elmetti personalizzati indossati dai “ cavalieri del rischio ” che ancora oggi i vecchi appassionati riconoscono al primo sguardo (28 pezzi da collezione, tutti caschi integrali con eccezione dell’ultimo a viso aperto utilizzato nel 1974 dal finlandese Leo Kinnunen) e le tute indossate da Clark (a Indianapolis) nel 1965, da Stewart e da Vittorio Brambilla nel 1972 e da Riccardo Patrese nel 1978 (molte altre sono esposte in Stoffe dei campioni, un allestimento curato da Sparco). Ci sono i programmi illustrati dei Gran Premi (1 per anno, dal 1958 al 1988) e le locandine dei film dedicati al mondo delle corse. C’è 1 modello del mitico motore Ford Cosworth DFV 8 cilindri (“ una rivoluzione con le candele accese ”) e ci sono 2 Ferrari emblematiche: quella che nel 1958 alloggiò per l’ultima volta 1 motore anteriore (l’anno dopo la Cooper T51 progettata da Owen Maddock e pilotata da Brabham, Moss e Bruce McLaren avrebbe sconfessato la vecchia teoria del Drake secondo cui «i cavalli tirano la carrozza, non la spingono»); e la 640 del 1989 con il cambio semiautomatico manovrato con 1 pulsante che John Barnard progettò e fece costruire presso il centro tecnico di Guildford, dopo che Ferrari si era arreso decentrando la produzione e riconoscendo, in quel momento, la superiorità tecnologica degli inglesi.

Vittorio Brambilla urtato dalla Brabham di Carlos Reutemann al via del GP Usa West a Long Beach (1976)
© Rainer W. Schlegelmilch/Getty Images
Un public program comprendente visite guidate, incontri con piloti, giornalisti e progettisti, nonché una rassegna cinematografica, arricchiscono e completano l’esperienza della mostra. Ma in fondo è sufficiente camminare fra questi aerei rovesciati a 4 ruote per percepire il rombo lontano di un’epoca in cui, partendo dal garage di casa propria, qualcuno andava alla conquista del mondo e un guizzo di genio individuale poteva cambiare il corso della Storia. In pista e fuori dai circuiti.
