Ho intervistato Gino Paoli nel 1991 per il mensile Tutto Musica & Spettacolo. Era uscito l’album Matto come un gatto e la canzone Quattro amici stava facendo breccia nel cuore dei giovanissimi. Ora che Gino non c’è più, mi piace ricordarlo con queste sue parole.
Gino torna coi piedi per terra. E dipinge con la mano giusta la positività che esplode da Matto come un gatto. È filato dritto nel cuore dei ragazzi, il papà buono che sussurra all’orecchio ” Mi sono spiegato? ” e non un perentorio ” Hai capito? “. Chiede solo di essere ascoltato e non snocciola prediche. Le 250.000 copie vendute dall’album equivalgono a tante pacche sulle spalle: le nuove generazioni hanno trovato un amico di cui fidarsi.

Si toglie gli occhiali, Gino Paoli. Sorride sornione e lascia viaggiare gli occhi blu. Dice: «Questo disco è partito in maniera stramba 2 anni e ½ fa. Avevo appena pubblicato L’ufficio delle cose perdute e già mi impegnavo a scrivere nuove canzoni. L’ispirazione c’era, ma aveva l’ingombrante peso del pessimismo: siamo tutti egoisti… dediti al consumismo… i giovani se ne sbattono di tutto e di tutti… ognuno pensa a ritagliarsi un proprio spazio esclusivo… Avevo trascorso 2 anni a far politica. La mia esperienza parlamentare mi aveva indotto a guardare le cose dall’alto e globalmente: per percentuali, diagrammi, proiezioni. Sai, come quando si dice: “ In Italia possiamo considerarci fortunati perché abbiamo solo il tot percento di ragazzi che si drogano… ”. E allora mi sono domandato: se in quelle cifre ci fossero anche i miei figli? Se mi ci trovassi dentro fino al collo? Equivarrebbe a un 100%».
Gino che dà un calcio alla politica dei politicanti e che non ci sta più a guardare la gente dall’alto in basso, a trattarla come numeri: «No. Io ho un carattere che cerca il buono e la via d’uscita, anche quando non c’è, in tutte le cose. Non sopporto i cosiddetti Bartali: quelli che ti dicono che è tutto sbagliato e che è tutto da rifare. Voglio vedere le cose da vicino e picchiarci il naso, prima di trarre conclusioni. Così ho ricominciato a guardarla negli occhi, la gente. A parlarci. E mi sono accorto che non è vero niente di quello che vogliono farci credere: in giro c’è ancora passione, generosità. Ho voluto quindi fare Matto come un gatto : disco di tanti personaggi, forse slegati l’uno dall’altro ma accomunati dalla generosità. È un album di amicizia».

“ Eravamo quattro amici al bar… ”. 5 parole immediatamente memorizzate. L’inizio di Quattro amici, il brano di punta di Matto come un gatto. E a Gino ronza in testa Vasco Rossi…
«Ho pensato a lui, alla sua ribellione e alla sua voglia di trasgressione. Tutti prendiamo la malattia della gioventù e della trasgressione. Almeno una volta nella vita. Ogni generazione nasce per poter cambiare il mondo: strada facendo, c’è chi resta e continua a non rassegnarsi fino in fondo. Ad agire senza subire. Gli altri non fanno che adeguarsi, dimenticando le famose 4 domande che si sono fatti a 16 anni, quando hanno aperto gli occhi. Io e Vasco siamo fatti della stessa pasta».
L’amicizia secondo Gino. È fiducia e confidenza. Data e ricevuta.
«Questo mondo, purtroppo, ti invita a non fidarti degli altri. Quando ti sei fatto dritto e quando impari a non farti fregare, allora sei adatto per questa societá. Be’, io ho 56 anni e non ci sono ancora riuscito. Se vuoi avere amici devi essere sempre disponibile alla fiducia. Sono pronto a prendere fregature per tutta la vita, anche per 1 solo amico. E non ho mai pensato che parlando di donne il concetto potesse cambiare, perché di mezzo c’è anche il sesso. Le basi per un solido rapporto di coppia sono l’amicizia e la reciproca confidenza. Se c’è possessività non c’è amicizia».

Ma si può contare su veri amici nel mondo della musica? Gino ha la risposta pronta: «Ricordo un solo, vero amico: Luigi Tenco. Vedi, questo microcosmo musicale è un circolo chiuso dove si parla sempre delle stesse cose. E io mi rompo le palle. Quando sono in tournée frequento gente che non ha nulla a che fare con questo ambiente. Sono legato ai miei musicisti e a chi lavora con me, questo sì. Quando sono in sala d’incisione ho bisogno di stare con chi mi conosce, che sa come mi muovo e come lavora il mio cervello. Discutiamo insieme un pensiero e lo concretizziamo in canzone».
Gino e i concerti, per raccontarsi al pubblico.
«Il pubblico ha sempre ragione. Se non mi capisse e mi mandasse a quel paese, cercherei di verificare in che cosa ho sbagliato. Io intendo lo spettacolo come un dialogo reciproco, un continuo scambio di opinioni. Se ciò un domani non avvenisse, smetterei di fare questo mestiere. Spesso i ragazzi mi avvicinano, prima e dopo i concerti. C’è chi dice che hanno fiducia nel mio buonsenso. Non credo. Penso piuttosto che si siano accorti che non li fregherò mai e che non gli racconterò palle. Perché mi sento in tutto e per tutto uguale a loro».
( Le foto sono tratte da GinoPaoliOfficial Facebook )
